Arianna Bonino si occupa di organizzazione d'impresa e marketing. Collabora con Pangea, lay0ut magazine, Algoretico, Le Parole di Fedro, L'ottavo

SOLE NERO

Johannes Weidenheim (foto da omvs/wp)

Di Arianna Bonino


Di cose indimenticabili ne sono tate scritte tante.
Mi riferisco in questo momento al nazismo.
Ma per tante che siano, leggendole mi rimane sempre quel senso di insufficienza, di incapacità di riprodurre anche solo lontanamente quella cosa.
La mia piccola dimensione storica, la brevità e la scarsezza proprie di una vita normale come la mia, se decidono di rapportarsi al nazismo, possono farlo solo attraverso la lettura di chi l’ha visto e ne ha scritto. E anche loro comunque sembrano sempre immensamente consapevoli di non riuscire a farcela a dire davvero cosa sia stato ed è questo che descrive esattamente cosa sia stato: qualcosa di indescrivibile.
Una cosa fatta dall’uomo, come il linguaggio, ma non contenibile nel linguaggio.
Per quante parole ci siano, non ce ne sono abbastanza per pensare e per dire quella cosa.
E poi c’è questo senso che le parole ridimensionino e comprimano un universo nero in continua espansione, una cosa che una volta generata non ha termine, per sua mostruosa genetica.

Johannes Weidenheim nacque in Pannonia nel 1918 e in Pannonia trascorse l’infanzia. La Pannonia si estendeva tra Danubio e Sava, posti belli, di laghi, prati, villaggi. Sull’atlante storico è un patchwork composto da frammenti colorati di diverse tinte, che oggi si chiamano Austria, Ungheria, Croazia, Slovenia.
Tra l’infanzia e i libri capita la Seconda Guerra mondiale nella vita di Weidenheim.
Ed è solo una volta finita la guerra che, nell’ambito del Gruppo 47, emerge il suo talento letterario e in particolare si definisce il suo ideale di convivenza pacifica tra i popoli. Prolifico, pur se riconosciuto e premiato solo per una parte della sua opera, che spaziò dalla poesia al teatro.
Ricevette riconoscimenti anche come traduttore.

C’è un suo piccolo racconto che si intitola “Una festa d’estate a Maresi”, che è il nome del villaggio in cui ambienta più di un’opera ed è il posto della sua infanzia.
Questo piccolo racconto ha la feroce innocenza di un titolo gioioso, che apre il pensiero a visioni di grazia e bellezza, suscita il sorriso di una sera estiva, calda, inondata dal profumo terroso e verde dei rovi, striato da quello stordente dei tigli.

Turnip Yuri Vasnetov (foto da booksaroundthetable.files.wordpress.com)


Un racconto che si apre dolcemente, ma che è uno strapiombo nel corso di una passeggiata piena di fiori bianchCome una cosa che non può esistere e invece succede.
Assurdo: aggettivo e/o sostantivo, dal latino absurdus e cioè «stonato», derivato di surdus e cioè «sordo».

Significato: che è contrario alla ragione, all’evidenza, al buon senso; che è in sé stesso una contraddizione e quindi ciò che non può essere pensato perché privo di ogni fondamento nella ragione, e quindi intrinsecamente contraddittorio.

E invece l’assurdo non solo può essere pensato, ma può essere fatto. E’ stato fatto.

Ogni volta che leggo o sento la parola “assurdo” penso al nazismo. Ogni volta.

Non mi importa minimamente quante siano state in totale le vittime del nazismo. Mi importa invece che ognuna delle vittime sia stata vittima dell’assurdo.

Ognuna mi importa. Non mi importa quante, in totale.

Una su tutte mi importa oggi: Krips.

Un ebreo, un giudeo, un itzick.

E mi importa perché non è mai esistito e quindi vale per tutti quelli veri, morti per via dell’assurdo.

