Roberto Cocchis, classe 1964, nato a Bari, cresciuto a Napoli, oggi residente nel Casertano dopo aver trascorso molti anni nel Nord Italia. Diversi lavori svolti nella vita, attualmente insegnante di ruolo nel licei. Redattore di "Vanilla Magazine" e di "Cronache Letterarie". Autore di alcuni libri, tra i quali i più importanti sono il romanzo "A qualunque costo" e il volume di racconti "Il giardino sommerso", entrambi pubblicati da Lettere Animate Editore.

Ellery Queen, serie tv cult, e il suo protagonista Jim Hutton

Di Roberto Cocchis

Uno degli anglicismi più diffusi nella nostra lingua, anche perché di uso ubiquitario nel mondo, è “cult”. Si intende come “cult” un qualsiasi prodotto culturale che nel tempo si sia affermato nell’immaginario popolare per la sua esemplarità e per il suo successo trasversale. Raramente qualcosa nasce già “cult” sin dalla sua presentazione: più spesso i “cult” iniziano in sordina e diventano tali solo dopo, quando ci si rende finalmente conto di quanta gente li conosce e li preferisce a qualsiasi altro prodotto dello stesso genere.

Spesso, infatti, i “cult” nascono come fallimenti o come prodotti quasi di scarto, realizzati nella massima economia e senza molte pretese. In un certo senso, forse, è proprio questo basso livello di aspettative su di essi che determina le condizioni adatte alle loro affermazione: chi lavora alla loro produzione non è ossessionato dall’obiettivo del successo a tutti i costi ed è libero di esprimere il proprio talento e la propria originalità, se ne possiede.

Un classico esempio di “cult” è il “cult movie” che rappresenta l’archetipo di tutti i migliori noir e le più classiche detective stories cinematografiche, Il mistero del falco. Dall’uscita del romanzo originale di Dashiell Hammett, ne erano state già tratte due versioni, entrambe piuttosto stereotipate ma di discreto successo. La stessa major che le aveva realizzate, la Warner, nel 1941, decise di investire una modesta somma per girare un nuovo remake perché colpita dalla qualità del testo proposto dallo sceneggiatore John Huston, che fu incaricato della regia. Con poco tempo e pochi soldi, Huston preferì girare tutto il film nei teatri di posa, ampliando lo spazio con inquadrature inclinate simili a quelle usate da Orson Welles in Quarto potere e ottenendo così un’ambientazione cupa e claustrofobica che avrebbe colpito molto sia il pubblico sia la critica. Poiché le principali stelle della Warner, George Raft e Geraldine Fitzgerald, non erano molto entusiaste di essere dirette da un regista esordiente, Huston finì per ripiegare per i ruoli di protagonisti su due attori di seconda scelta, Humphrey Bogart e Mary Astor, che però alla prova dei fatti si rivelarono parecchio superiori agli acclamati divi. Anche altri attori ingaggiati tra i suoi amici (compreso suo padre, Walter Huston) diedero prove eccellenti. In pochissimo tempo, quello che doveva essere un filmetto senza importanza si trasformò in un capolavoro e nel capostipite di un intero genere, che ha ancora un grande successo ora che sono passati quasi 80 anni.

In Italia, a fare i “cult” è molto più spesso la televisione di qualunque altro media. Film che al cinema sono passati quasi inosservati possono richiamare un pubblico affezionato che non si stanca nemmeno di parecchi passaggi consecutivi. Fiction o altri prodotti senza molte pretese possono determinare l’inaspettato successo dei libri da cui sono tratti. Per non parlare dei prodotti televisivi originali.

