Fabio Orrico vive e lavora a Rimini dove è nato nel 1974. Ha pubblicato le plaquettes L'angolo (2000) e 20 poesie sullo spaesamento (2002), le raccolte di poesie Strategia di contenimento (Giulio Perrone Editore, 2005) e Della violenza (Fara editore, 2017). Insieme a Germano Tarricone ha scritto il thriller Giostra di sangue (Echos edizioni, 2015) e il noir Estate nera (Golem editore, 2017). Per Eroscultura è uscito nel 2016 il romanzo Il bunker in formato ebook. Scrive di cinema sul blog zonadidisagio.wordpress.com e di letteratura su scrittinediti.wordpress.com.

KURT SUTTER OVVERO AMLETO TRA I MOTOCICLISTI

Se volessimo teorizzare una politique des auters per la serialità televisiva come per il cinema, con gli showrunner al posto dei registi, sicuramente Kurt Sutter sarebbe una figura immediatamente identificabile: da Sons of anarchy (d’ora in poi SoA) al suo spin off Mayans MC passando per lo sfortunato The bastard executioner, temi e preferenze di Sutter si delineano con grande precisione e si mostrano assai facili da cogliere (e non solo perché due serie su tre raccontano il microcosmo dei bikers e la terza ne riproduce le forme in un contesto medievale). In questo senso assolutamente coerente è il suo apprendistato in The shield, bellissima serie poliziesca creata da Shawn Ryan nella quale il nostro era attivo come sceneggiatore ma anche come attore nel ruolo di un boss della mafia armena. Dalla creatura di Ryan peraltro deriva lo spirito genuinamente pulp che anima le serie sutteriane e molti sono gli omaggi, culminanti col cameo del protagonista di The shield, Michael Chiklis, nell’ultima puntata di SoA. Quest’ultima è la creatura più famosa di Sutter. Sette stagioni per raccontare le vicende dei SAMCRO (acronimo che sta per Sons of Anarchy Motorcycle Club Redwood Original) e in particolare la storia di Jackson Teller, figlio del fondatore del club al centro di una trama ricalcata direttamente sull’Amleto scespiriano. Sua madre Gemma ha infatti causato la morte del padre di Jackson favorendo la leadership del suo amante Clay. Da qui parte una logorroica, inesausta teoria di colpi di scena, cliffhanger, agnizioni, tradimenti, doppi e tripli giochi che segnano la serie nel nome di un’idea di narrazione forte, massimalista, concentratissima. Tutto sembra labirinticamente gravitare su Gemma Teller, il personaggio più dirompente, vera e propria regina del caos impegnata a gestire il groviglio di follia e violenza che si dipana all’ombra dei segreti di famiglia. Come è evidente anche solo da questo breve riassunto, partendo da modelli alti (Il bardo, niente meno), Sutter imbastisce quella che secondo le sue parole è “una soap opera adrenalinica, una pulp fiction sanguinosa con personaggi altamente complessi”. In effetti di volta in volta sottotraccia o in modo più o meno evidente troviamo nel suo lavoro la memoria dei B-movie di Roger Corman e Al Adamson, le mitologie di Jack Kerouac e del movimento hippie californiano e, più di ogni altra cosa, il western, cui Sutter allude continuamente fino a sottolinearne (e a volte ribaltarne) i segni grafici: spazi aperti inquadrati in campo lungo e lunghissimo, le moto al posto dei cavalli, i motociclisti come nuovi nativi americani fieramente schierati contro ogni ordine e autorità riconosciuta che non sia quella del club. D’altra parte che il western sia qualcosa di più che un semplice riferimento lo dimostrano i numerosi prelievi dal cast di Deadwood serie-capolavoro firmata da David Milch che ha proprio la frontiera come scenario di una storia di rapacità e fondazione: Dayton Callie nel ruolo chiave dello sceriffo Wayne, connivente con i loschi affari dei bikers e innamorato non corrisposto di Gemma, Kim Dickens in un ruolo di maitresse d’alto bordo in entrambe le serie, Paula Malcomson là prostituta qui pasionaria dell’IRA, il villain della terza stagione Titus Welliver e Ray McKinnon nei panni di un agente della DEA che peraltro ritroveremo nel cast dello spin off Mayans MC, serie tuttora in corso centrata sul club del titolo che più volte ha incrociato le strade dei Sons, in pace e soprattutto in guerra. Se SoA descriveva l’aristocrazia dei bikers raccontando le alte sfere del club, Mayans MC ha per protagonista un prospect, una recluta costretta a inserirsi fra i membri delle gang in affari col narcotraffico. Ambientata sul confine tra Stati Uniti e Messico, Mayans MC è forse ancora più cupa e violenta della serie-madre e, grazie anche all’ambientazione messicana, si ammanta di un epos oscuro e disperato che a tratti richiama alla memoria addirittura le atmosfere del cinema di Sam Peckinpah. Rispetto al prototipo poi Sutter (qui affiancato dal coautore Elgin James, autentico ex motociclista legato a una gang) sembra volersi addentrare in una rete di connivenze più estesa che ai soliti gruppi criminali contrappone organizzazioni insurrezionali clandestine nonché addirittura la Chiesa, descritta senza sconti o simpatie nel suo mostrarsi reverente al potere terreno prima che spirituale. In quest’ultima serie si ha l’impressione che Sutter abbia lasciato margini di libertà maggiori ai suoi collaboratori, tanto che a volte si percepisce con una certa chiarezza la mano registica dietro al singolo episodio e, in questo senso, i picchi della stagione sono serviti da Norberto Barba, abilissimo regista del pilot e di quasi tutti gli episodi ma, naturalmente, il senso opprimente di tragedia dell’onore che informa il racconto è sutteriano al mille per cento.