Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Memorie di un giovane disturbato è il romanzo d’esordio di Frédéric Beigbeder. Pubblicato in Francia nel 1990, viene ora proposto, per la prima volta in italiano dalla casa editrice torinese Vague Edizioni. In questo libro, che già contiene lo stile e il mordente a cui lo scrittore francese ha fatto appassionare molti lettori, anche italiani, è Marc Marronier (alter ego dello scrittore) a raccontarci la storia. Quello dell’alter ego è espediente letterario a cui Beigbeder ricorse anche nel suo Lire 26.900, il libro che forse più di altri gli diede notorietà. Qui il personaggio, quasi uno Zelig esistenziale, ci racconta una Parigi alla fine degli anni ’80, popolata da uomini e donne, come lui, dediti al divertimento a tutti i costi, un po’ fine a sé stesso. Figlia di una catena di contraddizioni e vuoti, la società che ci viene dipinta da Beigbeder, mondana e frivola, è la perfetta immagine con cui si sono narrati quegli anni. Ma la storia è sempre più complicata, più articolata delle semplificazioni con cui, spesso, la si disegna. E Beigbeder lo sa molto bene.

In questo testo, il personaggio principale (e quindi lo scrittore) e la sua cerchia di amici, giovani senza arte ne parte, ci narra sì le avventure più o meno goliardiche ma, soprattutto, ci narra una intera società spaventata. Spaventata dai rapporti d’amore, spaventata dallo stare soli, spaventata dall’impegno e da tutto ciò che esso comporta. Una società al neon, patinata come le riviste di moda per cui lo stesso Marc lavora. Con clichè e stereotipi, e nello stesso tempo con ironia e cinismo, Beigbeder denuncia però l’inizio di quella globalizzazione e standardizzazione delle teste, quell’essere sempre post a qualcosa perché, in fondo, ciò che importava non era l’attimo, ma che al contrario tutto scorresse. Ce lo dice chiaramente Frédéric/Marc parlando di una sorta di parodia di un festeggiamento postumo, che è proprio la negazione del tempo e la cifra di quegli anni. Divertimento, nel senso proprio di di-vertire, ovvero rivolgere altrove, attenzioni, pensieri, gesti.

Memorie di un giovane disturbato è un lucido, tagliente racconto di un’epoca in cui nel tentativo di essere anticonformisti si passava, in realtà, da un conformismo all’altro, vivendo “una vita in villeggiatura” da “terroristi del lusso”.  Ma l’egocentrico Marc, come l’egocentrico Frédéric, non si fa scrupoli a dirle queste cose, anche in modo sgradevole, non si fa scrupoli a raccontare vite in cui c’era sempre qualcuno da calpestare, dipingendo talmente bene alcuni episodi da farci vedere visi trasformati in maschere, dal ghigno acido. Però Beigbeder riesce a raccontare tutto ciò perché non imbastisce una sinfonia di moralismo. Lui è immerso nella stessa acqua ma, a differenza di molti, consapevole di questo e forte di una immensa cultura. Non mancano infatti molte citazioni letterarie, compreso quel Cioran di cui deve essersi nutrito non poco. Come non mancano bordate al mondo editoriale come nella spassosissima scena in cui Marc nomina alcune edizione, misurandone l’utilità in base all’uso che se ne può fare per sculacciare il proprio partner.

Ma che sia una ironica, tagliente, cattiva ma per nulla amara, lettura di quegli anni, lo dimostra proprio la profonda lucidità con cui lo scrittore la cuce dal punto di vista letterario, mescolando stile ricercato a registri colloquiali quando non addirittura surreali. Dando così, pur in un romanzo d’esordio, prova di una grande intelligenza intesa come capacità di tenere insieme le cose, le complessità e le contraddizioni.

Memorie di un giovane disturbato, romanzo che come ci ricorda anche l’editore gioca con i titoli di altri due libri, Memorie di una ragazza perbene della de Beauvoir e Memorie di una giovane disturbata della Lamblin, è un libro che si presta a molti piani di lettura, quasi ci fosse un testo principale e molti testi laterali. Con la consapevolezza che la vita non sia solo una festa in maschera e che, in fondo, una propria identità la si possa difendere anche nel quotidiano: “Il rimedio più efficace contro la vita quotidiana è il culto del quotidiano”. C’è la certezza che a contrapporsi alla pantomima vi sia una sola cosa: il rito. E, in fondo, la Parigi di quegli anni proprio questo era: un rito

Grazie alla Vague Edizioni per averlo tradotto e pubblicato.