Se si va a fare una ricerca su Google, inserendo le parole “Ellery Queen”, la prima cosa che salta fuori per l’utente italiano è sempre il telefilm degli anni ’70, molto più famoso e conosciuto di qualunque altra cosa legata alla stessa firma (che comunque sarebbe meglio considerare un brand, e vedremo perché). Chi ha memoria degli anni successivi ad allora, ricorderà molto probabilmente come la moda dei nerd del tempo proponesse spesso dei look il cui pezzo forte erano il “cappello alla Ellery Queen” o “la giacca alla Ellery Queen”, o addirittura entrambi portati insieme, che inevitabilmente facevano colpo su tutte le ragazze che, dietro un’apparenza da secchione, nascondevano un animo romantico.

Peraltro, anche oggi, quando passano per la tv, quei telefilm richiamano sempre un affezionato pubblico, di consistenza tutt’altro che ridotta. Anzi, più passa il tempo, più appare evidente la bravura e la professionalità di quelli che ci lavorarono e la genialità delle loro trovate per sorprendere garbatamente gli spettatori.

Eppure, c’erano già state altre serie tv (oltre a moltissime serie radiofoniche precedenti) dedicate a Ellery Queen. Il network televisivo NBC lo produsse piuttosto svogliatamente e, nonostante il buon successo e la rapida vendita del prodotto in tutto il mondo, lo cancellò dopo una sola stagione e appena 23 episodi. Quando poi la persistenza del successo indusse i manager della NBC a tornare sulla loro decisione e farlo ripartire, una tragica circostanza lo rese impossibile.

Ellery Queen fu una serie nata dall’iniziativa di due geniali produttori, Richard Lewinson e Willliam Link, creatori anche del tenente Colombo e di altri importanti telefilm polizieschi. I due erano sempre stati appassionati ascoltatori dei radiodrammi di Ellery Queen trasmessi negli anni ’50 e pensarono di sceneggiare per la tv alcuni dei racconti da cui questi erano stati tratti. 

Prima di andare avanti, però, dobbiamo fare almeno qualche riferimento a Ellery Queen. Chi è, Ellery Queen?

Come dicevamo prima, Ellery Queen è nato come una firma ma poi si è trasformato in un brand. Nel 1928, due cugini newyorkesi, Frederic Dannay e Manfred Lee, nati entrambi nel 1905, grandi amatori dei romanzi della serie di Philo Vance di S.S. Van Dine, parteciparono a un concorso per un romanzo giallo inedito bandito da un editore. Il loro romanzo (che in Italiano si intitola La poltrona numero 30) si piazzò al primo posto ma, prima che fosse pubblicato, la casa editrice cambiò proprietari e i nuovi venuti preferirono rescindere il contratto. I due cugini non si persero d’animo e si rivolsero ad altri editori, finché uno di questi, Stokes, accettò il libro, pubblicandolo nel 1929.

Questo primo romanzo contiene già quasi tutti gli elementi di quello che poi i critici hanno definito il “canone Ellery Queen”: autore e detective hanno lo stesso nome, il crimine è avvenuto con modalità parecchio insolite, le prove sono contrastanti, la polizia (di cui fa parte il padre del detective, ed ecco spiegata la sua assidua presenza sulle scene dei crimini) brancola nel buio e, una volta esposta quasi tutta la trama, il detective riassume tutti gli elementi in suo possesso e propone una “sfida al lettore”.

La formula era molto buona e la serie andò avanti per un decennio con pochi intoppi. Uno di questi si ebbe quando qualche amico fece notare a Dannay e Lee che “Ellery” e “Queen” erano due termini che in gergo connotavano gli omosessuali. I due, che non ne sapevano nulla, si affrettarono a cambiare la natura del loro detective, che fino ad allora era stato un raffinato e algido snob alla Philo Vance: alcuni romanzi furono preceduti da una introduzione, attribuita a un amico di Ellery, J.J. McC., in cui si spiegava che i fatti risalivano ad anni prima e che ora Ellery si era ritirato in Italia ed era diventato un sereno padre di famiglia; trovarono molto più spazio i personaggi femminili, con cui Ellery intratteneva rapporti galanti, il più importante dei quali è la sua segretaria, la frizzante Nikki Porter. Purtroppo Nikki Porter è stata soprattutto un personaggio radiofonico, e nei romanzi ha sempre trovato poco spazio.

