Antonella Vicinanza è nata a Salerno dove vive con marito e tre figli. Dopo il diploma di maturità classica, si laurea in lingue e letterature straniere all'Università degli Studi di Salerno. Ha anche un diploma di specializzazione nell'insegnamento della lingua inglese. Attualmente è docente di scuola secondaria di II grado

Giacomo Leopardi: Ottimismo, Resilienza e Orgoglio Patriottico.

“E’ sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione.” (1)

Carlo Picca, curatore del blog L’attacalibri, pubblica il 17 novembre 2017 una recensione su Libreriamo dedicata a Leopardi, a cui fanno seguito numerosi commenti. Da questi commenti nascono alcune considerazioni di seguito esposte. Il titolo della recensione anticipa la tesi sostenuta da Picca che, con forza, prende le distanze da una concezione pessimistica del pensiero leopardiano, suscitando non poche reazioni.
E’ innegabile che Leopardi venga ricordato per il suo pessimismo e per una concezione materialistica dell’esistenza e del mondo: sono questi i due concetti cardine su cui si fonda buona parte delle sue opere e la chiave privilegiata di lettura di cui si è avvalsa tanta critica per identificarne il pensiero. Tuttavia ogni lettura dell’autore in un senso univoco appare estremamente riduttiva.
E’ chiaro a tutti che, quando si parla di Leopardi, sia estremamente difficile separare vita e arte poiché esse sono strettamente collegate andando quasi a formare un “intero”, cioè Leopardi come uomo e autore; ciò implica, un moltiplicarsi di punti di vista che non permette l’ingabbiamento in una definizione univoca.
Ogni volta che Leopardi scrive lo fa sull’impeto di forti passioni che lo scuotono e lo spingono ad esprimere ciò che prova: è un uomo di grande sensibilità e vasta cultura che sente e prova in modo profondo e vivo; fin da bambino è tormentato e vessato dalla crudeltà della vita e dall’oppressione di una visione dell’esistenza cupa, ristretta e soffocante alla quale, tuttavia, si oppone cercando risposte alle sue domande, (e probabilmente una via di fuga), altrove cioè nei libri della biblioteca di suo padre, negli autori greci e latini, negli anni di “studio matto e disperatissimo”. Studio che, se da un lato gli crea problemi fisici, dall’altro gli apre la mente ad universi sconosciuti, infiniti e vitali perché gli offre la possibilità di interpretazioni altre, nuove, diverse. Se dovessimo immaginarlo oggi, qui, in questo mondo, penseremmo a un bambino prodigio tormentato interiormente da un grande vuoto creato dall’assenza totale di amore e dalla grettezza mentale della madre, da un lato, e dai limiti umani e culturali del padre dall’altro. Questi stessi ostacoli li ritroverà più volte nel corso della vita sotto altri aspetti e in contesti più ampi: nell’angusta realtà del suo paese, Recanati, da cui più volte cercherà di fuggire e dove, tuttavia, sarà frequentemente costretto a tornare anche per la cecità e chiusura dei familiari; nell’impossibilità di vedere il proprio amore corrisposto; nella grettezza, mediocrità e falsità di tanti suoi contemporanei (si pensi alla delusione in seguito al soggiorno a Roma); nelle difficoltà economiche che non lo abbandoneranno; nelle precarie condizioni di salute e, infine, nei contrasti con la tendenza conservatrice e spiritualista della cultura dominante (elementi che si evincono nei Paralipomeni e nella satira I nuovi credenti) che gli valgono la censura e il sequestro dell’ultima edizione delle Operette morali.
E’ ovvio e naturale che tutti questi elementi negativi influenzino fortemente la sua concezione della vita e del mondo, tanto più se pensiamo al fatto che Leopardi si trovasse in una condizione tale per cui non poteva trovare consolazione nella fede (per lui rappresentata in quella della madre, fredda e chiusa in una religiosità rigida) ma neanche nei godimenti mondani; egli aveva un copro deforme e un’indole tanto profonda quanto ferita. Questa sorta di “impossibilità lo rendono quasi una metafora vivente del suo “passero solitario”, così agli antipodi del “carpe diem”. La natura gli ha dato un corpo deforme e fragile e un luogo natio, vetusto e austero, che funzionano quasi come un filo rosso del suo pensiero e come monito costante a riflettere sulla caducità di ogni cosa, anche dell’uomo nel mondo.

Eppure quella stessa Natura gli ha donato un’intelligenza fuori dal comune ed egli ne è consapevole, ad essa si aggrappa e vi si dedica completamente, nutrendo la sua mente fino allo spasimo e senza tregua salvo nei pochi casi in cui la sua salute sarà talmente precaria da costringerlo a desistere; ma ogni volta riprenderà a scrivere e nulla, nessuna “siepe”, neppure quella del suo corpo malato e vessato potrà costringere il suo pensiero e impedirgli di fingersi:
“……….interminati
spazi di la’da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
………..ove per poco
il cor non si spaura……”
(2)

Ecco dunque il suo modo di tentare di convivere o di contrapporsi alla negatività della vita, al dolore, alla mancanza d’amore, alla grettezza, alla cecità, fisica e non, perciò egli dice:
“…….Cosi’tra questa
immensita’s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’e’dolce in questo mare.”

