Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Di Geraldine Meyer

Esce per la prima volta in volume, grazie ad Adelphi, con la splendida traduzione di Elena Loewenthal e la curatela di Elisabetta Zevi, Il ciarlatano di Isaac Bashivis Singer. Il testo apparve a puntate sul giornale yiddish di New York “Forverts” nell’arco di tempo che va dal dicembre 1967 al maggio 1968. Una genesi laboriosa per Adelphi che ha lavorato sulla traduzione inglese del testo, pur tenendo costantemente presente la versione originale. Un lavoro filologico, dunque, correttissimo se si tiene conto del fatto che Singer aveva un ruolo di certo non secondario nelle traduzioni dei suoi testi.

Isaac Bashevis Singer (Foto da wikipedia)

Un libro che finalmente possiamo leggere e che ci restituisce, in pieno, tutta la cifra letteraria del grande scrittore polacco. E qui si potrebbe, e dovrebbe, aprire una parentesi. La natura polacca della sua opera è stata, forse, poco riconosciuta anche a “causa” della cultura ebraica della stessa che Singer focalizzò prevalentemente nella sua opera. Lo stesso scrittore ammetteva di conoscere e padroneggiare la lingua yiddish più di quanto fosse in grado di fare con quella polacca. Ma resta il fatto che in Polonia nacque e visse fino all’età di trentadue anni, quando si trasferì in America, paese del quale prese la cittadinanza “solo” nel 1943 e che, indubbiamente, ne decretò il successo.

In un certo senso anche in questo Il ciarlatano, la Polonia appare in sottofondo andando a costituire un testo che si costruisce su tre piani, appunto, di luoghi e di tempi: la Polonia da cui i protagonisti se ne sono andati, l’America in cui sono sbarcati e la tragedia del nazismo che sta imbrattando l’Europa. E la Polonia ci viene ricordata subito, in apertura di libro quando Singer scrive: “Appena arrivati dicevano tutti la stessa cosa: l’America non fa per me. Ma poi, a poco a poco, si sistemavano, e non peggio che a Varsavia.”

Il ciarlatano è una sagace, ironica, a tratti amara commedia umana, il cui protagonista principale, Hertz Minsker, è un uomo incapace di dare una direzione alla sua vita, coltissimo ma troppo concentrato su di sé e sul suo amore per le donne per concretizzare i suoi studi o le sue velleità letterarie e scientifiche. Vive la sua vita a New York intrecciando una relazione con la moglie del suo migliore amico, pur essendo sposato con una donna che, per lui, ha lasciato marito e figli nell’inferno dell’Europa e del nazismo. Hertz sembra un cataclisma per tutti coloro che gli stanno vicino e che intrecciano, per molto o poco tempo, il proprio cammino con il suo.

A tratti, in questo personaggio rocambolesco eppure umanissimo, sembra di leggere in filigrana lo stesso Singer quando pensiamo al suo relativamente (per l’epoca) tardivo debutto letterario avvenuto proprio quando da Varsavia stava per partire proprio alla volta di New York. Le cronache parlano di un uomo che, in quegli anni, citiamo da un articolo di Lorenzo Berardi “incapace di concentrarsi sulla scrittura, fra tentazioni femminili, correzioni di bozze e fallimentari esperienze da reporter”.

Ne Il ciarlatano ogni personaggio è molto più di ciò che appare, fatto di contraddizioni, debolezze, piccole vigliaccherie e smarrimenti. Nessuno di loro può dirsi esente da ciò che fa degli esseri umani ciò che sono, creature alla disperata ricerca di una salvezza. Ad ogni costo. E così, in quello che appare un testo quasi “comico” in alcune sue sfumature, troviamo in realtà un profondo interrogarsi sulla religione, sull’ebraismo, sul senso della vita e delle sue miserie. Ciascuno di loro si trova a pregare Dio, a chiedere venia per i propri peccati proprio prima di commetterli o esattamente mentre si stanno commettendo, o quando ormai li si è commessi. In queste pagine l’ebraismo, vero filo conduttore del libro, appare talvolta come una religione usa e getta ma anche come racconto dell’umano e che, proprio per questo motivo, accoglie tutti e ciascuno.

Ogni personaggio sembra una faccia della religione ebraica, con Morris, il migliore amico di Herz che si muove come colui che vorrebbe aiutare tutti per, in realtà, aiutare sé stesso a sopravvivere. O come Minna, la moglie fedifraga che, ne ammira la fede granitica ma non manca di approfittarne vivendo nel lusso ma tradendolo con il migliore amico. Ed Hertz stesso che, pur nel suo cinismo, sembra davvero l’unico a comprendere debolezze e cadute pur dichiarandosi impotente di fronte ad esse. Al punto da far sorgere il sospetto che ciarlatano sia, più che lui, uno degli epiteti di Dio stesso.

E, sullo sfondo, al di là dell’Oceano, un’Europa sempre più nera e di cenere che funziona come monito continuo per tutti i personaggi del libro, sia come ricordo struggente, come senso di colpa e come ciò che irrimediabilmente si è perduto. E, a fianco di tutto ciò, l’America e ciò che essa rappresenta per ciascuno di loro, forse anche una salvezza non meritata.

Il ciarlatano, sì, è davvero un libro da leggere facendo attenzione ai molto sottotesti che lo compongono, in cui la sagacia, l’ironia e, talvolta il dileggio di Singer traspaiono con un profondissimo senso dell’umano.

Il ciarlatano Book Cover Il ciarlatano
Isaac Bashevis Singer
Letteratura
Adelphi
2019
268 p, brossura