Anita Mancia, nata a Roma, ha lavorato 20 anni presso l'Istituto Storico della Compagnia di Gesù come assistente bibliotecaria ed Archivista. Ha collaborato con la rivista storica dell'Istituto con articoli sulla Ratio Studiorum, la pedagogia dei gesuiti, i gesuiti presi prigionieri dai pirati e recensioni. Presso l'editore Campanotto di Udine nel 2007 ha pubblicato un volumetto di poesie.

“Sverrir le ha raccontato quel che accade in punto di morte. Un attimo prima del trapasso tutte le particelle del nostro corpo si attivano, come in un agnellino appena nato. Combattono contro la morte nello scontro estremo” (77).
Questo esile libro che consiglierei caldamente di leggere anche perché non richiede più di un’ora (e poi, se si vuole si può rileggere quando si ha tempo), è serio, ma non pesante. Tratta della vita, della morte e dell’amore con uno stile asciutto, essenziale, apparentemente semplice, legato alla realtà. La traduttrice, Silvia Cosimini, lo ha reso particolarmente bene, in modo efficace.

La trama di questa storia è semplice anch’essa. Una anziana signora, Ađalheiđur che vive sola perchè è vedova e i figli sono grandi, vede la vita scorrere veloce dal doppio vetro della finestra che dà a sud del suo appartamento in Lindargata, a Reykjavik. Non ha rinunciato a vivere: anzi vuole essere partecipe delle cose del mondo. La sua vita è molto regolare, ordinata. Un uomo anziano quasi come lei, il chirurgo Sverrir, entra in contatto con lei. Si conoscono, stanno insieme, si piacciono e si amano.

Fanno anche qualche progetto insieme, come quello di andare a vivere in una residenza per coppie anziane nella zona occidentale di Reykjavik. La signora deve vincere i pregiudizi e le resistenze dei figli, del fratello e delle amiche perchè l’amore fra anziani è inteso in modo critico, quando non totalmente negativo. Lei tuttavia non si dà per vinta e fa di testa sua. Scrive Thoroddsen: “Il romanticismo è un’ancora di salvezza in questi tempi senza amore. I grandi lavoratori non hanno sbarrato solo il corso dei grandi fiumi, ma anche le vie di comunicazione tra le persone” (39). Il testo riflette la storia contemporanea dell’Islanda, dove il capitalismo attraversa una delle sue crisi – quella bancaria – ma sembra uscirne. La caffetteria è il luogo di incontro della coppia. Essa è frequentata da giovani “dall’aspetto mellifuo, un po’affettato, perfino languido. Sulle prime li trovano apatici. Ma a poco a poco scoprono che quei ragazzi entrano ed escono di prigione per essersi incatenati ai macchinari nei cantieri delle dighe e gestiscono una cooperativa no profit. Dietro la mollezza si nascondono ideali fervidi, serietà e tenacia. Questi giovani sembrano aver colto qualche frattura nel sistema” (75). Lo stile, come si vede, è oggettivo, realistico. Un giorno, tornando dal parrucchiere, la signora Ađalheiđur scopre che Sverrir a mezzogiorno dorme ancora. Comprende che non è normale e si accorge che è cereo. Forse può aver avuto un ictus nella notte e lei non se ne è accorta. Chiama l’ambulanza e porta Sverrir in ospedale. Subito dopo avvisa il figlio, chirurgo come il padre, che prenderà un volo dagli Stati Uniti per visitare suo padre ammalato. Il figlio e la moglie di Sverrir sono al suo capezzale: “Sverrir appartiene a loro, secondo ogni codice legale. Lei si riveste e lo bacia sulla fronte mentre gli altri due aspettano fuori. Poi si defila come un cane bastonato. Non se la sente di muovere guerra adesso. Chi delle due l’ha amato di più? Sono i soliti conflitti che si scatenano intorno a un capezzale quando i ruoli non sono chiari” (80). Tornata a casa Ađalheiđur si immerge nell’acqua, elemento simbolico, acqua per la perdita, acqua dall’anima. Oh acqua (81). Sverrir muore, ma la vita di Ađalheiđur continua. Andrà a trascorrere il tempo che le resta della vita in una casa di riposo per anziani soli. Ma intanto è tornata a casa sua, alla finestra dal doppio vetro. Thoroddsen è una poetessa islandese tradotta per la prima volta in Italia con questo romanzo.

Doppio vetro Book Cover Doppio vetro
Halldòra Thoroddsen
Narrativa
Iperborea
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