Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Praticamente impossibile parlare della storia di Viterbo senza parlare di Annio. Una figura che, al di là dei giudizi filologici, merita attenzione e studio. E questo libro di Jacopo Rubini colma, almeno in parte, quel debito di riconoscenza che, in ogni caso, si deve a questa figura. Un libro che (quanto serve) dismette quell’aura da indagine giudiziaria che spesso aleggia attorno a questa figura di domenicano, per cercare di restituircene, giustamente, il valore di cantore innamorato di Viterbo.
Perché è da qui che, come ci ricorda puntualmente l’autore, bisognerebbe partire anche per realizzare uno studio storicamente e filologicamente scientifico. Perché dico questo? Perché, per chi non conoscesse la figura di Annio da Viterbo, stiamo parlando di colui che costruì una genealogia illustre, mitica quanto improbabile della città di Viterbo. Falsario è il termine che più comunemente (e certo non sbagliando) viene attribuito a questo domenicano, capace di fare anche una carriera di non poco conto all’interno della Curia Romana.
Ma fermarsi a questo non è ciò che, per fortuna nostra, ha fatto il Rubini. E non per riabilitarne la correttezza e veridicità ma per condurci lungo un viaggio che, comunque, affascina, coinvolge e non può essere trascurato.
In questo libro si prende in considerazione quello che, giustamente, viene definito “l’emblema dell’attività anniana”, quel Decretum Desiderii, opera assolutamente falsa con cui Annio ha voluto dare a Viterbo origini mitiche, fulcro di re, principi, etruschi, mura, colli, longobardi e carolingi Un documento inventato, anche in modo ingenuo in talune sue parti, con incongruenze storiche oltre che linguistiche, che Rubini ci racconta con precisione e passione.
Un lavoro che ci racconta, non solo la genesi del Decretum ma, anche, Annio stesso e quel suo furibondo, visionario amore per Viterbo. Amore che, vero, è passato attraverso la bugia ma, altrettanto vero, una bugia mai perpetrata per fini personali. La necessità di dare lignaggio nobile e quasi divino ad un luogo di cui voleva “solo” trasmettere la passione e la coesione. Giustissimo, in tal senso, l’invito che l’autore fa di contestualizzare l’opera e la figura di Annio.
Un uomo il cui destino è stato quello di avere goduto, da vivo, dell’amicizia e dell’appoggio di papi e re e che, da morto, è stato messo in disparte o al più considerato quasi un macchiettistico rappresentante di una storia di secondo ordine, campanilistica e limitata ad un filone cronachistico con l’aggravante della falsità.
La ricerca di nobili origini per Viterbo ricalca, in un certo senso, la ricerca che Annio, figlio di un macellaio, fa delle proprie origini, creandosi (proprio come per la sua città) ascendenze illustri. In un rutilante, debordante quanto immaginifico sforzo di fantasia. E uno dei meriti di questo libro è proprio quello, attraverso la precisa analisi del documento in questione, di non cadere mai nella facile tentazione del dileggio con il senno di poi. Non dimenticando infatti quanto Annio, comunque, abbia rappresentato per Viterbo e quanto molte delle leggende e delle credenze popolari debbano a lui una sorta di potere identitario.
Il testo è una agile, seppur serissima e puntualissima analisi, restituzione delle varie parti di cui consiste il Decretum Desideri, in cui ogni parte scritta in latino ha, non solo la traduzione in italiano, ma la spiegazione della genesi, della costruzione filologica e della incongruenza storico-temporale. Un viaggio non solo nella “storia astorica” (mi si consenta la definizione) della città e di Annio stesso, ma anche di Viterbo; chiamata urbs quando non ne aveva neanche le caratteristiche urbanistiche; pensata e voluta come probabile Fanum, alla disperata ricerca di una nobiltà e importanza di primo piano.
Ciò che maggiormente colpisce del testo (o che, quanto meno ha colpito me) è come nella ricerca della verità storica, Rubini non abbia comunque mai dileggiato la evidente falsità di Annio. Come fosse il suo scopo, principale, quello di far conoscere e non di mettere sotto una lente di ingrandimento giudiziario. Cosa del resto troppo facile quando fatta a posteriori. E che, tra le altre cose, nulla aggiungerebbe o toglierebbe all’importanza di Annio da Viterbo. Perché di importanza si tratta, in ogni caso. Perché non è tanto essenziale, neanche da un punto di vista storiografico stabilire perché Annio abbia voluto inventarsi un tal Decreto del re longobardo Desiderio, quanto capirne e delinearne i passaggi, i rimandi, gli errori e le suggestioni. E la toponomastica. Elemento incredibilmente interessante e molto ben delineato nel testo. Un insieme di nomi che, seppure nella loro spesso forzata interpretazione e lettura (da parte di Annio) sono comunque una affascinante mappa storico-immaginifica della città di Viterbo. Da leggere assolutamente

Annio da Viterbo e il Decretum Desideri Book Cover Annio da Viterbo e il Decretum Desideri
Progetto Memoria
Jacopo Rubini
Sette Città
2012
124