Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Il dono oscuro. Cos’è la cecità?

Di Geraldine Meyer

“Il dono oscuro non è stato scritto di getto, ma dettato a intervalli. […] Quello che ci offre sono osservazioni che colpiscono per la loro immediatezza e chiarezza, osservazioni su ogni aspetto di una vita e un mondo interiore tanto spaventosamente trasformati.” Così scrive Oliver Sacks nella bella prefazione a Il dono oscuro di John M. Hull, appena rimandato in libreria da Adelphi con la traduzione di Francesco Pacifico. Il libro, pubblicato nel 1992 da Garzanti è qualcosa di più di una cronaca della e dalla cecità. Come scrive puntualmente Sacks questa è la cronaca di un mondo trasformato. Perché di questo si tratta.

John M. Hull (Foto da johnmhull.biz)

In una sorta di diario Hull ci racconta e racconta a sé stesso cosa voglia dire perdere la vista e iniziare a vedere con tutto il corpo. Un cambiamento che le parole possono solo cercare di delineare ma che, in qualche modo, resta davvero inimmaginabile. E che le parole facciano fatica a raccontarlo lo dimostra il fatto che lo stesso verbo “delineare” e l’aggettivo “inimmaginabile” ripescano da una mappa mentale visiva e visuale. Allora come raccontarlo? Semplicemente così, come accade e come Hull è riuscito a fare.

La cecità non è dunque “solo” non vedere ma è anche, e soprattutto, l’ingresso in un mondo cognitivo completamente diverso, in cui al vedere con tutto il corpo si aggiunge la capacità necessità di trasformare il concetto stesso di spazio e, ancor più difficile, quello di tempo. Toccanti, a tal proposito, le pagine in cui Hull racconta come, ad un certo punto, ha compreso come fosse il vento a creare gli alberi o il temporale a creare lo spazio. Una sorta dunque di ribaltamento e rimescolamento sensoriale ma non solo.

In queste pagine, senza alcun pietismo o autocommiserazione, Hull narra di come e quanto la privazione sensoriale, così definitiva e totale, della vista, sia divenuta un confine, o una frontiera, anche nei rapporti relazionali. Cosa significa non poter più scambiare sguardi fugaci e, da lì, iniziare una conversazione? Capire dunque come il piano linguistico abbia inevitabilmente un inizio nella visione. Cosa vuol dire non vedere invecchiare, crescere e cambiare le persone che amiamo? Cosa significa essere padre nella cecità, nell’impossibilità di un guardarsi reciprocamente, riconoscersi e riconoscere?

Hull, che era professore di teologia e scienze religiose tesse, in questo Il dono oscuro, una sorta di teologia della cecità. Ma lo fa con il rigore di uno studioso che, disperatamente, arriva a parlare di una teologia ecumenica in cui la cecità entra a far parte di una complessità, di un insieme fatto di differenze. Proprio in questo senso lui parla di dono come qualcosa di paradossale, cioè come dono che non si sarebbe voluto, che non si può accettare ma di cui bisogna arrivare a capire il senso.

“Il fatto di vedere – con – tutto – il – corpo mi colloca in una precisa categoria di persone. È uno stato, come lo stato di chi è giovane, o vecchio, o maschio o femmina; e insieme ad essi costituisce uno degli ordini naturali dell’esistenza umana.” Così scrive Hull indicando esattamente la differenza tra accettazione e ricerca di senso. In questa accezione dunque, teologico.

Ma teologico anche nel senso che la cecità, ad un certo punto, richiede un atto di fede, quasi a costringere a credere in ciò che non si vede, in ciò che non si vede più. Perché la cecità ha a che fare, molto più di quanto non si pensi di primo acchito, con la memoria. Memoria che, inevitabilmente, è memoria visiva di luoghi e persone. Cosa significa non vedere più visi e luoghi, non vederli più, piano piano, fino a non ricordarsi neanche come fossero. Cosa vuol dire perdere, oltre che la vista, anche quei riferimenti spaziali e temporali che sono, per forza di cose, la bussola con cui ci muoviamo nel tempo e nello spazio.

Questo libro, dunque, non è solo la cronaca di come il cervello umano sopperisca, fisiologicamente, a una privazione, ma prima di tutto la narrazione di come non si pensi mai a quanto e come ogni aspetto della vita sia intrinsecamente legato alla visione. Del resto lo diceva anche Marco Aurelio, nei suoi Ricordi, che la prima cosa che un essere umano fa quando apre gli occhi è desiderare. E dunque, specularmente, comincia a desiderare nel momento in cui vede. Perdere la vista allora diviene molto più che smettere di vedere.

Un libro che pone molte domande, che disturba in un certo senso e che impone una rilettura al concetto generale di “stare al mondo”.

Il dono oscuro Book Cover Il dono oscuro
John M. Hull
Diario.
Adelphi
2019
221