Tra la fine degli anni ’30 e i primi anni ’40, Dannay e Lee, che intanto avevano fondato una rivista di racconti gialli, Ellery Queen’s Mystery Magazine (che ha avuto anche qualche edizione italiana tra gli anni ’50 e gli anni ’60 e poi in appendice ai Gialli Mondadori), si stufarono di ripetere sempre la stessa formula e cominciarono a scrivere romanzi più psicologicamente approfonditi, e spesso inquientanti. A questo periodo appartengono le loro migliori opere narrative, in particolare quelle del cosiddetto “ciclo di Wrightsville”, ambientato in una cittadina di provincia ispirata alla Spoon River di Edgar Lee Masters e alla Piccola Città del dramma omonimo di Thornton Wilder, tra le quali il titolo più importante è Dieci incredibili giorni, un mystery psicanalitico del 1948 che fu successivamente trasposto nel 1971 da Claude Chabrol in un film di notevole successo, interpretato tra gli altri da Orson Welles e da Anthony Perkins. Al di fuori di Wrightsville, il testo più notevole è Il gatto dalle molte code che affronta, forse per la prima volta, il tema del serial killer in un ambiente urbano e congestionato.

Dannay e Lee firmavano, oltre che i romanzi, anche una miriade di racconti, che si prestavano facilmente a essere tradotti in telefilm o originali radiofonici.

Il grande successo della rivista finì per assorbire completamente Dannay, quindi a occuparsi dei romanzi restò solo Lee, che ben presto entrò in crisi creativa. Ma la ditta aveva molte risorse da sfruttare, tra i tanti scrittori che pubblicavano regolarmente sulla rivista, e ne assunse a turno parecchi come ghostwriter. Ed erano sempre scrittori di un notevole livello, come Theodore Sturgeon (uno dei maestri della Science Fiction americana), Edward Hoch, Talmage Powell, Richard Deming o altri, già ampiamente noti con il proprio nome (quasi tutti tradotti più volte in Italiano). L’ultimo romanzo che si può ascrivere direttamente alla coppia è un eccellente incursione nel mito di Sherlock Holmes, Uno studio in nero.

Parallelamente al ciclo di Ellery Queen, i due cugini ne portarono avanti un altro, con protagonista il maturo attore Drury Lane, servendosi della firma Barnaby Ross.

La morte di Lee, nel 1971, interruppe la serie dei romanzi. Dannay gli sopravvisse fino al 1982.

Alla radio, Ellery Queen ebbe un successo profondo e duraturo. Quando cominciò ad affermarsi la televisione, comparvero, entrambe negli anni ’50, due diverse serie di telefilm, che però non lasciarono una grande traccia.

Nel 1971, fu prodotto un tv movie di Ellery Queen interpretato da Peter Lawford. Il suo buon successo indusse la NBC a mettere in cantiere una nuova serie di telefilm, della quale fu realizzato un episodio pilota con lo stesso Lawford. Ma poi, quando si era pronti a partire, nel 1975, Lawford si tirò indietro e fu necessario trovare un sostituto. Ed è qui che entra in scena quello che per tutti resterà sempre il solo e unico Ellery Queen, Jim Hutton.

Hutton, che si chiamava James Dana Hutton, nato nel 1934, era un attore che da qualche tempo attraversava una fase piuttosto negativa della carriera, che peraltro non era mai stata troppo brillante. Figlio di un giornalista, non aveva mai conosciuto il padre perché i genitori avevano divorziato quasi subito. Era stato uno studente molto capace ma indisciplinato, capace di essere espulso da cinque scuole superiori prima di diplomarsi e successivamente da due università prima di decidersi a lasciare gli studi. Poi aveva provato a fare l’attore a Broadway vivendo in mezzo agli artisti del Greenwich Village, ma la sua situazione economica si era presto fatta talmente disastrosa da indurlo ad arruolarsi nell’esercito per sopravvivere.

