Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

A pochi mesi dalla scomparsa di Alessandro Leogrande, Feltrinelli manda in libreria questo Dalle macerie, raccolta di articoli apparsi sul Corriere del Mezzogiorno. Sono articoli con cui Leogrande racconta direttamente dalle viscere della sua Taranto l’agonia politica e sociale di una città cannibalizzata dalla monocultura del siderurgico e da una politica incancrenita sul malaffare della speculazione economica e sociale insieme.
Articoli da cui appare drammaticamente evidente come i germi di quanto andiamo constatando oggi Leogrande li avesse già visti e compresi con anticipo. Col fiuto del giornalista certo, ma anche e soprattutto con la sua capacità di accogliere la complessità delle cose. Leogrande era un cronista per il quale, come scrive giustamente Angelo Ferracuti, il “giornalismo era pratica politica di cittadinanza attiva.” Cronista-narratore che aveva capito come fosse necessario “schierarsi” senza che questo gli facesse perdere di vista la responsabilità di guardare senza faziosità. Gli articoli raccolti in questo libro sono reportage di alto valore civile e di alta letteratura al contempo, attraverso i quali Leogrande ci mostra come la semplificazione sia stato e, per certi versi sia ancora, il male supremo che conduce ad una pressoché totale mancanza di analisi.
Leogrande aveva con Taranto un rapporto quasi carnale, corporeo e, proprio per questo si è immerso nelle viscere sanguinanti della sua città, restituendocene un ritratto per molti aspetti paradigmatico dell’involuzione socio-politica dell’intero nostro paese. Sulla scia dei suoi maestri, Salvemini e Fiore, e sull’onda di quel meridionalismo di frontiera e mai stereotipato, Leogrande ci racconta la storia di una città stratificata, violentata da una sconsiderata e miope politica industriale che, non tenendo conto del territorio e della complessità della sua storia, ha lasciato spazio ad una folle urbanizzazione e ad una ancora più folle deriva politica., che ne ha impedito, di fatto, la più autentica diversificazione produttiva.
Dall’Italsider all’Ilva, dalla populista e squadrista deriva di Cito e del citismo, Leogrande ci conduce nel ventre di una città che è divenuta laboratorio delle peggiori nefandezze e connivenze politiche. Una città in cui la sinistra ha cominciato a perdere i pezzi della sua storia e del suo ruolo e il populismo ha cominciato ad attecchire nell’humus demagogico e “televisivo” del suo ex sindaco Cito e della sua accolita di parassiti.
A farne le spese una città e una popolazione a cui la questione occupazione-salute è stata fatta apparire come un insanabile contrasto per mettere così a tacere ogni capacità di reazione. Banco di prova anche di una sinistra e di una rappresentanza sindacale che a Taranto ha perso l’occasione di farsi vera alternativa.
Leogrande non si è mai limitato a catalogare pezzi di realtà; il suo sforzo intellettuale è consistito nel tentativo di mettere insieme i frammenti su un piano intellegibile per comprendere le dinamiche di fondo del reale. Da questo punto di vista Taranto è stata per lui una palestra straordinaria, e poi stimolo costante. Leogrande si è trovato davanti una città frammentaria, ma Taranto è a sua volta un frammento significativo di mondo. Per questo guardando attraverso quel caleidoscopio, lo scrittore tarantino ha saputo decifrare il senso di una storia che va ben oltre le rive dello Ionio.” In queste belle parole di Salvatore Romeo, che del libro è anche curatore, troviamo non solo la chiave di lettura del testo ma dell’intero lavoro di Leogrande che ha compreso come la frammentazione sociale, urbanistica e politica della città fossero lo specchio di quella stessa frammentazione di interpretazioni e interventi che hanno riguardato Taranto e il sud intero. Vittima di luoghi comuni, di letture di comodo e di alibi votati più al marketing che alla vera lettura della realtà.
Questi articoli sono la lucida “visione” di un intellettuale che ha capito ben prima di molti altri, come la crisi della sinistra e dei sindacati sia stata il terreno fertile, a Taranto, per la nascita del citismo, e in Italia per quella del populismo di stampo grillino. Ma che ha capito anche come tutto ciò non possa essere letto separatamente dalla storia della città e dalla sua involuzione urbanistica che ha svuotato il centro storico per creare periferie dormitori, terreno perfetto per la disgregazione sociale della comunità. Ma terreno altrettanto perfetto per dar vita al mellifluo legame tra “gestione padronale” dell’Ilva dei Riva e inquinamento non solo atmosferico. Una subcultura che ha, da una parte portato alla monocultura industriale e, dall’altra, ha portato i patetici tentativi di sostituirvi una altrettanto monolitica cultura dei servizi senza tentare di comprendere come entrambe le cose siano state, o rischino di essere, totalmente slegate dall’anima della città.
È un libro davvero prezioso, che ci consegna il modo di lavorare di Leogrande ma anche il suo essere narratore civile a tutto tondo. Che, in quanto tale, di Taranto ci ha raccontato i suoi quartieri, la vita della e nella fabbrica, la sua struttura urbana e le persone. Tutto insieme, perché una realtà così stratificata, un groviglio così inestricabile di palinsesti richiedeva, e richiede ancora, una lettura e uno sguardo d’insieme, una tenuta etica complessiva e attenta su ciascun aspetto.
Sono queste, pagine a tratti anche commoventi ma ben lontane dal pietismo. Una chiamata alle armi con la “sola” arma del racconto e della testimonianza in cui la città dei due mari diviene emblema e specchio non solo di tutto il sud ma, forse, dell’intero nostro paese.

Qui potete leggere la recensione al libro di Angelo Ferracuti
Scrivere con amore le ferite di Taranto
Qui invece potete leggere la recensione di Nicola Vacca
Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale

Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale Book Cover Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale
Alessandro Leogrande
Giornalismo, reportage
Feltrinelli
2018
313