Anita Mancia, nata a Roma, ha lavorato 20 anni presso l'Istituto Storico della Compagnia di Gesù come assistente bibliotecaria ed Archivista. Ha collaborato con la rivista storica dell'Istituto con articoli sulla Ratio Studiorum, la pedagogia dei gesuiti, i gesuiti presi prigionieri dai pirati e recensioni. Presso l'editore Campanotto di Udine nel 2007 ha pubblicato un volumetto di poesie.

Figure nel salotto. Norah Lange, la scrittrice amata da Borges

Di Anita Mancia

«Volevo conoscere infiniti dettagli silenziosi, senza aneddoti, senza nomi, perché al momento buono mancasse soltanto il tono delle voci, e le differenze minime dei volti. Sapevo che, se fossi stata paziente, avrei ottenuto i loro ritratti completi, nel modo in cui piacevano a me i ritratti completi: con un pezzo mancante, che conoscevo e potevo aggiungere solo io, il particolare che si dimentica all’ultimo momento e che può essere un singhiozzo nascosto, i sonni difficili, il desiderio improvviso di chiudere tutte le porte, la paura più precisa, il tavolo col suo angoscioso solitario, e quello che manca quasi sempre e va aggiunto, in fretta, quando si ama molto: il ricordo rigoroso o contrito, o i ricordi ben concatenati, disposti in ordine, senza parti ingarbugliate come ogni tanto appaiono su un volto, così da mostrarlo o raccontarlo come se si sfogliasse, tranquillamente, l’album di una faccia. Volevo che non mi mancasse quasi nulla, per avvicinarmi a loro con la sola necessità del pezzo finale, l’ultimo che resta da aggiungere a un volto noto» Un assaggio della scrittura di Norah Lange nel suo Figure nel salotto, edito da Adelphi e molto ben tradotto da Ilide Carmignani

Norah Lang è una scrittrice, poetessa argentina (Buenos Aires 1905-Buenos Aires 1972) di origine norvegese per parte di padre, moglie del poeta Olivero Girondo a cui questo romanzo è dedicato, ed amica di Jorge Luis Borges, che la stimava molto come poetessa ultraista (movimento, l’ultraista, che sostiene la sottilizzazione al massimo del lirismo e la sostituzione dell’immagine alla descrizione diretta). Il brano che ho citato colpisce perché è una dichiarazione della poetica dell’autrice. Un ritratto completo, quello delle tre donne che vengono a costituire ad opera della scrittrice il centro del romanzo, deve avere un pezzo mancante, che può essere aggiunto solo dall’autrice con una cura maniacale per i particolari, i dettagli e una attenzione estrema alle reazioni psicologiche rese con una lingua precisa, nitida e pura. Interessante che il pezzo «manca quasi sempre e va aggiunto in fretta quando si ama molto». Norah ama le figure che amano a loro volta molto intensamente attraverso ricordi singoli o concatenati, pur desiderando la morte di una delle figure nel salotto (dice di voler morta una delle figure perché in realtà la ama).

Si tratta di tre sorelle che le sono apparse la sera di un terribile temporale nel salotto della casa di fronte. Una è più discosta dalle altre due che sono vicine ma il cui volto non si vede. La donna discosta forse è la maggiore e fuma. Anche un’altra fuma, ma una di loro no. Significativo del brano citato è la presenza del ricordo che può essere rigoroso o contrito, oppure serie di ricordi concatenati disposti in ordine, diversamente da quello che accade sui volti, in modo da mostrarlo o raccontarlo come se si sfogliasse, tranquillamente, l’album di una faccia (qui si può ricordare la pittura cubista di Braque ma anche di Picasso). Il discorso si amplia da un particolare alla totalità ed è estremamente rigoroso, precisa la lingua che dipana il ricordo, che mostra il dettaglio, il ricordo, i ricordi concatenati. E’ una poetica del romanzo, ma più si direbbe una poetica delle arti figurative, del ritratto pittorico e certo con la sua insistenza sulle voci, anche della poesia. Qui la grandezza di Lang, che supera i limiti della forma narrativa letteraria per allargarsi alla forma artistico-pittorica e poetica tout court. Ed infatti siamo dinnanzi a dei ritratti che sono figure.