Vista la sua prestanza fisica (196 cm di altezza), era stato quasi subito destinato a interpretare filmati che illustravano l’addestramento delle reclute. Era stato poi inviato in Germania, dove aveva fondato una filodrammatica militare e, con questa, tra gli altri testi, aveva messo in scena una riduzione del romanzo di Herman Wouk L’ammutinamento del Caine, già soggetto di un celebre film con Humprey Bogart e José Ferrer. In questa occasione, era stato visto recitare dal regista Douglas Sirk (che in realtà era tedesco e si chiamava Detlef Sierk, ma si era trasferito negli Usa in quanto antinazista) che stava facendo i casting per il film Tempo di vivere, a sua volta ispirato ad un famoso romanzo di Erich Maria Remarque. Sirk gli aveva proposto un ruolo nel film (quello di un soldato tedesco che si suicida perché sconvolto dagli orrori della guerra) e Hutton se l’era cavata benissimo, non sfigurando minimamente accanto al fascinoso e acclamato protagonista John Gavin e alla bellissima attrice tedesca Lilo Pulver, che a 39 anni sembrava ancora un’adolescente. 

Dopo l’uscita del film, a Hutton era stato proposto un contratto dalla Universal. Ma, nel tempo trascorso per completare la ferma militare, l’offerta era scaduta e, arrivato a Hollywood, Hutton si era ritrovato ancora disoccupato. Si era dunque affidato a un agente, che gli aveva procurato prima un ruolo in un telefilm della serie Ai confini della realtà e poi un provino per la MGM, che lo aveva subito messo sotto contratto. Il suo primo ruolo con la MGM era arrivato in un film pasticciato maldestramente tratto da un romanzo di Jack Kerouac, poi se l’era cavata bene in un film musicale adolescenziale di successo, La spiaggia dei desideri.

Sebbene l’ufficio pubblicità della MGM provasse a lanciarlo come il nuovo James Stewart facendo leva sulle tante similitudini nell’aspetto e nello stile recitativo tra i due, Hutton era rimasto sempre un caratterista, che lavorava soprattutto come spalla di divi più affermati. In questa veste aveva interpretato il suo film più famoso, Berretti verdi, una pellicola voluta da John Wayne per sostenere l’intervento americano in Vietnam. Di per sé, Berretti verdi non è male come film di guerra, ma la sua decisa presa di posizione ideologica (i vietcong presentati come belve assetate di sangue per puro sadismo e gli americani come dei filantropi interessati solo a difendere i civili. Fortunatamente la produzione era riuscita a tagliare alcune parti che, accusando apertamente Russia e Cina di sostenere i vietcong avrebbero provocato pesanti ricadute diplomatiche. Perfino gli stessi marines ingaggiati come consulenti tecnici si erano dissociati dal risultato finale) aveva provocato un notevole scandalo in tutto il mondo occidentale, e spesso il film era stato fatto oggetto di manifestazioni di ostracismo o di boicottaggi. Addirittura, qualcuno si è spinto a dire che il movimento pacifista americano contro la guerra in Vietnam sia nato proprio per reazione alla propaganda di Berretti verdi.

Dopo di questo, Hutton aveva lavorato quasi esclusivamente in tv, tra telefilm e tv movie, alcuni dei quali di buon livello, come Non aver paura del buio (1973), un horror che ricorda i primi racconti di Stephen King.

E poi, quasi come piovuta dal cielo, gli era arrivata l’offerta di fare Ellery Queen al posto di Lawford.

