Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Nella lingua della terra nessuno è straniero

Di Geraldine Meyer

Siamo in Liguria, terra aspra e dolce al contempo. Stretta da mare e montagna, quella lingua di terra ha sempre ingaggiato una lotta con chi con la terra vive e lavora. Questo il teatro de La lingua della terra, bellissimo libro di Giacomo Revelli, da poco mandato in libreria per l’editore Arkadia. Appezzamenti, orti, oliveti, abbarbicati a terrazzamenti in bilico che guardano la distesa d’acqua all’orizzonte. E qui, in un luogo quasi dimenticato, Bedè vive la sua vita. La sua terra, le sue olive, il suo orto sono qualcosa di più di un luogo da lavorare. Sono sangue e carne, sono linfa che scorre nelle vene, sono la storia della sua famiglia, la sua storia.

Bedè, duro e taciturno, sarcastico eppure buono e pronto all’ascolto, ogni mattina, all’alba si alza per andare ai Lughéi. Che il sole sia già implacabile nel suo calore o che tiri u ventu masciu l’uomo non concepisce altra vita che non sia quella che lo fa inerpicare fino al suo uliveto. E ogni mattina cerca una scusa qualsiasi per convincere i due figli ad andare con lui a dargli una mano. Ma i figli sono in quella età in cui la costruzione del proprio futuro sembra obbligata a seguire altre strade, lontano da quell’angolo di Liguria.

Per Bedè la prospettiva non è delle migliori perché, senza poter contare sulla continuità della prole, ormai infiacchito dagli anni che passano, i Lughéi sono destinati a subire la sorte dell’abbandono. Eppure. Eppure, una mattina come le altre, Bedè arriva tra le sue piante e trova lo straniero. Due “occhi crudi” che lo guardano spaventati, immobile nell’ombra del casone per gli attrezzi. Piano piano si avvicinano l’un l’altro, parlano lingue diverse ma si capiscono perché, entrambi, parlano la lingua della terra.

Bedé, dopo un iniziale spaesamento, decide di non cacciare lo straniero ma, anzi, di coinvolgerlo nei lavori agricoli, che il giovane sembra conoscere alla perfezione e che esegue senza temere la fatica. Bedè non dice nulla alla famiglia, incapace forse di trovare anche per sé stesso le parole per dire quale legame si sta creando con lo straniero. E tra cibo portato di nascosto, dialoghi in una lingua che non passa dalle labbra, la storia procede fino alla decisione che Bedè dovrà prendere alla fine.

La lingua della terra è un libro tenero e duro nello stesso tempo, tra le cui pagine soffia l’amaro attuale, sia quello che riguarda l’indurimento dei cuori che pare avere contagiato tutto il nostro paese, sia quello che riguarda l’abbandono della terra, la speculazione di cui resta vittima quando invece di prendersene cura si lascia che essa divenga solo oggetto di mercanteggiamenti finanziari. Un libro in cui questi due aspetti si incontrano e si fondono nella storia e nel rapporto di Bedé e dello straniero, entrambi, seppure in modo diverso, vittime della stessa indifferenza, della stessa incuria. Nessuno è straniero quando si parla la lingua della terra, quando ci si ancora a quell’ancestrale bisogno di appartenenza, a quel bisogno di vita grata per ciò che riceve e per ciò che dà.

Sì, La lingua della terra è anche un romanzo sulla gratitudine, su cosa accade quando gli esseri umani si guardano negli occhi scandendo il respiro al ritmo della stessa fatica, della stessa cura per ciò che conta davvero. Giacomo Revelli ci regala una musica malinconica eppure melodiosa, il fondersi di due destini, quello dello straniero arrivato dal mare e quello di un uomo aggrappato ad una terra che il mare lo ha assorbito anche in quegli angoli da cui non lo si vede. Il mare, di tutti e di nessuno. Infatti Revelli scrive: “[…] che ci saranno guerre nel mondo finché ci sarà chi cercherà di capire dove finisce il tuo e dove comincia il suo”. Ai Lughéi le frontiere non esistevano.

La lingua della terra Book Cover La lingua della terra
Giacomo Revelli
Narrativa italiana
Arkadia
2019
200