Roberto Cocchis, classe 1964, nato a Bari, cresciuto a Napoli, oggi residente nel Casertano dopo aver trascorso molti anni nel Nord Italia. Diversi lavori svolti nella vita, attualmente insegnante di ruolo nel licei. Redattore di "Vanilla Magazine" e di "Cronache Letterarie". Autore di alcuni libri, tra i quali i più importanti sono il romanzo "A qualunque costo" e il volume di racconti "Il giardino sommerso", entrambi pubblicati da Lettere Animate Editore.

I sentimenti di Topsy

Di Roberto Cocchis

La sensibilità dell’uomo verso il mondo animale è una conquista relativamente recente, anche se perfino in scritti molto antichi (compreso l’Antico Testamento) ci sono riferimenti al forte legame affettivo che poteva unire una persona a un animale. Per tutta la nostra Storia, fino agli ultimi decenni, la minima cura per le condizioni di vita degli animali domestici è stata sempre considerata più o meno uno spreco o un atto di debolezza. Le cose hanno cominciato a cambiare solo quando è stato evidente che i loro effetti si ritorcevano contro l’Uomo stesso: la carne degli animali macellati dopo essere stati trattati barbaramente può avere effetti gravemente tossici, specie nel lungo periodo, su chiunque la mangi; peggio ancora fanno i residui dei farmaci somministrati agli animali stessi per compensare gli effetti dei maltrattamenti, sicuramente coinvolti nell’origine di malattie croniche e autoimmuni o di intolleranze di ogni sorta; i test scientifici e farmacologici compiuti su animali stressati dall’incuria e dai maltrattamenti hanno spesso dato risultati tali da falsare importanti sperimentazioni cliniche, ritardando o rendendo impossibili delle ricerche di importanza decisiva nella cura di diverse malattie.

Oggi, a prescindere dalla propria sensibilità personale riguardo la sofferenza degli animali che utilizziamo a qualunque titolo, sappiamo per certo che dobbiamo far vivere in buone condizioni gli animali che mangiamo o su cui pratichiamo la ricerca, innanzitutto nel nostro stesso interesse.

Com’è facilmente intuibile, questa consapevolezza era lontanissima dalla visione del mondo dei nostri antenati anche di un solo secolo fa, che già erano abituati a trattare piuttosto brutalmente i propri simili (soprattutto i bambini, con la scusa di “educarli”: la pedagogia come la conosciamo ora si è imposta da poco, prima era basata quasi esclusivamente su punizioni spesso spropositate) e certo non potevano avere alcun riguardo per delle bestie.

Di storie al riguardo ce ne sono state tramandate tante, ma a colpirci di più sono quelle relative agli animali che lavoravano nei circhi, grandissima attrazione popolare del tempo, e in particolare degli elefanti, ossia animali che oggi sappiamo essere dotati di grande intelligenza e sensibilità, nonché di un carattere tutt’altro che aggressivo, a meno che non siano sottoposti a pesanti provocazioni.

Molti articoli hanno già narrato la storia dell’elefantessa Big Mary, impiccata in Tennessee il 13 settembre 1916 in seguito all’uccisione di un operaio che la infastidiva. Meno nota ma altrettanto significativa è quella di un’altra elefantessa, Topsy, che la precedette di qualche anno.

Topsy, come Big Mary, era un elefante indiano. Nacque intorno al 1875, non si sa dove nel Sud-Est asiatico e, catturata dai bracconieri, fu introdotta clandestinamente sul suolo americano quando era ancora piccola. Per questo, negli anni successivi, i suoi proprietari cercarono di farla passare, nelle pubblicità, come il primo elefante nato in America.

Con i metodi crudeli del tempo, fu addestrata a compiere diversi numeri, di cui i principali erano andare sul monopattino, fare le capriole e danzare sulle zampe posteriori. Lavorò soprattutto per il circo Forepaugh, che faceva concorrenza al ben più celebre Barnum. Da adulta, era alta 3 metri, lunga 6 e pesava intorno alle 5 tonnellate.

