Anita Mancia, nata a Roma, ha lavorato 20 anni presso l'Istituto Storico della Compagnia di Gesù come assistente bibliotecaria ed Archivista. Ha collaborato con la rivista storica dell'Istituto con articoli sulla Ratio Studiorum, la pedagogia dei gesuiti, i gesuiti presi prigionieri dai pirati e recensioni. Presso l'editore Campanotto di Udine nel 2007 ha pubblicato un volumetto di poesie.

Il Libro di tutti i libri

Di Anita Mancia

“La specificità e l’unicità biblica stanno nella colpa, nella rivendicazione della colpa come atto fondatore della storia del mondo” Così leggiamo nelle pagine 355-356 de Il Libro di tutti i libri di Roberto Calasso

E ancora: “Non c’è dubbio che, sin dai primi versetti della Genesi, rintocchi un nuovo timbro, una maniera di parlare che non ha parenti prossimi in nessun’altra storia della nascita del mondo. Non è solo il privilegio della colpa a distinguere questi primi tre capitoli della Genesi. E’ una maniera di raccontare che si distacca da ogni cosmogonia precedente, pur essendo costituita dagli stessi elementi”.

Per comprendere questo ponderoso testo che può considerarsi una riflessione originale, che non sfugge nè alla teologia biblica nè all’antropologia, e anche, al rapporto con la psicanalisi, bisogna innanzitutto considerare l’architettura del testo. E’ un’architettura – struttura – che parte dai re di Israele, e sale all’indietro al cuore della Bibbia, il libro di Esodo, dal cui commento ho citato le righe che aprono questa recensione, per chiudersi sui profeti e sul Messia. Questo è l’ordine del libro di Calasso: la Torah in cielo 15-18, Saul e Samuele 21-42, David 45-67, Salomone 71-103, Empie Alture (il periodo posteriore a Salomone e la divisione di Israele in due regni, il ruolo di Elia profeta) 107-131, quelli che andarono via 133-207, da Abramo a Isacco, a Giacobbe e Giuseppe. Segue il centro, il cuore della Bibbia, Mosè che è il capitolo VII, 209-296, la riflessione di Calasso su Freud e il rapporto con il Mosè di Freud in Uno spettro non redento 299-340, sempre in un cammino a ritroso, le prime generazioni, capitolo IX, 343-398, Ezechiele vede 401-435, intorno al tempio distrutto, 439-461, il Messia 461-473, che chiude il testo. Dopo la riflessione si apre una parte dedicata alle Fonti, che mette in relazione ogni pagina del libro di Calasso con la fonte biblica oppure storico-scientifica e letteraria su cui è fondata la riflessione. Repertorio critico, questo, utilissimo, che aiuta il lettore nella sua ricerca. Al repertorio delle fonti 477-538 segue un Indice dei nomi, dei luoghi e delle opere 541-555.

Roberto Calasso (Foto da minima&moralia)

Siccome è necessario rimanere nei limiti di una recensione, non posso esaminare tutti gli aspetti del testo, ma solo alcuni che lo percorrono come un filo rosso e soprattutto, quelli che ne caratterizzano il nucleo fondamentale, che a mio parere sono appunto il concetto di colpa da cui tutto prende l’abbrivio, e la riflessione sul tipo di sacrificio che la Bibbia propone, dalle origini in Genesi, al Tempio e fino alla caduta del secondo Tempio nel 70 d.C. al tempo di Vespasiano ed oltre.

L’elezione e la primogenitura sono i due elementi portanti del mondo ebraico dal tempo della sua nascita in Genesi,  a Mosè e alla fuga dall’Egitto. Vale la pena soffermarsi sul rito di Pesah per osservare intanto come procede, che tipo di riflessione è quella prescelta da Calasso, e poi perché con Pesah si tocca il cuore dell’ebraismo: “Pesah è parola che già i Settanta ritennero intraducibile. Perciò la traslitterazione in Pascha, da cui Pasqua. Il significato fondamentale della parola si riferiva al saltare – per salvare –  le case degli Ebrei marcandole col sangue sugli stipiti. Atto avvenuto una sola volta, una certa notte. E quel fatto è diventato l’unico rito ebraico che si è preservato intatto fino a oggi, anche nella piena profanità.  Rito che si distaccava da tutti gli altri perché non richiedeva un sacerdote, un tempio un altare. Sin dall’inizio era stato una festa in famiglia, anche se Esodo 12,27 la definiva comunque zevah, sacrificio”. Dunque un rito speciale, di nuovo, un tipo sui generis originalissimo, di sacrificio.

