Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Di Geraldine Meyer

Ho pensato molto a quale fosse la parola che, con insistenza, mi si posava sulle spalle mentre leggevo La metà del cielo di Angelo Ferracuti, da poco in libreria per Mondadori. Come un soffio, leggero ma insistente, mi si presentava quasi come un’ombra. Tristezza? No. Smarrimento? No. Poi, all’improvviso eccola presentarsi senza tentennamenti, finalmente dismessa la timidezza: paura. Ecco, quella era la parola giusta. La metà del cielo mi ha fatto paura. Ma quale tipo di paura? Quella del constatare, con quel senso di una stretta alla gola delle cose inevitabili, che noi non siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni quanto, semmai, della stessa materia di cui è fatta la vita, quindi anche la morte.

Solo dopo mi accorgo che anche C. S. Lewis, nel suo straziante Diario di un dolore, accosta al dolore stesso proprio la paura, a cui assomiglia per gli stessi subitanei spaventi, per quei improvvisi sussulti che colpiscono così, non si sa bene perché e quando. Con La metà del cielo Angelo Ferracuti non compie solo un’elaborazione del lutto, non mette solo nero su bianco per, come scrive lui stesso: “[…]far uscire questa massa di storie e destini dal mio corpo, cercare di pacificarmi con la memoria affollata di quella vita che non c’è più.” Fa qualcosa che sembra ridare dignità al privato proprio rendendolo pubblico nelle pagine di un libro. Ma gli dona dignità reintroducendo ciò che questa epoca social sembra avere eliminato: tempo e distanza. In un mondo in cui un malinteso senso della condivisione ha abituato all’immediatezza tra dolore subito e verbalizzazione pubblica dello stesso, Ferracuti ci consegna un libro la cui genesi è quasi quindicinale. Era, infatti, il 2005, un anno prima che la moglie Patrizia morisse, quando Angelo Ferracuti inizia a scrivere questo diario, questo reportage di vita, di malattia e di morte. Facendone un libro eppure senza perdere il sacro senso dell’intimo.

Angelo Ferracuti (Foto da corriere.it)

La metà del cielo non è una condivisione. Non vi è nulla da condividere del e nel dolore. La metà del cielo è la restituzione di una materia tanto crudele quanto pregna di vita come la perdita di una persona cara, una moglie, una compagna per venti lunghi anni. Non vi è nulla di più difficile che raccontare ciò che, fino a quando non è arrivato il giusto tempo, appare indicibile, crudele. Perché, a pensarci bene, la vera crudeltà si annida forse più in storie come questa che non in grandi tragedie che, in fondo, sono la somma di tante tragedie individuali.

Con uno stile tanto scarno quanto poetico (nel senso etimologico di poiesis) Angelo Ferracuti, con salti temporali tra passato e un passato più vicino, non ha pudori a parlarci di desiderio e di alcolismo, di autodistruzione e ripartenze, di cartelle cliniche e visite mediche, di attese. Soprattutto di attese. Quei momenti in bilico tra prima e dopo, divisi da una parola che, da sola, cambia il destino di una persona. È come se Angelo Ferracuti ci raccontasse venti anni della sua vita come se fosse uno dei meravigliosi reportage a cui ci ha abituati solo che qui, ad andare in battaglia, sono stati sua moglie e lui stesso. Sapendo che, a differenza di quanto accade in trincea, qui non ci sarebbe stato un cessate il fuoco.

Un libro in cui si ridà dignità al tempo, come dicevamo, che tra queste pagine si dilata e si cristallizza al contempo ma che, in ogni caso, non viene mortificato da un fastidioso occhieggiare e cercare di impietosire. Non vi è una sola pagina, una sola riga di patetismo in questo libro. Proprio perché, a differenza di quanto direbbe il luogo comune, qui Ferracuti non si è messo a nudo ma ha, anzi, indossato il vestito più scomodo, quello del racconto, della parola che non fa sconti. È come se ci fosse una furia trattenuta, che avverti ma che non riesci mai a fare tua (tua di lettore intendo) sciogliendoti in un pianto liberatorio. Non si piange leggendo questo libro, in questo elemento molto simile al film di Nanni Moretti la stanza del figlio., semmai si interrompe per un momento la lettura e si chiudono gli occhi. Spaventati, appunto. Perché la sua storia non è condivisa ma potrebbe, in un solo istante, diventare la storia di ciascuno di noi.

La metà del cielo Book Cover La metà del cielo
Angelo Ferracuti
Diario.
Mondadori
2019
207