Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Fredrik Sjoberg, scrittore, biologo, entomologo e collezionista di mosche, in questo L’arte della fuga, ci insegna una cosa fondamentale e cioè che per raccontare qualcosa il modo migliore è non limitarsi a raccontare quella cosa. Ma intessere più storie, più fili, in un andirivieni di messe a fuoco e allontanamenti di sguardo. È quello che accade in questo straordinario L’arte della fuga, sulle tracce di un altro “eroe” dimenticato. Se nel suo Il re dell’uvetta Sjoberg ci aveva raccontato Gustav Eisen, studioso di infinite curiosità, scrittore di racconti, creatore del Sequoia National Park negli USA ( e molte altre cose) in questo ultimo libro l’eroe dimenticato è Gunnar Widforss, pittore tanto sconosciuto nella natia Europa quanto amato negli USA, dove divenne il “pittore dei parchi nazionali”

Con questo aggraziato, ironico e meraviglioso L’arte della fuga ci troviamo davanti a qualcosa che non è una semplice e classica biografia. Siamo, semmai, quasi nel racconto di un’amicizia che non si cura dei salti temporali, dell’impossibilità di un incontro fisico. Un’amicizia,chiamiamola così, nata casualmente perché, come scrive Sjober proprio in apertura del suo libro: “Le storie, semplicemente, cominciano. Raramente si sa dove, e quasi mai perché.”

Eccoci dunque al cospetto di un uomo la cui passione per i paesaggi risale, probabilmente alla sua infanzia e alle lunghe estati trascorse in un arcipelago a nord di Stoccolma. Qui, in un’atmosfera quasi trasognata, il giovane Gunnar imparerà a guardare, a osservare, il mare, la luce, la natura.E, sarà proprio questo osservare, la cifra della sua pittura che, proprio per questa quotidiana frequentazione diverrà non solo un modo di stare al mondo ma anche una pittura priva di affettazione, apparentemente semplice eppure straordinariamente ricca. Ma come poteva, un pittore così, avere fortuna in un’Europa in cui il modernismo aveva i nomi di Picasso o di Matisse? Per chi faceva della pittura letteralmente una scrittura della luce, l’ambiente non era favorevole. Da questo e da altro che verremo a sapere alla fine del libro,inizia un peregrinare tra ricerca artistica e sopravvivenza economica. Gunnar sarà in Unione Sovietica poi in Svizzera, in Francia e negli Stati Uniti. E sarà qui che Widforss troverà materia per i suoi acquerelli e per la sua indole.

Sjoberg ci racconta tutto ciò raccontandoci storie e aneddoti della storia americana non per creare una coreografia tout court ma per creare quegli intrecci di storie e destini che immergono la vicenda di un uomo in quella di una nazione. E non si pensi ad una elegiaca narrazione della wilderness americana. Non mancano pagine assolutamente critiche verso quella sorta di ipocrisia che ha portato a creare aree protette e parchi nazionali con la stessa mendace ipocrisia con cui si sono create le riserve per gli indiani d’America.

L’arte della fuga è, per certi aspetti, un libro on the road in cui la strada non è solo quella che fisicamente l’autore percorre tra Colorado, Arizona e Nevada in mezzo ai luoghi amati e dipinti da Widforss, ma anche quella tracciata da curiosi episodi come la carovana di cammelli da cui nascerà la mitica Route 66 o la nascita del chewing gum. Da grande narratore quale è, Sjoberg mette insieme elementi lontani nel tempo o vicini, costruendo un canovaccio che è meraviglioso “miscuglio” di romanzo, reportage, biografia,riflessione sul rapporto tra uomo e natura, indagine per seguire le tracce di questo pittore.

L’arte della fuga è sì la storia di Widforss, di lui parla. Ma, e qui è la magia e la grandezza del suo autore, è anche un libro che ci parla di Sjoberg mentre ci parla di Widforss. E lo fa proprio con una certosina ricerca da entomologo sorretto da una scrittura da grande narratore. Ma lo fa,ancor più, con un rispetto che non viene mai meno. C’è una sorta di pudore nell’indagare di Sioberg nella vita di Gunnar, nelle sue lettere, nelle parole delle persone a lui legate. Rispetto che si accompagna alla responsabilità di raccontare. Perché questa storia avrebbe anche potuto non esserci, un puro casone è stato la miccia iniziale. E questo dice molto sul potere della letteratura.

L'arte della fuga Book Cover L'arte della fuga
Fredrik Sjoberg. Trad. di Fulvio Ferrari
Biografia.
Iperborea
2017
187