Continuando a riflettere sull’elezione:”L’elezione di alcuni implica la condanna di altri. Questo, che è il fondamento drammatico dell’elezione, è stato offuscato, obliterato, cancellato più e più volte nei commenti biblici. E’ questo il primo mistero della Pasqua: il legame fra la salvezza degli ebrei che fuggono e l’uccisione dei primogeniti egizi, umani e animali” e ancora “[…] Il primogenito era l’eletto naturale, come lo sono le primizie per il sacrificio. Ma Iahvè preferì l’eletto innaturale, il secondogenito o il figlio della seconda moglie: Isacco, Giacobbe, Giuseppe. Tutti figli di donne ritenute sterili. Era un altro segno del loro distacco dal corso della natura. Ma, quando si trattò di colpire il faraone volle che fosse ucciso il suo primogenito. L’Egitto era un altro nome della natura”.

La separazione è una caratteristica fondamentale che distingue radicalmente gli ebrei dai popoli con cui Israele entra in relazione. Uccisione e riscatto sono conseguenze di questa separazione degli Ebrei dai suoi vicini. Un riscatto che “nell’Esodo è ancora puro scambio”, mentre nel Vangelo, e quindi nella parola della Vulgata diventa redenzione. E qui la riflessione si fa ancora più profonda: “Ma nel riscatto la redenzione era implicita, perché l’animale primogenito continuava a vivere. Occorreva però che uno scambio ci fosse. E lo scambio preludeva all’uccisione di un altro“, cioè a Gesù. Siamo da Esodo, Pasqua ebraica, alla Pasqua Cristiana.

Il capitolo successivo a quello su Mosè, è dedicato all’opera omonima di Freud. E’ particolarmente suggestivo ed interessante perché spiega l’approccio dello psicanalista introducendo molti elementi presi dalla sua biografia, dall’irriducibile irreligiosità che caratterizza il suo approccio scientifico all’ebraismo e ad una lettura di Darwin che non corrisponde a quello che lo studioso inglese realmente disse. Scrive Calasso: “Il dramma psichico in Freud, primo oggetto della sua autoanalisi, durata più di quarant’anni, era fondato sulla sua ostinata irreligiosità. Per vocazione e per attrazione, Freud aveva sempre avuto a che fare con le stesse potenze che nei secoli avevano preso forma nei riti e nei miti. Quasi null’altro lo interessava, di quasi null’altro si occupava. Ma fin dall’inizio si era deciso a non cedere a quelle potenze. “Wo Es war, soll Ich werden”. “Dove l’Es era, là sarà l’Io”: quel proclama formulato nel suo lessico personale, che nulla doveva al passato, si leggeva sullo stendardo allucinatorio della sua guerra. Usando il Mosè come stendardo, Freud si gettò nella battaglia finale. Con molte esitazioni, con una certa riluttanza, con malcelato terrore – e insieme obbedendo alla stessa attrazione che un tempo lo aveva guidato verso la materia dei sogni” .

Quello che manca al Mosè di Freud è la comprensione della fonte autentica della religiosità, che poteva essere definito il sentimento oceanico come Rolland lo chiamava. Al suo posto il rapporto fra Io ed Es “ma verso l’esterno, almeno, l’Io sembra mantenere linee di demarcazione chiare e nette… Questo era tutto ciò che Freud era disposto ad ammettere. Ed escludeva l’accesso ad ogni sentimento oceanico. Qui veniva fissato il confine”.

L’altro aspetto, oltre all’elezione ed al riscatto così bene raffigurati e spiegati nel capitolo su Mosè che è il cuore del testo di Calasso e della Bibbia, è quello del sacrificio, soprattutto, ma non esclusivamente, il capitolo “Le prime generazioni”. Il primo sacrificio, dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, è quello di Caino. Offerta, non sacrificio, vegetale, di frutti, che non sembra piacere molto a Jahvè, che apprezza invece il sacrificio animale di Abele, il secondogenito (dunque la primogenitura non è particolarmente stimata da Jahvè) fatto di animali uccisi, dato che c’è il riferimento al grasso dei primogeniti del suo gregge. Non è chiaro come si sia passati dall’offerta frugifera, al sacrificio che comporta uccisione. Fatto sta che Jahvé mostra di gradire di più il suo sacrificio che quello di Caino. Con lui dichiaratamente, entra la morte per uccisione, la colpa, posteriore alla colpa di Adamo ed Eva che mangiarono il frutto proibito dell’albero della conoscenza.

A proposito della colpa scrive Calasso: “Una vola entrati nel regno della colpa, solo una prescrizione rituale avrebbe potuto ricordare lo stato precedente alla colpa. Si riconosceva che l’uccisione era inevitabile, ma si pretendeva che la vita rimanesse illesa, quindi che il sangue non venisse consumato. Era un modo di negare – o almeno di velare – che l’uccisione era avvenuta, che non ci si trovava più nel mondo originario ma in un mondo decaduto, che avrebbe potuto scomparire per sempre, se un giorno Elohim non si fosse ricordato di Noè”. Con una delle sue folgoranti intuizioni, Calasso fa entrare nel dialogo Simone Weil: “La domanda più temibile si legge in Simone Weil: L’Agnello è in qualche modo sgozzato in cielo prima di esserlo sulla terra. Chi lo sgozza”?

