Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Questo libro sulla storia della presenza ebraica a Milano è il racconto di una Comunità non solo giovane ma, anche, portatrice di una storia che rappresenta, per certi aspetti un unicum. Un unicum per molti aspetti che ne caratterizzarono la sua natura culturale e religiosa. Una Comunità la cui storia, attraverso la storia di alcune sue figure preminenti, si è distinta per una sostanziale, anche se certo non priva di difficoltà, integrazione in quel quadro cosmpolita e plurale (come giustamente definito da Gad Lerner nella sua prefazione) che ha sempre costituito la vera essenza della città di Milano.
Vi sono elementi di particolare interesse in questo testo di Rony Hamaui, direttore generale di Mediocredito italiano e docente presso l’Università Cattolica di Milano. Come la constatazione di una specie di nemesi, se così si può dire, di una città che, dopo avere impedito duramente per tanti secoli agli ebrei di risiedere all’interno del suo territorio, abbia visto molti ebrei fattivi protagonisti del suo sviluppo. Infatti nel momento in cui Milano cominciò ad intraprendere una strada segnata dallo sviluppo industriale ma anche economico, finanziario e culturale, divenne anche quasi naturalmente e fisiologicamente allergica a forme di discriminazione.
Ciò che questo libro mette subito in luce chiaramente è la particolare cifra dell’ebraismo milanese che ha nella sua relativa “gioventù” quella peculiarità che ne fa qualcosa di diverso dalle altre Comunità Ebraiche sparse nella nostra penisola. Non dimentichiamo infatti come in città quali Venezia, Ferrara o Livorno, sole per citarne alcune, la presenza ebraica avesse radici antiche. Cosa che ebbe, naturalmente, un profondo impatto anche nelle ramificazioni culturali rappresentate, per esempio, dalle scuole rabbiniche. Con tutto il loro carico non solo religioso ma anche normativo e sociale. La Comunità milanese non poté mai vantare questo tipo di tradizioni ma trovò la sua più identitaria natura proprio nella sua tendenza cosmopolita speculare a quella di Milano stessa. Un po’ come se la presenza ebraica in città altro non fosse che un elemento fisiologico di quella carica innovativa che Milano ebbe nel suo stesso sviluppo.
Qualcosa che cominciò con gli afflati della Rivoluzione Francese che arrivarono anche a Milano per proseguire, seppure con diversi coinvolgimenti, anche negli anni seguenti. Elementi che nel libro vengono raccontati e spiegati anche con quella che, per certi versi, è stata vista come una sorta di sostanziale “laicità” dell’ebraismo milanese. Privo di un ghetto, per esempio, ma coinvolto profondamente nella creazione, per esempio, di istituzioni quali la Banca Popolare, la Società Umanitaria o l’Asilo Mariuccia grazie a figure quali Luigi Luzzatti o Nina Rignano Sullam.
E non paia casuale l’accenno alla mancanza di un ghetto a Milano. Non lo è e, non a caso, fin dall’introduzione l’autore sottolinea questa eccezione mettendola in relazione non solo alla nascita stessa della Comunità Ebraica milanese (di fatto inesistente fino all’arrivo delle truppe francesi) ma alla sua stessa peculiare vita.
Un libro interessantissimo anche per il suo presentarsi rigoroso nelle citazioni e nei dati pur scevro da quel linguaggio specialistico a volte troppo respingente nei testi di carattere storico. Tra gli aspetti più coinvolgenti di questo testo, sicuramente l’insieme di storie e biografie dei personaggi eminenti dell’ebraismo milanese là dove “milanese” non sempre indica un’appartenenza di nascita. Questo è anche un altro degli elementi costitutivi e caratteristici di questa città e della sua presenza ebraica. Elemento reso ancora più pregnante dai dati dell’anagrafe comunitaria del 1965 quando il 52% degli allora iscritti era nato all’estero. Dopo una tragedia come quella che coinvolse il popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale questo dato viene considerato quasi paradigmatico del ruolo attrattivo di Milano e della sua sostanziale capacità di integrazione.
Ovviamente non manca una bella analisi del periodo dell’avvento del fascismo, delle leggi raziali e del tragico periodo delle persecuzioni raziali. E qui difficile e impervio si fa il terreno nel raccontare degli anni in cui Milano, dopo avere messo in campo la sua natura inclusiva, si trova ad essere, come il resto del paese, ostile agli ebrei. Difficile e impervio perché si tratta di raccontare di una Comunità che, forse per un “malinteso senso di lealtà” aveva in parte sostenuto Mussolini quando si trattò di prendere posizione contro coloro i quali si dichiararono sostenitori del sionismo. Una sorta di frattura, quasi di ferita che divenne ancora più sanguinante quando la Comunità iniziò a conoscere il famigerato Binario 21, usato qui come simbolo e archetipo della persecuzione, punto di partenza per molti treni blindati.
E anche in quegli anni non mancò la partecipazione politica di molti ebrei milanesi alle posizioni più estreme e non comode. Stiamo parlando dei non pochi ebrei milanesi che presero la strada partigiana arrivando ad occupare posizioni tutt’altro che secondarie nella Resistenza. Altro tassello di quel rapporto tra ebraismo milanese e laicismo repubblicano.
Una comunità, quela ebraica milanese che, seppure pesantemente colpita numericamente dalla brutalità criminale nazista, ha poi ricominciato a crescere mantenendo, e forse accentuando, quel suo carattere cosmopolita e privo di omogeneità. Che invece di divenire debolezza aumentò il suo essere elemento di forza o, sicuramente, di ricchezza. Ricchezza non priva di inevitabili difficoltà di “coordinazione” culturale ma sempre volta ad una innegabile apertura.
Un libro questo “Ebrei a Milano. Due secoli di storia fra integrazione e discriminazioni” stimolante e ricco di storia e di storie. Un complesso e articolato percorso storico all’interno di una comunità viva e dinamica proprio per le sue contraddizioni, ferite, spinte identitarie e spinte, altrettanto forti, ad una integrazione non priva di elementi contrastanti. Consigliata la lettura a tutti, non solo agli storici, per le sue suggestioni e per i palinsesti di attualità (nel senso etimologico del termine) presenti in ogni sua pagina

Ebrei a Milano. Due secoli di storia fra integrazione e discriminazioni Book Cover Ebrei a Milano. Due secoli di storia fra integrazione e discriminazioni
Rony Hamaui
il Mulino
2016
300