Professore associato di lingua inglese e collabora per l'urdu con l'Orientale di Napoli avendo anche una laurea in Arabo e Urdu. Pedagogista Clinica e una Antropologa trasformazionale della Scuola dello psichiatra Sergio Piro. Prima di passare nel ruolo di professore associato alla Università Parthenope è ricercatore all'università Orientale di Napoli.

Di Maria Rosaria D’Acierno

Libero scambio: Dal commercio dipende lo stato di salute di una nazione che dando vita a nuovi mercati apre un futuro meno incerto. Le frontiere vengono abbattute e il flusso di beni di consumo si alterna al flusso di persone che vanno da un paese all’altro per ragioni di studio, di lavoro o di turismo. Come potremmo oggi tornare indietro al tempo del muro di Berlino?

Il mercato aperto ad oltre 100 paesi ha fatto dell’UE il primo esportatore al mondo di manufatti e servizi. Questa politica commerciale frantuma ‘l’angusto pollaio’ (temuto da Sergio Piro) aprendolo agli stranieri. Se qualcuno sente minato il proprio territorio, violate le pareti sicure e protettive del proprio ‘pollaio,’ vuol dire che non ha ancora assorbito il concetto di Europa, e tantomeno quello di cittadino del mondo. Inoltre, una politica commerciale allargata cerca di ridurre lo sfruttamento del lavoro in senso generale, ma soprattutto del lavoro minorile.

Fornendo assistenza ai paesi in via di sviluppo con programmi di sostegno e con la riduzione dei dazi doganali, cresce anche l’economia interna. Il concetto basilare dell’economia odierna si concretizza sul fatto che il lavoro di squadra rappresenta una esigenza di produzione altamente specializzata e concorrenziale. Lavoro di squadra non significa che un oggetto sia fabbricato in un unico luogo da varie mani, ma al contrario le differenti parti che lo compongono possono essere prodotte in luoghi e paesi diversi in modo da raggiungere una perfezione che usufruisca di varie menti.

Pensiamo alla realizzazione di un aereo; ogni sua parte viene progettata, disegnata, realizzata da centinaia di persone che lavorano molto distanti l’una dall’altra, e sono specializzate in diversi settori. Il prodotto finito non avrà il marchio di un unico paese, ma vedrà molti lavoratori, di lingue e costumi diversi, uniti dall’orgoglio di aver fatto parte di un team internazionale. Paesi emergenti quali la Cina, l’India e il Brasile impongono la realizzazione di manufatti al di sopra di ogni concorrenza. Veniamo ora a discutere dell’importazione di prodotti alimentari che una volta rappresentavano l’orgoglio italiano: olio, pomodori, latte e derivati ecc. ecc. Il pomodoro marocchino usufruisce dell’eliminazione del 55% dei dazi sui prodotti agricoli in entrata nell’UE, ma soprattutto è favorito dal clima mite che permette a questa nazione una produzione naturale senza serre.

Il pomodoro olandese, invece, si serve di una alta tecnologia (fin dagli anni 60) poiché il clima freddo impone serre riscaldate, per cui i costi di produzione sono elevati a causa del dispendio di energia sia termica che elettrica e dal costo della manodopera. Coldiretti e Confagricoltura rivendicano i diritti degli agricoltori italiani, poiché il loro prodotto viene venduto sottocosto o rimane addirittura invenduto. Riguardo all’olio, il parlamento europeo ha approvato l’importazione senza dazi nell’UE di 35.000 tonnellate in più (56.700 tonnellate senza dazio già previste) all’anno di olio d’oliva prodotto in Tunisia.

Anche qui la Coldiretti rivendica il monopolio dell’olio italiano, poiché queste misure danneggiano i coltivatori italiani (sale del 38% il costo dell’olio), lavoratori che da anni avevano il privilegio unico su questi prodotti come caratterizzanti dell’economia basata sulla dieta mediterranea. Vogliamo accogliere le richieste giuste di tutti, quelle dei nostri agricoltori che erano gli unici produttori di alimenti sani e sicuri e quelle di chi giustifica queste misure per aiutare in patria i paesi del Mediterraneo sopraffatti da tremende situazioni che obbligano i loro abitanti a subire immani umiliazioni pur di trovare un luogo nel quale poter vivere una vita normale.

La soluzione potrebbe essere quella di suggerire di non avere paura; dobbiamo sfidare la concorrenza incrementando la bontà di un prodotto agricolo che, dovendo competere con altre nazioni, deve offrire maggiori garanzie per la nostra salute. Oggi si deve cambiare! Non ci si può aspettare che tutto proceda allo stesso modo per secoli, si devono accettare le sfide, e per vincerle bisogna andare avanti e non tornare indietro.