Questa, e la riflessione successiva di Guénon offrono a Calasso l’occasione per riflettere sulle omissioni nella Bibbia. Caino dunque disse a Jahvè:”La mia colpa è troppo grande perché io la porti. Ma Jahvè non permise che Caino fosse subito ucciso. La colpa però sussisteva e traboccava sul mondo. Come contenerla? Con un’altra colpa. Occorreva un’uccisione che dilazionasse ogni altra uccisione. La vita sarebbe stata il continuo rinvio di una condanna. Occorreva sacrificare, in un certo modo“.

E più oltre, Calasso spiega in quale modo avvenivano i sacrifici, ma fino alla parola-stendardo di Gesù: “Voglio la misericordia e non il sacrificio“, misericordia volo et non sacrificium, tanto più che il sacrificio è quello di innocenti. L’olocausto, Olah era il primo e principale fra i sacrifici compiuto per la prima volta da Noè. Calasso non solo critica ma stigmatizza come pieno di orrore il considerare e usare il nome di Olocausto per descrivere lo sterminio degli ebrei operato nei campi di sterminio nazisti.

La parte più significativa e innovatrice della riflessione sul sacrificio è quella che mette in contatto i versetti di Osea sul sacrificio con Gesù. Gesù cita Osea sul sacrificio in due situazioni diverse. La prima è quella della chiamata di Matteo 9, 11 e 13, la seconda è quella della condanna. La seconda volta è quella dell’osservanza del sabato, cui i discepoli sfuggirono perché sorpresi a mangiare delle spighe di grano, perché avevano fame, in giorno di sabato. Tanto nella prima occasione – quando Gesù mangiava con gli esattori e peccatori, quindi con Matteo – come nella seconda occasione il verbo chiave usato è manducare. Gesù ricorda un episodio della vita di David. Quando lui e i suoi uomini ebbero fame non esitarono a mangiare i pani offerti nel tempio. Allora commisero una colpa? Ma Gesù, citato da Calasso dice: “Vi dico allora che qui c’è qualcosa di più grande del Tempio”. Dove il qui, hic, non indica qui sulla terra, ma in questa storia, una storia dove si tratta di persone che hanno fame e mangiano, dove il verbo chiave è quello dell’atto del mangiare. Come scrive Calasso: “Mangiare significava innazitutto la nostra ineluttaile dipendenza dal mondo, a cui si deve attingere in ogni momento con ogni respiro se la vita vuole durare. E’questo lo hic più grande del Tempio, il terreno su cui ogni Tempio doveva poggiare”. Con Gesù, che pure predicava nelle sinagoghe e spiegava la legge, siamo oltre il tempo. Egli è una anticipazione di quelle pagine che ci riportano, con la distruzione del tempio, 70 d. C alla sostituzione del sacrificio con Gesù come memoriale, e con la yeshivà, la casa di studio, che sostituisce il Tempio.

Le citazioni dal testo permettono di vedere qual è il modo di procedere di quella che ho chiamato riflessione di Calasso sulla Bibbia. Si tratta di una ri-narrazione dei testi biblici e di una riflessione/rielaborazione che è un dialogo, anche critico, con testi coevi o autori moderni e contemporanei che va dentro od oltre la legge, come si è visto nel caso di Gesù. Quindi Calasso legge con l’occhio rivolto al dopo, al futuro. Basti pensare, e questa sarà la mia ultima citazione, al testo di Ezechiele 18,20 dove egli dice: “La persona che pecca sarà lei a morire. Il figlio non avrà responsabilità per la colpa del padre e il padre non avrà responsabilità per la colpa del figlio. La giustizia del giusto ricadrà su lui stesso e la malvagità del malvagio ricadrà su lui stesso”. Il commento di Calasso a questo testo è che “Non era nulla di meno che il fondamento di ogni ius. Senza quella separazione delle colpe non ci sarebbe stato diritto”.

Questa è dunque l’architettura dialogica e in certo senso profetica del libro di Calasso, che non è un commento puntualissimo, ma certo è una lettura orientata a far comprendere quali sono i nodi e gli elementi essenziali di quello che Goethe chiamava il Libro di Tutti i Libri e che Calasso ha posto come epigrafe della sua opera: “Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perchè tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo”.

Il Libro di tutti i libri Book Cover Il Libro di tutti i libri
Roberto Calasso
Saggio
Adelphi
2019
555 p., brossura