In Ellery Queen non c’era solo Hutton, ma anche una squadra di ottimi professionisti, tra i quali l’attore David Wayne che interpretava il padre poliziotto del detective, Richard Queen. Ogni telefilm si apriva con una sigla memorabile, al centro della quale c’era una scacchiera (riferimento alla “partita” che si sarebbe vista tra assassino e detective ma anche a un importante romanzo del ciclo di Wrightsville, Il Re è morto), accompagnata da una conturbante colonna sonora opera del jazzista Errol Garner. Ogni episodio durava 45 minuti e trovava il culmine del suo climax nella nuova versione della “sfida al lettore” in cui Hutton-Ellery “abbatteva la quarta parete” e si rivolgeva direttamente al pubblico ricapitolando tutte le prove e gl indizi. Per rendere un po’ più vivaci le storie, fu introdotto un nuovo personaggio, non presente nei libri, un tronfio attore dedito alle investigazioni dilettantesche, Simon Brimmer (interpretato da John Hillerman, un altro ex militare), puntualmente battuto da Ellery.

In Italia, gli episodi arrivarono alla rinfusa e, mentre Ellery fu doppiato solo da Pier Cesare Barbetti, Richard Queen ebbe tre diversi doppiatori e Simon Brimmer due. Ciò non impedì alla serie di raggiunegere altissimi livelli di audience e di gradimento.

Lo stesso era accaduto anche negli Usa, ma questo non era stato sufficiente alla NBC per mandarla avanti. La carriera di Hutton ne era stata rilanciata, ma solo a livello televisivo: il che era comunque meglio di niente.

Hutton, tra l’altro, aveva avuto una vita sentimentale molto turbolenta. Infaticabile tombeur de femmes fin da ragazzo, alla fine degli anni ’50, aveva avuto una relazione con un’attrice più volte sua partner in scena, l’incantevole Paula Prentiss, futura moglie dell’attore-regista Richard Benjamin, ma poi aveva sposato un’insegnante, Maryline Poole, da cui aveva avuto i figli Heidi nel 1959 e Timothy nel 1960, però aveva divorziato da questa dopo pochi anni. In seguito, aveva sposato Lynni Solomon, un’altra donna estranea al mondo dello spettacolo, e da lei aveva avuto nel 1971 una figlia, Punch, che oggi è giornalista di Vanity Fair, e pure stavolta aveva divorziato dopo poco. Tra i matrimoni e dopo di essi, mantenne una relazione intermittente, durata oltre quindici anni, con una modella e attrice pluridivorziata, Yvette Vickers, che aveva sei anni più di lui.  

Finalmente, nel 1979, la NBC prese atto del successo duraturo di Ellery Queen e cominciò a pensare a una nuova stagione. Hutton sarebbe stato entusiasta di partecipare ma, prima che il progetto potesse concretizzarsi, cominciò ad avere dei problemi di salute. Era sempre stato un uomo atletico e dinamico, ma adesso si sentiva sempre più debole e continuamente spossato, tormentato da problemi digerenti. In primavera la situazione si aggravò e Hutton si fece ricoverare in ospedale per accertamenti. Il 4 maggio arrivò la diagnosi: carcinoma epatico. Le sue condizioni si aggravarono così rapidamente che non fu possibile tentare nessuna terapia. Il 2 giugno 1979, solo quattro settimane dopo la diagnosi, Jim Hutton morì. Aveva compiuto quarantacinque anni due giorni prima.

Due anni più tardi, il figlio Timothy (che era cresciuto con la madre nel Connecticut ma a quindici anni si era trasferito dal padre a Hollywood per tentare anche lui la carriera di attore, senza comunque tralasciare gli studi) dedicò alla memoria di Jim Hutton l’Oscar per il miglior attore non protagonista vinto quell’anno per il suo ruolo nel film Gente comune, prima eccellente opera da regista del grande Robert Redford.  

L’immagine di copertina è tratta dalla serie tv Ellery Queen con Jim Hutton ed è presa da interlinea.com