Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Di Geraldine Meyer

Hotel Tito, di Ivana Bodrožić e Senza salutare nessuno di Silvia Dai Pra’ sono due libri indissolubilmente legati l’uno all’altro. Talmente legati che, forse, è impossibile leggere uno senza leggere anche l’altro. Non importa con che sequenza, non importa se partendo dalle guerre nella ex Jugolsavia del primo o dall’Istria e delle foibe del secondo. La continuità dei temi trattati in entrambi impone una lettura senza soluzione di continuità.

In Hotel Tito la storia viene raccontata da una ragazzina di Vukovar. Siamo nel 1991, la guerra sta arrivando, la città sta per conoscere uno dei momenti più drammatici della sua storia. La ragazzina e il fratello vengono mandati dai genitori a trascorrere quello che sembra un periodo di vacanza, lontano dalla città, al mare. Ma ciò che sembra qualcosa di provvisorio diverrà la quotidianità per sette lunghi anni.

Ivana Bodrožić (foto da kriticnamosa.com)

Quando, alla fine dell’estate, anche la madre raggiungerà i due ragazzi diviene chiaro come quel soggiorno estivo sia, in realtà, l’inizio di un vero e proprio esilio. Scandito dal dolore e dall’incertezza legata alla sorte del padre di cui non si hanno più notizie. Hotel Tito è il nome dell’albergo di Kumrovec, città natale di Tito, in cui i tre si troveranno a vivere, in una stanza, cercando di continuare una quotidianità che di quotidiano avrà solo la tensione e la consapevolezza di essere esuli, profughi, improvvisamente nemici e capro espiatorio. È così facile diventarlo, basta un attimo, un segno sulla cartina geografica per smettere di essere frontiera e diventare confine. “Non ricordo come è iniziato, ho solo alcuni flash. Le finestre aperte, un afoso pomeriggio d’estate, il gracidio delle rane dal fiume Vuka. Cammino avanti e indietro tra due poltrone e canticchio: Si sbaglia, s’inganna chi proclama che la Serbia è debole. Papà chiude il giornale e si gira verso di me, sento il suo nervosismo. «Cosa stai cantando» mi domanda. «Niente, una canzone che ho sentito da Bora e Danijel». «Non voglio mai più sentirla, chiaro?». «Sì papà». «E ricordati di non parlarmi più in serbo, noi siamo croati, maledizione!» È tutto in quelle parole. Le identità si confondono, confondendosi, qualcuno sente di doverle rimettere in primo piano, dando loro quell’importanza vitale che tanto sangue porta sempre con sé.

In Senza salutare nessuno, dalla stessa autrice definito “memoire, reportage, storia familiare, o forse tutte queste cose insieme” è Silvia stessa, voce narrante, a raccontarci la sua ricerca, l’Istria, le foibe, quella parola, ancora una parola, da cui tutto comincia. E una nonna, i cui silenzi, ombrosità, diventano quella fiamma di sapere che Silvia, ancora ragazzina, sentirà bruciare dentro: “Perché nessuno mi ha detto che la nonna è jugoslava?” “Slava”, mi correggeva mia sorella. “Non usare mai quella parola con lei”, suggeriva mio padre. “Perché? Perché non si può dire che è jugoslava?” “Slava”, mi correggeva mia sorella. “E’ nata in Jogoslavia ma non è slava, anche perché quando è nata lei non era Jugoslavia”, mi rispondeva mio padre.

Silvia Dai Pra’ (foto da cristofariphoto.photoshelter.com)

Anche qui un divieto, un “meglio non dire, meglio non dire più”. Non si poteva, in Hotel Tito, parlare di Serbia, non si può, in questo bellissimo Senza saluta nessuno, parlare di Jugoslavia. Un’interdizione che, da familiare, diviene storica, nella ricerca che Silvia Dai Pra’ condurrà per due anni nelle terre d’Istria. Che sono poi, in fondo, le stesse terre un po’ italiane, un po’ balcaniche, terre di frontiera appunto in cui, i confini, hanno tentato di semplificare, con sangue e morti, una complessità irriducibile. E così, Silvia Dai Pra’, inizia un percorso nella memoria, nei silenzi, nelle tante domande e nelle ancor poche, pochissime risposte che circondano la questione delle foibe. In una terra in cui i rancori, le rivendicazioni, il dolore e la violenza è nella toponomastica che cambia, nei nomi e cognomi che da italiani si slavizzano e viceversa. Indicando un filo sottile e tenace che non è mai stato dipanato. Ma chi è stato infoibato? I fascisti? I fascisti italiani? Anche chi fascista non era? Tra lotte di minatori, terre bonificate che, nell’apparente e reale bellezza del paesaggio nascondono ancora cose che non si possono dire, uomini e donne sembra in bilico tra due culture, Senza salutare nessuno ci porta dritti dritti in rancori e odi che sono uguali sempre e dovunque.

In entrambi i testi, seppure con profonde differenze di stile e dinamiche, è una sorta di “saga familiare” a dare voce e a farsi emblema della storia più grande, quella storia in cui le voci dei morti sono più forti delle voci dei vivi. Una ricerca che, in Hotel Tito, diventa la ricerca di un appartamento come metafora della ricerca di un luogo in cui vivere e che in Senza salutare nessuno è la ricerca di notizie su componenti della famiglia e, quindi, sulla propria stessa storia.

Due libri che ci ammoniscono a fare attenzione a una cosa: non vi è avvenimento storico violento, drammatico e portatore di morte, che non sia accompagnato, seguito ma, soprattutto, preannunciato dagli stessi elementi, forti e chiari (tantissimi) e orecchie pronte ad ascoltarli (pochissime). Bisogna allora, fare silenzio, cercare, comprendere. Come dice il perfetto esergo ungarettiano del libro della Dai Pra’

Cessate di uccidere i morti

non gridate più.