Norah Lange (Foto da wikipedia)

Lang sorveglia dalla sua camera e dal suo salotto la sala da pranzo delle tre donne e il loro salotto, le figure, e sembrerebbe, sul momento, accontentarsi di uno sguardo che spia da lontano. Ma in realtà desidera e chiede l’incontro. Il guardarle è foriero di una angoscia neppure tanto contenuta, come qui: «passai molti pomeriggi a sorvegliarle per esserne certa (di ritrovarle); e ogni pomeriggio, lo stesso timore di perderle – che qualche parola le offendesse, che una si ammalasse o partisse per un viaggio – mi inchiodava sulla sedia, perché alzandosi da tavola sparivano, lasciando la casa al buio, e io, invariabilmente, pur ricordando la stessa paura inutile del pomeriggio precedente, temevo sempre che accadesse loro qualcosa – e così le trattenevo su ripetuti svenimenti, su lettere inconcluse; qualcosa che impedisse loro di arrivare in salotto. Ma il salotto di colpo si illuminava, i tre volti occupavano i posti abituali, e io potevo lasciarli, tranquilla, come se fosse arrivato qualcuno di corsa, all’ultimo momento, ad annunciarmi che non erano morte». La presenza della paura della morte, di perderle, questa è l’angoscia.

Non ci sono particolari avvenimenti notevoli nella vita attuale delle tre donne tranne un’uscita alla posta, che è anche l’uscita della narratrice, l’incontro con un gentiluomo (si noti, non un uomo qualunque ma un gentiluomo) e lo scambio di un pacchetto di lettere, gli incontri con la narratrice che apprende più cose su di loro, per esempio che una di loro piange la sera in salotto sulla «sua» poltrona dopo che le altre si sono ritirate a dormire, ed il viaggio della narratrice ad Adrogué un luogo da lei amato e che le fa bene. Viene invitata a recarvisi perché i familiari notano una stranezza nel comportamento della ragazza (nella trama del romanzo la narratrice ha diciassette anni) e sperano che al ritorno la giovane stia meglio. Sul ritorno da Adrogué e su quello che la narratrice trova al ritorno si chiude il romanzo, che è di sole 150 pagine.

Significativo per lo sviluppo del testo è l’incontro quasi casuale alle poste, dove la narratrice trova anche le tre sorelle e scopre che una ha la sua stessa voce, cosa che la sconvolge: «Pensai che bisognava fare qualcosa, telefonare a casa mia perché venissero a prendermi e vedere se qualcuno si accorgeva della somiglianza. Sarebbe stato molto coraggioso dire qualcosa perché l’altra voce si rendesse conto e non credesse di essere l’unica. Anche io possedevo quella voce che mi sembrò molto bella. Forse esistevano voci identiche che si incontravano una volta sola, ma io ero convinta che non fosse possibile riconoscersi, e sapevo anche, avrei potuto giurarlo, che la mia voce era incapace di arrivare attraverso tante coincidenze a chiedere un modulo da telegramma». Ci viene data una chiave: queste figure, una in particolare, sono un riflesso di se stessa per la narratrice. O un riflesso del linguaggio lirico. Ecco perché conosce le figure così bene. Siamo in presenza di uno sdoppiamento di sé. E’ il telegramma che rende possibile l’incontro. Quanto alla scoperta di un’altra voce come la sua, questo attiene al livello psicologico direi quasi al limite della normalità, uno sdoppiamento di sé. Scoprire un’altra voce simile è scoprire un amore possibile. La narratrice fa in modo che il fattorino con la risposta al telegramma arrivi alla casa di fronte alla sua. Paga il fattorino e rimane con il telegramma in mano, la cui risposta contiene la frase «verrò giovedì pomeriggio».

Qui la giovane decide di andare dalle donne e far sapere loro il contenuto del telegramma. Come si vede, un episodio assolutamente banale diventa il centro, si direbbe il motore del racconto: «Mi guardai allo specchio e, mentre mi pettinavo, cercai di abituarmi all’idea che quel pomeriggio stesso, di lì a pochi minuti, i tre visi si sarebbero avvicinati al mio. Forse a quella distanza sarebbero stati terribili e io mi sarei ritrovata coi miei venti giorni di sorveglianza davanti alle loro facce macchiate, alle loro labbra incolori, finché una voce stridula non avesse detto: “Grazie mille! Grazie mille! Lo stavamo aspettando».

