Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Il dio delle pagine belle continua a fare visita all’Adelphi, restando incastrato tra carta e inchiostro di questo editore. È così anche nel caso di questo Giorni tranquilli a Clichy, diario “a posteriori” del periodo parigino di Henry Miller. Libro arricchito ulteriormente dalle immagini languide e pigre eppure gravide di vita di Gyula Halàsz, in arte Brassai. Grande amico di Miller, che lo chiamò “l’occhio di Parigi”, Brassai amava addentrarsi e “sporcarsi” con le vere viscere della città, ritraendola soprattutto di notte, bagnata e lucida, molle e vitale come poche altre città al mondo. Facile comprendere, guardando e lasciandosi guardare da queste immagini, perché lo stesso Miller abbia affermato di essersi fatto ispirare da loro durante la scrittura di questo immenso libro.
Henry Miller, di cui quasi tutti affermano all’unisono assoluta coincidenza tra vita e letteratura, scrisse queste brucianti e sanguinanti pagine, nel 1940, dopo il suo soggiorno nella Ville Lumiere. Lasciava l’Europa agli inizi della catastrofe della guerra per tornare in quell’America che decise di pubblicare questo Giorni tranquilli a Clichy solo nel 1965, dopo averlo fatto passare per le maglie della censura e di un processo per oscenità contro l’opera sua forse più famosa e cioè Tropico del Cancro.

Scrittore osceno dunque Miller, osceno per i benpensanti d’oltre oceano a cui la sua letteratura dava fastidio. E dava fastidio non per l’oscenità delle sue pagine ma per l’osceno dell’american way of life che Miller denunciava proprio con le sue opere. Significativo che anche questo Giorni tranquilli a Clichy sia stato scritto a New York, (quasi una sfida personale) lontano da quella Parigi, teatro e protagonista delle pagine, tanto quanto, se non più, delle stesse puttane raccontate, del sesso consumato come un bulimico vitalistico e anarchico, dei locali notturni pieni di fumo e di papponi, di uomini e donne non volgari, come taluni potrebbero considerare, ma semmai al di là del concetto di vergogna e, soprattutto, del senso di colpa. E questa è una delle chiavi, a mio avviso fondamentali, per leggere anche questo libro di Miller. Una letteratura, la sua, in cui le descrizioni crude e insistite dei suoi giochi sessuali in compagnia dell’amico Carl, assumono quasi una connotazione religiosa, dove alla parola religiosa bisogna dare il suo significato di “tenere insieme”. In un bell’articolo di Michele Fumagallo sul Il Manifesto si leggono parole fondamentali e chiarificatrici in tal senso. Parlando della bella biografia a Miller dedicata da Hartur Hoyle, l’articolo riporta queste parole dello stesso Miller: “Non potrei mai esistere tra gli strumenti igienici e sterilizzati dello spirito economico. L’America non avrà mai un rinascimento finché non assaggerà la morte.” Ma per farlo, per assaggiare la morte bisogna assaggiare la vita, il suo miracolo, in ogni rivolo, anche quello del sesso: “A volte mi rammaricavo di non essere una donna, come lei, una donna che possedeva soltanto una bella fica. Come sarebbe stato bello mettere al lavoro la fica e usare il cervello per il piacere! Innamorarsi della felicità! Diventare il più inutile possibile! […] Morire, quando arriva il momento, nudo e solo, senza sensi di colpa, senza rimpianti, senza rimorsi…” Parole in cui c’è più Dio che in molte messe, con buona pace di Langone che, in una noterella su Il Foglio ha definito questo Giorni tranquilli a Clichy un libro etimologicamente porno.

Per comprendere fino in fondo, o almeno provarci, questo libro sarebbe anche utile, forse, non chiedersi quanto della vita di Miller coincida con le sue pagine. Pur capendo cosa la critica intenda con questa sottolineatura, che in parte spiega anche la scelta della forma diaristica di questo Giorni tranquilli a Clichy, non ritengo sia questo l’elemento che fornisce valore aggiunto alla scrittura di Miller. A rappresentare il vero valore aggiunto della sua scrittura, la sua cifra forse più drammaticamente vera, è il suo continuo, inesauribile interrogarsi sulla vita stessa. Nell’articolo, bellissimo, di Alberto Sebastani, pubblicato su minimaetmoralia.it, leggiamo l’intervista che lo stesso ha fatto a Arthur Hoyle, autore della biografia di cui si accennava qualche riga sopra. E che riporta il senso di questo suo interrogarsi: “Il tipo di liberazione che Miller professa e cerca di vivere è un rifiuto della “American way ofi life”, la sua enfasi conformista, la sua ricerca di successo materiale, la sua fede nel Progresso. A Miller interessa una crescita spirituale di sé e dei suoi lettori. Ma pensa che uomini e donne debbano abbracciare la propria parte istintiva, il bisogno di cibo, rifugio e sesso, per poter diventare pienamente umani. Perciò scrive di sesso con stile sgarbato ma non erotico né pornografico.”

Queste pagine a cui non manca una buona dose di malinconia sono un inno alla vita, sempre e comunque. E che riportino reali esperienze dello scrittore nulla aggiunge e nulla toglie alla letteratura di questo vero e proprio genio. È sempre Hoyle, che per scrivere la biografia su Miller ha letto di tutto e di più, a ricordarci, ancora che: “Il Miller personaggio dei racconti autobiografici e l’uomo Miller delle lettere e delle testimonianze di conoscenti e amici sono due persone diverse. Il primo è una creazione funzionale. Miller si reinventa sulla pagina. È sia più sordido e depravato, sia più illuminato e forte del reale Miller.”
Ecco perché non ha poi tutta questa importanza chiedersi cosa ci sia di reale in queste come in altre pagine di Miller. Ed ecco perché, anche se qualcuno troverà da ridire, non è azzardato parlare di “scrittura religiosa” rispetto alla scrittura di Miller. Perché il sesso, così esasperato, è anche un modo per far riflettere su quanto sia sopravvalutato nella sua presunta capacità di risolvere, nel profondo, i problemi. Ma è un passaggio imprescindibile al di fuori della retorica, del bigottismo e della mentalità utilitaristica.

Miller, e leggendo Giorni tranquilli a Clichy lo si avverte ancora di più, è stato per certi aspetti, il “padre” di scrittori come lo stesso Roth, il più amaro Updike, o i beat come Ginsberg o Burroughs, come ci ricorda lo stesso Hoyle, che ha, non solo “sdoganato” il sesso, ma che lo ha usato per parlare di altro: l’ipocrisia dell’America, certo e qui, in queste pagine, la miracolosa forza della vita del ventre di Parigi. Sono pagine che, tra le altre cose, smontano, per un lettore attento, la vulgata del Miller protofascista e misogino. Ma bisogna saper leggere, senza sensi di colpa appunto, come senza sensi di colpa era la sua scomoda letteratura.

Giorni tranquilli a Clichy Book Cover Giorni tranquilli a Clichy
Henry Miller
Letteratura
Adelphi
2018
173