A questo proposito abbiamo fatto alcune domande a Gabriella Montanari, editrice di Vague e traduttrice di questo testo

Buongiorno Gabriella. Cominciamo con una domanda quasi d’obbligo. Perché un nuovo progetto editoriale in un mercato, quello italiano, che non sembra certo in espansione?

Buongiorno e grazie per la domanda d’obbligo a cui spero dare una risposta non scontata. In effetti, il mercato italiano appare saturo di libri e di case editrici, molte delle quali spuntano e appassiscono dall’oggi al domani. Si registrano circa 60.000 libri pubblicati nell’ultimo anno, 1500 editori in attività e 23 milioni di lettori, meno della metà della popolazione. Tre ragioni mi hanno spinta a tentare comunque la sfida. Una d’ordine imprenditoriale e due di natura più personale. Stando ai dati Nielsen per l’Associazione Italiana Editori, nel 2018 è continuato ilconsolidamento del mercato del libro (iniziato nel 2017) con una crescita del +1,5% (soprattutto ecommerce del libro fisico rispetto alla grande distribuzione e alle librerie) mentre si è stabilizzato il numero dei lettori. A parte questi dati, comunque rincuoranti, il motivo principale è stato il desiderio di riprendere l’attività di editrice (iniziata nel 2013, a Lugo di Romagna, con WhiteFly Press) interrotta nel 2015 per ragioni di lontananza geografica dall’Italia e non sprecare l’esperienza, i contatti, i progetti e il catalogo preesistente realizzati in due anni di attività. Inoltre ho avvertito in maniera sempre più forte la necessità di esprimere, anche sul versante professionale, il forte legame che mi lega alla Francia e alla lingua francese in generale. E poi non vi era ancora sul mercato italiano un marchio editoriale esclusivamente dedicato alla letteratura francofona. Con queste premesse non poteva che nascere VAGUE Edizioni!

Da dove nasce l’idea di dare spazio alle voci della letteratura francofona?

Come dicevo, si tratta di ragioni personali. Ho acquisito da ormai vent’anni la nazionalità francese, ho abitato per anni a Bruxelles e a Parigi, i miei figli sono binazionali e bilingue. Parlo o scrivo in francese molte ore al giorno, mi capita anche di pensare e sognare in questa lingua. Una sorta di doppia identità che, talvolta, rende difficile distinguere dove finisce una cultura e dove inizia l’altra. Accanto a questi fattori sentimentali, vi è anche una grande passione per la cultura francese e per la letteratura in lingua francese. La Francia è di certo dominante, ma trovo molto interessanti anche gli autori maghrebini e quelli dell’Africa occidentale. La francofonia offre un bacino davvero immenso in cui pescare talenti già noti o ancora sconosciuti nel nostro paese. Inoltre il lettore italiano tende ad avere un’opinione non sempre positiva riguardo la letteratura francese, tacciata di essere ampollosa, troppo impegnata politicamente o incline all’astrazione stilistica. Una generalizzazione assolutamente da smentire…

Quali sono i vostri programmi editoriali?

Continueremo a pubblicare in parallelo con i due marchi editoriali: WhiteFly Press (letteratura “controcorrente” italiana ed estera, con una predilezione per gli autori americani) e Vague (letteratura francofona). In entrambi i casi proseguiremo con poesia, narrativa, teatro, auto/biografie, senza escludere incursioni nel libro per l’infanzia. Sul fronte WhiteFly Press, tra le prossime uscite posso citarvi l’italianissimo attore e drammaturgo Ivano Marescotti e gli americani Dan Fante, Stephen Amidon (autore de “Il capitale umano” e sceneggiatore di “Ella&John”) e Mark Safranko, una nostra scoperta.  Con Vague, invece, lasceremo per un istante la Francia per dedicarci all’Algeria e alla Svizzera. Ma non vogliamo svelare proprio tutto, giusto?

Una casa editrice è anche un’impresa. Da cui, legittimamente, ci si aspetta un ritorno economico. Come affronta questo aspetto un “piccolo” editore?

