Rosella Lisoni nasce a Marta, in provincia di Viterbo. Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne e Contemporanee presso L'Università degli Studi della Tuscia con una tesi sul cinema di Pasolini, autore su cui sta scrivendo un saggio di prossima pubblicazione con la casa editrice viterbese Sette Città. Lavora nella segreteria di direzione DIBAF presso l'Università della Tuscia. Per molti anni ha scritto recensioni cinematografiche sulla rivista Cinema60

Un evento importante per la Tuscia, la visita del 7 marzo nei luoghi di Pasolini: Bomarzo e Chia, in memoria di un illustre intellettuale del secolo scorso, non ancora compreso appieno e non abbastanza apprezzato. Pasolini amava la Tuscia, molti dei suoi film hanno avuto come location Tuscania, Chia; ma amava soprattutto rifugiarsi nella Tuscia, così tanto da spingersi ad acquistare la Torre di Chia.

Torre di Chia (Foto da movemagazine.it)

Luogo amato, luogo di pace, ma soprattutto luogo incontaminato in cui recuperare quel passato arcaico a lui così caro. Quel passato lontano ricco di valori ora dimenticati, Paradiso perduto, nuovo Eden a cui anela e che descrive bene nell’ultima sua produzione filmica “La trilogia della vita“, prima di approdare all’universo orrendo di Salò, ultima opera cinematografica che conclude la sua carriera cinematografica.       

Pasolini è dunque un antiprogressista, che rimpiange l’Italia agricola, della “gente povera e vera che lotta per scacciare un padrone senza diventare quel padrone”. Il feroce moralista parla di una società omologata in cui il linguaggio del corpo, fisico, mimico è uguale per tutti, tanto da non poter distinguere più un giovane del sud da un uomo del nord.       

Rileggendo i suoi” Scritti Corsari” o riascoltaando le sue interviste, Pasolini non smette di profetizzare, di descrivere un mondo cupo, crudele, in cui appaiono “maschere di qualche iniziazione barbarica” in cui il potere della televisione, per lui da abolire, rende tutti infelici esaltando il potere del consumismo, dei falsi miti.       

Potere che “rende gli uomini automi, tutti uguali, tutti disumani”.  “La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra”  dirà Pasolini in un intervista il  giorno prima di morire il 1 novembre 1975.     

Pasolini è controtempo, Pasolini è contro. Quasi un profeta che emana sentenze sempre vere, sempre attuali. Da qui il suo essere sempre al passo coi tempi, la sua modernita, il suo non passare mai di moda.  Poeta, scrittore, giornalista, letterato, cineasta, critico cinematografico, uomo di infinito sapere e sterminata dolcezza.  Uomo libero, senza padroni, una voce parlante che arriva dritta al cuore, che scuote le coscienze.  I suoi sono presagi cupi, disperati. Come disperata e lacerata era la sua anima, costretta a piegarsi alla sua “diversità ” alla sua “omosessualità subita” come lui stesso affermerà.     

Pasolini a Chia (Foto da piuturismo.it)

Pasolini parla per immagini e le sue verità vanno accolte con tutte le sue contraddizioni, mai come verità storiche. L’intellettuale di Casarsa incarna l’immagine del poeta vate chiuso nella sua Torre d’avorio ad analizzare il mondo. La sua Torre era a Chia in provincia di Viterbo dove il poeta si ritirava per ritrovare le sue radici, per immergersi in un mondo lontano dalla Roma del Palazzo del potere, in cui la ragione moriva, in cui come lui stesso ebbe a dire “non si sapeva neanche più cosa fosse reale”