Piero Dal Bon è poeta, saggista, critico letterario. Tra le sue pubblicazioni, volumi anche collettanei su Volponi, Pirandello, Papini, Pavese, Ungaretti, Primo Levi e testi di Moresco di cui ha fatto traduzioni e scritto prefazioni e postfazioni

Furibondiadi

Di sbieco

Un’altra volta ho portato a spasso

la mia sulfurea eccentricità

raminga, segretamente laboriosa,

ma a vista nuda e plateale, agli

occhi della gremita occhiuta e

perplessa tribuna, fannullona e

scioperata, per la strada di questa

metropoli catalana nella qualche

vivacchio a più non posso, senza

riconoscere né le strade nè le

case,

se non qualche davanzale fiorito,

se non qualche semaforo verde.

Fissavo, introflesso e di sbieco, la

mia interiorità assente, o

baluginante di inesistenze e vivide

presenze, lampeggianti piraña

dello spirito, chiedendomi se stavo

male o bene, la quale era forse,

e di prematuro ormai, l’unica

domanda che mi importava,

insieme a come

sarei finito. Male, mi sogghignava il

mio fatuo deragliamento di perso

in altri cieli d’esilio disvoluto;

sviandoti, incalzava il il caparbio

e occhiuto diavolo della

dispersione che scompigliava le

carte e

sbalestrava vari uccelli policromi

davanti agli occhi del fosco ed

ilare pènsiero.

Sono tornato, con minuscole

sapienze orientali, biascicate, nella

casa nella quale dormo, e respiro

a fatica (dirla mia, sarebbe

pretenzioso, e il mio friggere,

situazionista, di azzurra anarchia

sovversiva s’inarbolerebbe; lei

abita me, o mi disabita,

riempendosi

di tutti quei libri -che tolgono la mia

voce vera, o la rendono afona

e sbiadita; e invorticata, con fili

spessi di ragnatele altrui- nella

boccetta della lampadina a

sinistra: libri…. amici o nemici,

complici di un ritiro e di un

assopimento, scaltrissimo e

lesto…?).

Accompagnato dalla violacea

angustia del sarcasmo ho voluto

rimpiangere, appena istrionico

nell’esibizione del nervo del

sentimento, attimi di

sprofondamento infantile, quando

uno è tutto

dentro l’istante: il tempo è da un

bel po’ che è andato in frantumi,

e uno si chiede se prenderlo o

perderlo sia la filosofia migliore

(d’accordo, voi attenti, si potrebbe

chiosare distinguere: ma il

sofisma e il sofisticato meditare

tradirebbero la salutare

immediatezza magnanima; e

invischierebbero con le lamette

aguzze

dell’analisi crudele, il vivido

palpitare dentro il cosmo ruotante,

dall’essenza immobile).

Con diligenza impettita e irrigidita,

allora, sollecito al richiamo

dell’angelo custode, fredde le dita,

occupate dal gelo stesso della

morte, mi sono chinato al lavoro,

con il vestito buono, e le scarpe in

ghingheri. Ora scrivo e questo mi

separa da quello che vivo, ma mi

ridona pure alla vita, la quale è sì

sconosciuta, ma pure generosa,

infinita; o così mi dice la scala, di

traverso, appoggiata a quella

colonna, a due dita dal mare, nel

mondo rotondo, che trasecola,

assai

di soppiatto, compiaciuto di sé,

nella propria abbondanza di

mándala,

balzano e transitorio.

*******

 … e la vita, ballerina

degnissima, se ne va, scorre

via. impercepita e frigida, mentre

lui, attorto di vacuo, pensa che il

passo che fa, non

sia il passo, e lo sguardo che

guarda, sia esso timido o timorato

o

audace o temerario, non sia lo

sguardo ma un’ipoteca di futuro,

che

si appaga di concatenazioni,

successioni immaginate, catene e

filamenti.

Si vive come se ci fosse tempo, o

se il tempo fosse tempo compatto,

mentre fiochi friabili minuti lo

attraversano invisibili, di spine e

chele, aghiformi trapassi

ammutoliti, e lui si affretta e tenta

con

ferita premura, zelante di ghermire,

con il vuoto nelle lastre delle

dita, nel respiro lieve di

spolverante gelo, con il braccio

veloce, di

dissolvenze aeree: e, applicato,

dilata e concentra e elude e

rimanda.

E addio gli dicono gli esperti dei

gufi, addio le nuvole in polvere e

le cerule titubanze della fermezza,

addio le impervie sonate delle

lontananze, e lo scroscio delle

aspirapolveri, e le felci e le

vacanze

dei presunti.

Si sa che l’attesa corrode la

presenza e depotenzia la realtà, la

sottrae e sfigura. Ed è crudele il

domani di chi non conosce l’oggi, e

ignora, o misconosce, il dominio.

Ma conoscere è tagliare, e non ci

vuole il taglio, ma il laccio e il

passo, quel passo, il respiro di

un fiato fioco, quel fiato di soffice

respiro e neve che asseconda le

pieghe del possibile e possiede

flessuosità che non inciampano,

ma

contano su una appartenenza

sfilacciata, che si svita

nell’abbraccio svagato che

interrompe; precisamente così,

proprio in

questo modo, davvero bene.

L’immagine di copertina è The shipwreck di William Turner, 1805

Presa da Artribune