Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Un paesino delle Ardenne, Reugny, la cui comunità sembra essere tenuta insieme più dai rancori e dai segreti che non dallo spirito bucolico con cui ci si immagina un piccolo paese. Un’attrice morta quarant’anni prima nell’hotel del paese, due uomini che, per motivi diversi, decidono di realizzare un documentario su di lei. Cinque efferati omicidi. Ma, su tutti, una straordinaria figura di ispettore, l’obeso, eccessivo, volgare, surreale Vertigo Kulbertus, amante delle patatine fritte e della birra senza schiuma che ingurgita a litri. Questi gli ingredienti del giallo intriso di humor nero Hotel del Gran Cervo, libro con cui l’autore Franz Bartelt è stato finalista al Grand prix de la littérature policière 2017.
Non mancano echi di Simenon in questo giallo (l’ispettore Maigret viene anche citato nelle ultime pagine del libro) e non a torto. Soprattutto nella crepuscolare e a tratti malinconica descrizione degli ambienti e nel modo con cui vengono dipinti i vari protagonisti. Tutto, luoghi e vicende, entrano in gioco con la stessa importanza. Tutto tiene in questa trama in cui cinismo, ironia, crudeltà, debolezze, vendette e ambizioni vengono cucite per raccontarci più che un giallo una vera e propria commedia umana.
Ed è forse questo aspetto ad avvicinare maggiormente le pagine di questo Hotel del Gran Cervo ad alcune di Simenon. Seppure non vi siano due personaggi più lontani tra loro, come Maigret e Kulbertus, per indole, cultura e modi, a unirli vi è la grandissima intelligenza quasi distratta e la profonda comprensione dell’animo umano. Oltre alla lucida consapevolezza di quanto poco coincidano giustizia e verità.
Nicolas Tèque, il giovane mandato da Parigi per raccogliere materiale sull’attrice Rosa Gulingen e l’ispettore Vertigo Kulbertus (che già nel nome porta lo scompiglio e la sua poca inclinazione ai metodi ortodossi) con le loro indagini parallele ci conducono all’interno di una vicenda che risale ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, con orfanotrofi, scambi di identità e rancori mai sepolti. In Hotel del Gran Cervo, vero microcosmo all’interno di un altro microcosmo, il passato non passa mai, l’odio non cade in prescrizione e i suoi tentacoli si distendono, senza soluzione di continuità, sul presente. In un concatenarsi di azioni e reazioni che dimostrano come, spesso, la vendetta e il calcolo siano, da una parte quasi l’unico carburante della vita e, dall’altra, un destino segnato.
Tra episodi al confine tra brutalità e surreale comicità, divagazioni sul senso della vita, della giustizia e della più dolente umanità, Franz Bartelt attraverso il suo ispettore Kulbertus, ci conduce attraverso una congerie di uomini e donne rispetto alle cui azioni non vi è mai un giudizio morale. Motivo per cui chi legge, pur non arrivando a provare empatia per loro, non può non comprendere come la vita sia quasi sempre una trama confusa e incerta. Dice Kulbertus, alla fine: “Solo nei romanzi conosciamo il finale della storia, Nicolas. Nella vita, non si arriva mai a sapere tutto. Del resto, sarebbe inutile. Ma, a proposito di tutte queste storie, Nicolas, se c’è una cosa da sapere, una sola, è che non siamo in un romanzo.
Kulbertus, con i suoi modo spicci, sgradevoli, talvolta davvero volgari, sarà proprio la metafora precisa di come, in fondo, colpevoli e innocenti non lo siano mai del tutto, di come spesso la vita vada avanti reggendosi su piccole e grandi complicità da cui nessuno esce pulito. Non ne uscirà pulito nemmeno lo stesso Kulbertus con uno dei finali più politicamente scorretti che mai si siano letti.

Livres Hebdo lo definisce “nel suo genere, un puro capolavoro.” Forse una definizione un po’ altisonante ma, non vi è dubbio, non troppo lontana dal vero. Non c’è una riga fuori posto, non c’è personaggio che non rientri in un meccanismo letterario perfettamente congegnato suddiviso per blocchi di tempo e di luogo, non c’è pagina che non rispetti un preciso andamento temporale scandito da una verità che sembra sempre sul punto di disvelarsi per poi venire accantonata per riapparire più avanti all’improvviso. Capolavoro? Non so, di certo una gran bella lettura.

Hotel del Gran Cervo Book Cover Hotel del Gran Cervo
Franz Bartelt. Traduzione di Elena Cappellini
Giallo
Feltrinelli
2018
284