Topsy era sempre stata molto tranquilla, ma a forza di essere infastidita da balordi di ogni tipo finì per diventare aggressiva. Il 27 maggio 1902, a Brooklyn, uno sfaccendato di nome James Fielding Blount, ubriaco, entrò senza permesso nel recinto dove gli elefanti del circo erano tenuti con le zampe impastoiate e prese a disturbarli. Giunto davanti a Topsy, le tirò il sigaro accesso nella bocca, ustionandogliela. Topsy lo afferrò con la proboscide, lo attirò sotto di sé e poi lo schiacciò fino a ucciderlo.

Oggi diremmo senza farci troppi scrupoli che un imbecille aveva incontrato la fine che meritava, e magari lo proporremmo per un Darwin Award; ma i giornali di allora, visto che la notizia faceva un certo effetto, ci inzupparono il biscotto più che potevano, andando molto al di là del lecito. Prestando fede a ogni sorta di dicerie e panzane, senza sprecarsi a verificarne la veridicità, pubblicarono per diversi giorni articoli sulla malvagità dell’elefantessa cattiva, arrivando a sostenere che, durante le diverse tournee, avesse ucciso addirittura 12 spettatori. In seguito, però, la cifra fu ridimensionata a 2 operai del circo Forepaugh, che sarebbero morti uno a Waco in Texas e l’altro a Parigi.

Ma neppure questo era vero. Solo nel 2013, dopo una ricerca certosina sulle fonti originali, il giornalista Michael Daly, che stava scrivendo un libro sulla vicenda, scoprì che, con assoluta certezza, nessuno è mai stato ucciso da un elefante a Waco, né allora né prima e nemmeno dopo. E che, a Parigi, durante la sua permanenza, il circo Forepaugh fece registrare solo il ferimento di un operaio, e neanche tanto gravemente.

I proprietari del circo, comunque, data la pubblicità negativa garantita dalla presenza della bestia, la vendettero a un certo William Alt, che gestiva il “Sea Lion Park” di Coney Island, che pensava di impiegarla sia come attrazione sia come animale da trasporto. Durante il viaggio di trasferimento in treno, Topsy si fermò a Kingston, sempre nello Stato di New York, e qui avvenne un altro incidente. Un altro sfaccendato, Louis Dodero, la bastonò dietro un orecchio: Topsy afferrò anche lui con la proboscide e lo scagliò lontano; l’uomo riportò diverse fratture ma sopravvisse.

Le cose non migliorarono quando Topsy giunse al “Sea Lion Park”. Alt era un ubriacone incapace di portare avanti qualsiasi attività, stava facendo andare il parco in malora e teneva altri animali in condizioni pietose. Appena Topsy arrivò, Alt pretese di servirsene per spostare una pesante giostra da un punto a un altro e, visto che a suo giudizio l’elefantessa non si impegnava abbastanza, prese a colpirla con un forcone. Stavolta Topsy non reagì, anche perché aveva le zampre libere: tentò invece la fuga, scappando via dal parco, inseguita da Alt che riuscì a riprenderla con l’aiuto della polizia locale. Alt fu multato per il trambusto provocato e per i danni procurati durante la fuga dell’animale.

Episodi di questo tipo finirono per ripetersi quasi ogni volta che Alt era ubriaco, ossia abbastanza spesso, con Topsy che se ne usciva fuori del parco e se ne andava in giro per i dintorni terrorizzando la popolazione, ancora suggestionata dalle false notizie diffuse precedentemente dai giornali.

Temendo conseguenze peggiori, i proprietari del “Sea Lion Park”, Frederick Thompson e Elmer Dundy, presero due decisioni drastiche: quella di licenziare Alt e quella di eliminare Topsy.

In quel periodo, si era già tentato di uccidere degli elefanti per elettrocuzione (come sulla sedia elettrica) ma i risultati erano sempre stati disastrosi. Thompson e Dundy scelsero comunque questo metodo, ma la Società Americana per la Prevenzione della Crudeltà sugli Animali (strano a dirsi, esisteva già allora) intervenne e, dopo una lunga trattativa, ottenne che l’animale fosse ucciso tramite la combinazione di più metodi, per infliggergli meno sofferenze. Si optò, dunque, per elettricità, veleno e impiccagione.