Ancora, non ci sono eventi storici, ma piccoli eventi quotidiani e le reazioni psicologiche della narratrice ad essi. Quindi un romanzo che capta momenti singolari e le possibili reazioni delle tre donne, della narratrice, del gentiluomo che tutti sono oggetti dell’attività di vedere, sorvegliare, forse spiare. Il momento dell’incontro della narratrice con il gentiluomo, che le consiglia di tornare l’indomani della sua visita perché questa è stata molto penosa, l’incontro, che è la conoscenza delle tre donne, senza peraltro uno scambio di nomi è il centro del romanzo, che non è un vero romanzo perché non racconta una storia, ma dà solo dettagli amplificati di una storia, la storia della narratrice sdoppiata, si perdoni il gioco di parole, in tre, come quando alla fine del primo incontro, piacevole tra la narratrice e le tre sorelle, la giovane vede un paio di guanti lunghi di capretto bianco, nuovi di zecca, probabilmente con il talco ancora dentro le dita. «Pensai di non dir nulla, né di chiedere cosa ci facessero lì dimenticati, no, dimenticati no, ma lasciati lì a sporcarsi senza la cerimonia, con la loro inutile e lieve nuvoletta di talco remoto; ma non riuscii a trattenermi e quasi li toccai, dicendo “Che bei guanti!” “Ah! I guanti bianchi” mormorò la minore. “Non ci decidiamo mai a metterli a posto”.

La storia non è raccontata. C’è un oggetto singolo, che potrebbe anche essere dipinto, un paio di guanti bianchi con il talco dentro, ed è riportata una frase della sorella minore da cui, forse, si può intravvedere una storia. Lo stesso avviene nell’avvenimento più grande per importanza, della consegna di un pacchetto di lettere da una delle sorelle al gentiluomo. Le lettere passano dal gentiluomo alla donna. Sarebbero state in un romanzo ottocentesco l’oggetto principale della narrazione, mentre qui sono presentate attraverso la vista, come in un quadro di Vermeer o di Hammershoj, o meglio in un quadro cubista: «Allora guardai di nuovo lei. Accanto alla sua gonna spiccava un pacchettino bianco simile a una grossa busta. Di tanto in tanto posava la mano su quella macchia bianca come se avesse bisogno di ricordarsene. La terza disse qualcosa e lei si voltò, interrompendola con aria seria. Mi sembrò egoista. Pensai che dipendeva dalla sua morte se quel signore tornava o se ne andava definitivamente. Ero dispiaciuta che lui non fumasse e supposi che non avrebbe mai potuto vincerla. Accanto a lei c’era un tavolinetto con sopra una bottiglia e un bicchierino. Notai che bevevano qualcosa perché era rimasto solo quel bicchiere».

La descrizione splende per suo nitore, anche se non è ricercata. Non sappiamo niente di ciò che le persone si sono dette (sarebbe la trama e il dialogo di un romanzo ottocentesco), vediamo solo i dettagli che la narratrice ci fa vedere (romanzo del novecento o autobiografia, del 1950). Lo stesso vale per il pianto: «Sapevo che piangeva. Sapevo che il suo pianto non era imprevisto, né stupito dalla propria angoscia, ma che lei si alzava, una mattina qualunque, decisa a piangere la sera stessa…. Le bastava affrontare la giornata con decisione, sicura di non fallire perché nulla avrebbe potuto spingerla a rimandare, come se molto tempo prima avesse segnato quella data con una croce “Stasera mi tocca piangere”.

La narrazione si concentra sull’azione (un sentimento e una passione) di piangere in sé, non sulle cause, sul fatto che è preparato come una azione abituale: «Allora si rialzava e, buttandosi qualcosa sulle spalle, si dirigeva cauta in salotto per passare un po’ di tempo a piangere.  Seduta nella sua poltrona- fu lei a raccontarmelo, perché io non la vedevo in quegli orari – aspettava un momento, come per mettersi comoda. Ignoro che cosa ricordasse o quale fosse la parola lacrima del suo sforzo, del suo lasciarsi andare, perché non me lo disse mai» 115-116. E qui si apre il terreno della fantasia delle congetture dell’autrice.  Dunque “Figure nel salotto” è un libro novecentesco originalissimo nel suo impianto la cui giustificazione poetica è data dall’autrice quando ci dice che le piacciono i ritratti completi con un pezzo mancante, che può aggiungere solo lei perché lei ne è l’autrice.

Per utilità del lettore ricordiamo qui i momenti salienti del romanzo: il temporale e la scoperta delle tre figure di donne, l’incontro alla posta e il fattorino che consegna alla narratrice il telegramma che annuncia la visita del gentiluomo, la visita del gentiluomo e il pacchetto con le lettere, il primo incontro, il telefono che allora avevano in pochi, il pianto. Il resto si sviluppa dal primo incontro fino al viaggio della narratrice a Adrogué che contiene una svolta e la chiusa della narrazione. Una storia novecentesca possibile e del resto sono reali le vie di Buenos Aires dove il romanzo è ambientato.

Figure nel salotto Book Cover Figure nel salotto
Norah Lange. Trad. di Ilide Carmignani
Letterarura
Adelphi
2020
150 p., brossura