Accettando il rischio imprenditoriale, modulando la sua produzione in funzione di benefici e costi, ma anche scommettendo sul proprio lavoro e sul talento degli autori scelti, studiando le tendenze, anticipando i desideri del lettore e ideando nuove strategie di vendita. Di certo un editore, in quanto imprenditore, non può limitarsi a pubblicare ciò che piace a lui. Deve cercare di sposare il proprio gusto a quello del “lettore tipo” che ha individuato come suo target. Un editore piccolo deve essere più intraprendente di uno grande se vuole, non solo sopravvivere, ma tentare di emergere: tenersi costantemente informato, uscire dai confini nazionali anche se è più complicato e oneroso, accaparrarsi novità e diritti, promuovere partnership istituzionali e coedizioni, ottenere la qualità tipografica al miglior prezzo, ridurre al minimo i costi fissi, puntare sulla promozione e sulla vendita diretta, senza intermediari. Purtroppo la nota dolente per i piccoli editori resta la distribuzione la cui scelta, decisamente penalizzante dal punto di vista della percentuale da essa richiesta (55-60% sul prezzo di copertina), è tuttavia obbligata. Per questo mi sento di ribadire che la maniera più efficace per sostenere gli editori indipendenti è quella di acquistare i libri direttamente da loro.

E veniamo al libro di Beigbeder. Come mai la scelta di pubblicare per la prima volta in italiano il suo libro d’esordio?

È presto detto. Intanto perché abbiamo un debole per i libri d’esordio di scrittori che, nel tempo, hanno confermato il loro talento e hanno saputo distinguersi. Ritengo anche sia interessante seguire l’evoluzione della scrittura di un autore, sia dal punto di vista delle tematiche che dello stile. E poi, spesso, in un’opera prima, accanto alle inevitabili imperfezioni e ingenuità dovute all’inesperienza, vi sono però la freschezza, l’entusiasmo e la libertà tipici di chi non ha ancora nulla da perdere e tutto da raccontare. E poi, in tutta onestà, volevo a ogni costo pubblicare un’opera di Beigbeder ed è stato possibile abbordare, con una certa facilità, il suo primo editore, La Table Ronde di Parigi, per negoziare l’acquisizione dei diritti. Tutto è bene quel che inizia e finisce bene…

Un libro che parla della Parigi della fine degli anni ‘80, di un certo modo di vivere tra feste e riviste patinate cosa ha ancora da dire ai lettori di oggi? In cosa Beigbeder continua a essere attualissimo?

Un libro come questo è una piccolo saggio di costume, un “Come eravamo” letterario. Racconta la Parigi bene su cui spesso, anche noi italiani, abbiamo fantasticato: i locali e i club privé all’ultima moda frequentati dalle star e dalla crème intellettuale, l’eleganza a gogo, le feste e i festini dei bobo (bourgeois-bohème), il bon ton misto agli eccessi, ma soprattutto la spensieratezza, la leggerezza, la voglia di uscire e divertirsi. Nella capitale francese ormai non si respira più quest’atmosfera, il susseguirsi di attacchi terroristici ha profondamente incupito l’indole degli abitanti della ville lumière. Per quanto si voglia continuare a uscire e mostrare che il terrore e la violenza non l’hanno avuta vinta su questo popolo battagliero, qualcosa si è spento, è un’evidenza non appena si mette piede nella metropolitana, in una brasserie o in una sala da concerti. Beigbeder, in questo suo diario del tempo che fu, ci consente di ricordare o, per chi non l’avesse conosciuta in quegli anni magici, d’immaginare quella che è stata davvero una vie en rose.

Di attuale trovo ci sia la voglia che anche i giovani di oggi hanno di spassarsela. Sono cambiate le modalità, certo, ma c’è forse, ancora più di un tempo (il tempo della mia giovinezza), il bisogno di divertimento, di amore, di futuro. E poi quella di Beigbeder è una scrittura con il grande dono di saper “agganciare” svariate categorie di lettori, compresi i giovani. Mio figlio, di quindici anni, lo ha trovato esilarante… ma soprattutto si è divertito di più a leggere un libro che a guardare un video su youtube!

E sempre di attualità è l’eterno dilemma, che emerge con ironia e autoironia nelle pagine delle Memorie, tra essere e apparire. E l’autore, nella vita come nella scrittura, sembra impersonificare alla perfezione, senza veramente risolverla, questa questione a cui nessuno di noi sfugge.

Tu di questo libro sei anche la traduttrice. Quali sono le difficoltà maggiori incontrate nella traduzione. Perché Beigbeder è solo in apparenza facile ma, in realtà, ha un registro che varia molto dal ricercato al quasi da calembour.

