Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Diciamolo forte e chiaro. È sempre con una sorta di emozione, talvolta velata di nostalgia (non passatismo), leggere voci del ‘900 che si elevano da quel secolo così lontano, per tanti aspetti purtroppo, eppure così presente. Anche se troppo poco per molti motivi. Il fallimento della consapevolezza, recentemente mandato in libreria da Mondadori, ci porta una di quelle voci. Una delle più importanti, quella di Raffaele La Capria che, tra queste pagine e con queste pagine, fa una specie di viaggio a ritroso, parlandoci dei suoi anni giovanili così impregnati di riconoscenza e debito verso Croce,del suo rapporto con la letteratura e la scoperta di scrittori quali Proust, Musil e soprattutto Faulkner. Sarà infatti una certa letteratura americana a far capire a La Capria come potesse importante passare dal realismo ad una dinamica più corale del romanzo. La letteratura come affrancamento da un’ambiente, quello napoletano, di cui La Capria sembra voler ripercorrere valenze e tipicità, idiosincrasie e peculiarità.

Il fallimento della consapevolezza è però, sopra ogni altra cosa, la resa dei conti (intesa non certo come vendetta o chiusura) del rapporto di La Capria con Napoli. Da lì non si scappa. E in questa sorta di dialogo interiore, La Capria rilegge i suoi libri alla luce di una tesi che,seppur di volta in volta declinata in temi diversi, resta sempre quella di una Napoli raccontata come una “mitografia conoscitiva”.

Centrale, a tal proposito, ma non certo esaustivo e conclusivo, il suo testo Armonia perduta, di cui La Capria parla molto in questo libro. Restituendoci la sua idea di una città, di una napoletanità vista, vissuta e percepita come una specie di “recita collettiva”. Difficile,alla luce di alcune considerazioni, scindere la parabola letteraria di La Capria da questo suo groviglio identitario seppur “eccentrico”. Difficile perché è da questo nucleo che partono anche le sue considerazioni sulla lingua italiana di contro al dialetto napoletano, sulla mancata modernità della città,sulla tentazione (ahimè realizzata) di molta critica di uniformare e di omologare sotto la definizione di “letteratura napoletana” scritture e scrittori molto diversi tra loro. La Capria si interroga, a posteriori, su tutta la sua produzione letteraria facendone il filo conduttore per interrogare e interrogarsi su cosa questo continuo confronto con la città natia significhi per poter riflettere sul ruolo stesso della letteratura e dello scrittore sulla “possibilità di concepire la narrativa in chiave più ampia”.  Sempre tenendo ben salda la barra che indicala funzione dello scrittore: “[…] che è sempre quella di porsi come critico della società a cui appartiene, non in senso negativo, ma come portavoce di una conflittualità interna alla società che dovrebbe essere vivificante e creativa e servire a migliorarla.” Ma sempre dall’interno del proprio lavoro perché: “Gli scrittori devono sollevare denunce esistenziali, devono far esistere la denuncia nel racconto stesso che fanno.”

Un libro questo Il fallimento della consapevolezza che, seppur apprezzabile se si conosce la letteratura di La Capria, non perde di forza anche per il lettore che vi si dovesse avvicinare senza aver letto i suoi libri (che sarebbe un peccato a prescindere) perché è la costruzione stessa del libro a rappresentare, di per sé, una testimonianza quasi conclusa, da intendersi non come esaustiva ma come contenente una sua logica compiuta.

Un libro arricchito da una conversazione tra La Capria stesso e De Masi oltre che da una serie di lettere che, nel 1943, un La Capria militare a Caserta, scrive al suo grande amico Peppino Patroni Griffi. Lettere da cui emana ingenuità e incertezza, sentimento e intimità. Lettere che assumono, lette nell’insieme del libro, un ulteriore valore conoscitivo anche della narrativa di La Capria in cui anche gli aspetti reali non sono mai stati esenti dalla trasfigurazione letteraria.

Il fallimento della consapevolezza è un libro in cui il ‘900appare, ancora e sempre, come un secolo con cui la letteratura non può fare ameno di confrontarsi. La letteratura che non lo fa è destinata a restaremetaletteratura, una “letteratura fredda e quasi artificiosa di oggi che,mentre mette in evidenza il sentimento di frantumazione del mondo in cuiviviamo, ci rassicura riducendo tutto ad artificio artistico-letterario.”

Viene voglia di dire, a gran voce: “Ridateci il ‘900”

Il fallimento della consapevolezza Book Cover Il fallimento della consapevolezza
Raffaele La Capria
Letteratura
Mondadori
2018
113