Il veleno, cianuro, le sarebbe stato somministrato per primo, mescolato a un abbondante pasto di carote, di cui era ghiotta. Poi sarebbe partita la scarica elettrica e infine un verricello avrebbe stretto il cappio intorno al suo collo.

Con il tipico cinismo degli impresari del tempo, Thompson e Dundy fecero pubblicare la notizia su giornali e manifesti e vendettero i biglietti per lo “spettacolo” a 25 cent l’uno. All’uccisione di Topsy assistettero 2500 persone, di cui però solo 1000 avevano comprato il biglietto, mentre gli altri si erano sistemati sui balconi o sui tetti dei palazzi vicini. Era una gelida domenica, il 4 gennaio 1904.

Era stata predisposta una piattaforma al di fuori del parco quale sede dell’esecuzione ma, come se avesse inuito ciò che la stava aspettando, Topsy rifiutò di spostarsi dalla capanna in cui dormiva. Qualcuno si fece venire l’idea di farla condurre da William Alt: ma l’uomo, non si sa se troppo ubriaco o astioso verso i suoi ex datori di lavoro o colto da un imprevedibile sussulto di dignità, si rifiutò, anche quando gli offrirono 25 dollari per farlo. Alla fine, fu necessario trasferire tutti i complessi macchinari predisposti per l’occasione davanti alla capanna dell’elefante.

L’esecuzione, inizialmente prevista per le 9,30 del mattino, potè avere luogo solo alle 14,45. Intorno alle zampe di Topsy furono stretti degli involucri di rame isolati dal suolo, in modo che la corrente non potesse scaricarsi a terra. Un addetto del parco somministrò all’animale il pasto avvelenato, e Topsy lo mangiò senza perdere tempo. Il capo elettricista P.D. Sharkey, che aveva predisposto l’apparecchiatura, inviò a uno dei suoi uomini il segnale convenuto e, dalla stazione di Bay Ridge, poco distante, partì la scarica di corrente.

L’intensità di questa era addirittura di 6.000 volt: dopo circa 10 secondi, Topsy si accasciò e non si mosse più. Fu fatta serrare dal verricello la fune metallica che la stringeva alla gola, ma ormai questo era superfluo. Alle 14,47, due veterinari e un funzionario della Società Americana per la Prevenzione della Crudeltà sugli Animali attestarono che il cuore dell’elefantessa aveva smesso di battere.

L’evento fu anche filmato, e questo dettaglio rappresenta un’altra storia interessante. A farlo, fu la Società Cinematografica di Thomas Alva Edison, impiegando uno strumento che Edison stava cercando di lanciare sul mercato per fare concorrenza alla cinepresa dei fratelli Lumière, il cinetoscopio. Questo strumento fu abbandonato dopo poco, ma il filmato ha lasciato qualche traccia di sé, benché l’originale sia andato distrutto come gran parte delle pellicole del tempo. Si sa che era lungo 74 secondi e intitolato “Electrocuting an Elephant” (una inquietante similitudine con il titolo di un racconto in cui George Orwell, anni dopo, narrò di quando fu costretto a uccidere un elefante impazzito in un mercato birmano, quando era arruolato nella Polizia Imperiale inglese, “Shooting an Elephant”), mentre non c’è sicurezza sul nome del regista, Edwin S. Porter o Jacob Blair Smith. Prima che andasse distrutto, qualcuno stampò su carta tutti i suoi fotogrammi ed è in questa forma che oggi è conservato alla Biblioteca del Congresso.

Questa vicenda, in tempi recenti, ha ispirato anche un’opera letteraria molto apprezzata dalla critica e con un buon successo di pubblico, ossia uno dei 9 racconti (intitolato “I sentimenti dell’elefante”) del volume “I am not Jackson Pollock” di John Haskell, tradotto in Italiano da Bookever con il titolo “Io non sono Jackson Pollock”.

L’immagine di copertina è una foto dell’elefantessa Topsy