In effetti, dal punto di vista della traduzione, è un libro “traditore”: sembra facile ma non lo è. Il soggetto “leggero” non deve trarre in inganno. Lo stile di Beigbeder è falsamente alla portata di tutti. Il suo stile è ricco di doppi sensi e calembour, giochi di parole basati sulle omofonie, citazioni letterarie parafrasate alla sua personalissima maniera, ma soprattutto abbondano i riferimenti  alla cultura, alla società e ai costumi tipicamente “franco-francesi”, per lo più sconosciuti al lettore di un altro paese, e che spaziano dalla letteratura colta all’argot, dai proverbi agli slogan pubblicitari, dalle canzoni ai programmi televisivi, dai personaggi del teleschermo alle pietanze. Per cogliere le sfumature e le allusioni, più o meno velate, occorre essere ben intrisi di cultura, ma soprattutto, di vita alla francese. In alcuni casi abbiamo deciso di comune accordo di trasformare completamente la forma, senza tradirne il senso, oppure d’introdurre delle note a piè di pagina per facilitare la comprensione al lettore italiano.

Secondo te, chiaro che sia una tua opinione, ma perché anche chi ha pubblicato altri suoi testi ha ignorato questo?

Perché, come nel caso di Beigbeder, si tratta di grossi editori e i grossi editori inseguono le ultime produzioni di un autore e i suoi libri premiati. È una corsa alla novità, destinata comunque a durare ben poco per fare posto all’”ultimo nato”. Il mercato dei diritti è in mano agli agenti, si compra e si vende mercanzia, l’essere umano è in secondo piano. Lo dimostra il fatto che anche per autori esteri di questo calibro i gruppi editoriali italiani non sono realmente interessati a far conoscere l’autore, inteso come persona, non investono più di tanto nella promozione, non organizzano tour in Italia (a differenza di Vague che avrà il piacere di portare Beigbeder e le sue Memeorie in giro per l’Italia per una settimana a fine febbraio!). Sembra quasi una scelta obbligata pubblicare le ultime opere degli autori più venduti negli altri paesi. Noi ci poniamo su un altro terreno (sarebbe una lotta contro i mulini a vento pensare di fare concorrenza): quello della ricerca consapevole, e a volte sudata, di quei libri e quegli scrittori con i quali non può che scattare il colpo di fulmine e magari anche un rapporto di amicizia.

Ecco il calendario delle presentazioni

  • Lunedì 25/02 PALERMO

ore 18.30  Libreria Modus Vivendi

Dialogano con l’autore:

ERIC BIAGI – Direttore Institut Français di Palermo

FRANCESCO PAOLO ALEXANDRE MADONIA – Docente dipartimento Scienze Umanistiche (UNIPA)

GABRIELLA MONTANARI – Editrice e traduttrice (Vague Edizioni)

  • Martedì 26/02 NAPOLI

ore 20 Mediateca dell’Institut Français di Napoli

Dialogano con l’autore:

LAURENT BURIN DES ROZIERS – Console Generale / Direttore dell’Institut Français di Napoli

ANTONELLA CILENTO – Scrittrice e giornalista

GABRIELLA MONTANARI – Editrice e traduttrice (Vague Edizioni)

  • Mercoledì 27/02 ROMA 

ore 19 Libreria Trastevere

Dialogano con l’autore:

FABRIZIO D’ALESSANDRI – Leggo Letteratura Contemporanea

GABRIELLA MONTANARI – Editrice e traduttrice (Vague Edizioni)

  • Giovedì 28/02 FIRENZE

ore 18 Institut Français Firenze

Dialogano con l’autore:

MANON HANSEMANN – Direttrice dell’Institut Français di Firenze

TITTI GIULIANI FOTI – La Nazione

GABRIELLA MONTANARI – Editrice e traduttrice (Vague Edizioni)

  • Sabato 02/03 TORINO

ore 18 Libreria Luxemburg

Intervengono:

l’autore FREDERIC BEIGBEDER

GABRIELLA MONTANARI – Editrice e traduttrice (Vague Edizioni)

ore 21 Circolo dei Lettori

Dialogano con l’autore:
GABRIELLA BOSCO – Professore ordinario di letteratura francese (UNITO)
STEFANO VITALE –   Poeta e critico letterario
GABRIELLA MONTANARI – Editrice e traduttrice (Vague Edizioni)

Memorie di un giovane disturbato Book Cover Memorie di un giovane disturbato
Frédéric Beigbeder
Narrativa
Vague Edizioni
2019
108