Classe 1989, vive a Solofra (Av). Ha studiato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Salerno. Ama la compagnia di un buon libro, viaggiare per imparare, vagabondare per mostre e musei. Sostiene il Teatro di qualità, quello che pone degli interrogativi e contribuisce a formare la coscienza individuale e sociale, riuscendo ad emozionare e stupire allo stesso tempo.

Tra Teatro e Performance Art

Galleria Studio Morra, Napoli 1974. Su un tavolo sono disposti settantadue oggetti, alcuni di piacere, altri sono strumenti di tortura e morte che possono essere utilizzati dalle persone presenti per interagire con l’artista e il suo corpo. Ha inizio Rhythm 0 di Marina Abramović che per sei ore resta in piedi, testando la sua capacità di resistenza fisica e mentale e mettendo alla prova gli spettatori, autorizzati a farle ciò che vogliono. Dopo un primo momento di titubanza e imbarazzo, l’atteggiamento degli spettatori verso l’artista muta: le lamette stracciano gli abiti e feriscono la Abramović, qualcuno succhia il sangue dai tagli, viene legata, palpata, qualcuno arriva a darle in mano la pistola carica, facendogliela puntare al collo. Trascorse le sei ore, il suo corpo è gravemente segnato, un corpo che ha messo a disposizione per rendere protagonista il pubblico e gli istinti più violenti e brutali dell’essere umano una volta che è vinta la barriera della formalità.
Biennale di Venezia 1997. Sei ore al giorno, per tre giorni, l’artista serba pulisce, disossa brandelli di carne da ossa bovine accatastate. È Balkan Baroque, uno schiaffo al mondo occidentale cieco, che finge di non accorgersi degli orrori causati dalla guerra in Jugoslavia, degli orrori causati da ogni guerra.
Queste sono solo alcune delle circa cento opere di Marina Abramović che dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 sono riunite a Palazzo Strozzi a Firenze, dove è ospitata The Cleaner, una retrospettiva sui lavori più famosi della sua carriera dagli anni Sessanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e l’esecuzione dal vivo di sue celebri performance attraverso un gruppo di performer specificamente formati e selezionati in occasione della mostra.

Una volta che sei entrato nello stato della performance, puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente mai fare normalmente. Marina Abramović

Da molto tempo ormai la separazione fra arte visiva e arte teatrale è diventata meno pronunciata. È andato sviluppandosi infatti un teatro per il quale esistono molti più linguaggi nell’esperienza performativa di quanti ne possa prevedere un testo e ritiene che il corpo, lo spazio, il suono, gli oggetti e le immagini della performance possano essere ugualmente considerati come un tipo di linguaggio o di testo.
La performance è compimento di un atto; ogni atto performativo si basa su tre operazioni: l’essere, il fare e il mostrare il fare. Attiene ad un processo di attivazione del corpo che si concede alla vista in un dato spazio, è pratica corporea necessaria ad una ridefinizione critica del reale e pratica di passaggio da situazioni sociali e culturali definite a nuove aggregazioni sperimentali. Attraverso l’agire psicofisico è possibile vivere e portare a compimento un’esperienza e nella messa in scena del nostro corpo è possibile riflettere sull’esperienza stessa.
Che cos’è la performance per l’essere e che cosa siamo noi per essa? Qual è l’importanza della performance art nella prospettiva lunga delle cose? La performance si sottrae alle teorie estetiche tradizionali, si cristallizza nell’urgenza di un’etica piuttosto che di un’estetica, nella problematica del rapporto con il pubblico che diventa attore in prima persona e genera l’arte; non conta comprendere le azioni compiute dall’artista, quanto la trasformazione emotiva e spirituale di coloro che partecipano alla performance. Conta come un individuo percepisce un’opera d’arte e non il lavoro come incarnazione di un significato stabilito. Ciò non significa che l’opera non ha alcun significato, solo che è diverso per ogni spettatore, valorizzando il gioco del pensiero, del processo artistico, la cerimonia della presenza quando genera assenza.
Le donne sono figure importanti nella storia della performance art dagli anni Sessanta, proponendo riflessioni in termini di impegno sociale, femminismo, emancipazione, contribuendo alla svolta dall’impersonale all’autobiografico. Ad esempio l’attrice e performer israeliana Noam Sandel ha realizzato Nine Moons. Una trilogia per donna gestante, che ha sviluppato in tre capitoli: Formazione e divenire; Studi del processo di creazione; Crescita. Lo sviluppo fisico e anatomico richiede un’espansione della mente; Inizia la separazione. Amen a una nuova vita. Sandel si concentra sul mutare del suo corpo in stato di gestazione. La performance continua a crescere con il mio corpo che cambia, secondo uno sviluppo che aderisce alla legge delle specie dei mammiferi – scrive l’artista -. Una nuova coscienza risveglia in me il corpo come un vascello. Il movimento della donna sulla scena è sensibile al tempo, enfatizzando il suo corpo, l’attaccamento all’ideale di donna come madre generatrice.

Riferimenti: American Performance 1975-2005, La performance. Una storia personale
La teoria della Performance 1970-1983 di R. Schechner
Antropologia della Performance e Dal rito al teatro di V. Turner

In copertina Marina Abramović in Balkan Baroque

Tra teatro e performance art Book Cover Tra teatro e performance art
Rubrica A teatro
Alessandra Durighiello
Teatro
2018