Ma non è questo l’unico appiglio che si offre a Leopardi contro le asperità della vita. Lungo il percorso egli potrà spesso giovarsi dell’incoraggiamento di altri letterati ed artisti (per esempio lo scrittore Pietro Giordani con cui intreccia un intenso scambio epistolare); dell’impulso procuratogli dalla frequentazione di circoli letterari (si pensi al gabinetto scientifico letterario di Giovanni Pietro Viesseux) dove entra in contatto con personalità italiane ed europee; e dell’aiuto degli amici, primi fra tutti quegli “amici di Toscana” che nel 1830 gli offriranno per un intero anno il sostegno economico necessario a vivere nella città di Firenze che, altrimenti, avrebbe dovuto lasciare per ritornare alla per lui arcaica e retriva Recanati. E come dimenticare l’amico Antonio Ranieri a cui detterà i suoi ultimi componimenti e che, insieme alla sorella, lo assisterà fino agli ultimi istanti di vita e gli sarà fedele anche dopo riuscendo a fatica a sottrarre le sue spoglie alla fossa comune!
E se fosse questa la “social catena” a cui fa riferimento Leopardi nella Ginestra? Di certo si riferisce a uomini e donne dotati di “nobil natura”:
“…….Nobil natura e’quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;…..”
(3)
D’altronde su questo concetto ritorna anche nella satira “I nuovi credenti” dove attacca con veemenza gli esponenti dello spiritualismo napoletano, cattolici per convenienza e stupidamente ottimisti:
… e in breve accesa
d’un concorde voler tutta in mio danno
s’arma Napoli a gara alla difesa
de’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni
anteposto il morir, troppo le pesa.
E comprender non sa, quando son buoni,
come per virtù lor non sien felici
borghi, terre, provincie e nazioni. (vv. 11-8);
Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,
a cui grava il morir; noi femminette,
cui la morte è in desio, la vita amara.
Voi saggi, voi felici: anime elette
a goder delle cose: in voi natura
le intenzioni sue vide perfette.
Degli uomini e del ciel delizia e cura
sarete sempre, infin che stabilita
ignoranza e sciocchezza in cor vi dura:
e durerà, mi penso, almeno in vita.
(vv. 100-9) (4)
E in Leopardi c’è molto di più: un amor di patria e un forte orgoglio per il passato storico e culturale di ascendenza greca e latina ma anche per la cultura, la storia e la letteratura propriamente italiane in senso stretto, di quei padri (Dante primo fra tutti) che non ebbero il bisogno di imitare nessuno. Egli difende in più punti l’originalità di letterati, scienziati ed artisti italiani contro l’ingerenza straniera, si pensi alla Lettera ai signori compilatori della “Biblioteca Italiana” e al poemetto eroicomico Paralipomeni della Batracomiomachia, nel quale sono frequenti le esortazioni ai contemporanei, e non solo, perché non si lascino abbagliare da ombre fasulle e illusorie. Chissà cosa penserebbe dell’Italia di oggi che ancora una volta appare come una “….. donna incatenata, abbandonata nella polvere, che non può difendersi né a parole né con le mani.(5)
Ma il suo non è l’idealismo dei liberali fiorentini e del Risorgimento: Leopardi non è per “ipotesi, sistemi e sentimento”, ma per “analisi, ragione ed esperienza(6) ed anche quando arriva a desiderare la morte lo fa con determinazione, orgoglio e coraggio: “….io non mi sottometto alla mia infelicità,nè piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi.(7)

(1) Charles Péguy, poeta ed editor francese.
(2) Leopardi, da Canti, L’infinito, vv.4 – 8
(3) Leopardi da Canti XXXIV, La ginestra o il fiore del deserto, vv. 111 – 117
(4) Leopardi da I nuovi credenti, vv. 11-18 e vv. 100-109.
(5) Citazione ai Paralipomeni nel commento tratto da http://www.zibaldoni.it/2005/07/08/paralipomeni-della-batracomiomachia-3/
(6) Ibidem
(7) Operette morali, Dialogo di Tristano e di un amico, 202 – 206

Bibliografia

Fonti primarie
Opere dell’autore
Canti:
-L’infinito;
-La Ginestra o il Fiore del Deserto.
Operette morali:
-Dialogo di Tristano e di un amico.
I nuovi credenti
Paralipomeni della Batracomiomachia.

Fonti secondarie
Anselmi Gian Mario, Varotti Carlo, Tempi e Immagini della Letteratura, Varese, Italia, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2003.
Commento ai Paralipomeni tratto da: http://www.zibaldoni.it/2005/07/08/paralipomeni-della-batracomiomachia-3/
Picca Carlo, “Perché Leopardi è un inguaribile ottimista”, in “L’attacca Libri”, Libreriamo, 17 novembre 2017.

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Antonella Vicinanza
Critica letteraria
2018