Krips compare a pagina 16 e da quel momento non esce più dalla mia vita. Voglio che non ne esca, sarà con me finché vorrà.

Krips è un vecchietto che, in quanto ebreo – e destinato a essere ebreo alle soglie della Seconda Guerra mondiale -, è costretto a nascondersi, a dissimularsi, a vivere come può, ad assumere sembianze il meno possibile appariscenti.

Ripeto: in quanto ebreo, deve fingere di non esserlo, se vuole vivere. Non può raccontarsi a nessuno, deve rimanere ai margini, se vuole vivere.

Maresi è un piccolo villaggio e oggi, come tutti gli anni in questo giorno d’estate, nella soleggiata campagna stesa tra il Danubio e il Tibisco, si sta aspettando la sera per assistere alla Festa d’Estate, col coro dei bambini tutti in camicia bianca ben stirata dalla mamma nel pomeriggio e le poesie recitate con qualche incertezza. Ma senza paura, perché c’è Krips, pensa a tutto lui, è con lui che i bambini si sono esercitati, hanno imparato, hanno ripetuto i versi. E lui, Krips, non pretende la perfezione, anzi, ai bambini lascia “la loro grazia naturale e quell’incantevole imperfezione”.

Una bella giornata, col sindaco che aspetta mezzogiorno per gustare il suo pranzo di cosce d’oca fredde e il maestro Kunz che, indossando semplicemente i suoi calzoncini da bagno, controlla in giardino come crescono i pomodori, nella calura del mattino celeste e giallo.

Ma l’assurdo esiste. L’assurdo c’è, arriva. Ha le sembianze di due giovani biondi, rasati, in divisa e entrambi “abili nella destrezza di battere in maniera estasiante i tacchi“.

Vengono dalla Germania, perché, evidentemente “la Germania è veramente più grande di quanto si pensi”.

Vogliono far conoscere il nuovo repertorio di canzoni tedesche alla popolazione locale. Stasera.

Occorre convocare Krips, allora, perché stasera c’è la Festa d’Estate dei bambini di Maresi, che, a questo punto, dovrà essere rimandata per via dell’indiscutibile precedenza tedesca.

Krips…Krips…Krips…un nome che non è nuovo ai camerati…ne avevano uno anche loro di Krips a Lipsia, fino a un anno e mezzo fa. Un giudeo.

L’assurdo esiste. Prende forme chiare, definite. Può essere pensato, l’assurdo. Può essere detto. E anche fatto.

L’assurdo e le sue forme. La forma del pensiero di un giovane militare tedesco a Maresi, in un’estate a ridosso del 1940, che con gli occhi gluachi e belli, dice: “Andiamoci da questo Krips. A me, poi, non può succedere nulla“. A lui no, a Krips invece…

Krips svelato a tutti in pochi istanti.

Svelato il suo marchio, la sua colpa.

Il sole diventa nero.

Un villaggio d’estate, coi suoi cani adagiati nelle pozze d’ombra, col seltz alle tre del pomeriggio, coi suoi bambini a giocare nel torrente o scappati in giardino, sull’albicocco, scomodi ma nella libertà del dissentire. Perché non è giusto che Krips se ne debba andare da Maresi, non è giusto che la festa non si faccia più.

Non ci scendo dall’albicocco. Voglio dire la mia poesia, stasera.

Il sole nero.

L’assurdo esiste, si vede, fa ombra, un’ombra che si allunga sull’albicocco in giardino, sulle lingue dei cani disperati dal caldo, sulle piccole camicie bianche stirate, sulle poesie sbagliate, dimenticate, suggerite da Krips dall’angolo del palco.

L’assurdo è un veleno senza antidoto.

Come scacciare una cosa che non esiste, ma c’è?

Non si può.

Si può solo sottrarle la propria esistenza.

Una piccola sottrazione, contenuta in quella boccetta portata per anni sempre con sé, Krips, perché “in fondo, della pace, ovunque fosse, non si era poi fidato più di tanto”