Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Dal tratto alle parole, il nuovo libro di Nicola Vacca e Mario Pugliese pubblicato da i Quaderni del Bardo Edizioni, è un viaggio il cui verso può essere sia quello suggerito dal titolo, sia quello opposto, ovvero dalle parole al tratto. Nel ritmo e nell’intreccio di questi due modi espressivi vi è il suggerimento che ha, però, l’ambizione di divenire provocazione. Non si tratta di stabilire una primogenitura ma, al contrario, un’ipotesi di lettura. Questi ritratti di grandi del ‘900 sono ritratti, appunto, nel loro doppio farsi visi e istantanee. Dove istantanee coglie proprio la loro natura di istante.
Le parole di Nicola Vacca e i tratti grafici di Mario Pugliese si muovono sul limite. Parola rischiosa perché ad essa, solitamente, si attribuisce una valenza di impedimento, di linea oltre la quale non si può andare. Invece, qui, il limite è una soglia, un varco verso interi mondi. E quando c’è una soglia c’è sempre, o almeno dovrebbe esserci, il tempo con la sua capacità di portare con sé il malinteso. Anche questa, parola dall’accezione negativa per la vulgata corrente e che, invece, è la più alta e nobile delle opportunità della poesia. In questi ritratti vi è chiaro il ruolo imprescindibile del malinteso nella poesia, nella letteratura, nel disegno e, in definitiva, in tutto ciò che è espressione: non può esservi sovrapposizione e coincidenza piena tra ciò che viene detto e scritto e ciò che viene “letto” da chi accoglie. E questa impossibilità di “comprensione piena e totale” è ciò che introduce il malinteso e fa proseguire il viaggio.
Se fosse tutto chiaro, se tutto fosse interpretabile in modo univoco, la poesia stessa non avrebbe ragion d’essere. Invece nelle parole di Nicola Vacca e nei ritratti di Mario Pugliese qualcosa sfugge. Qualcosa si sottrae alla semplificazione. Ed è il sembiante. La sinteticità dei “ritratti di parole” di Nicola Vacca non è semplificazione ma, al contrario, esattamente il suo opposto e cioè la semplicità. Che è la cosa più complessa che vi sia. Perché in poche parole sa che non può levare il plico: ritrarre è semplice ma impossibile è semplificare. E lo stesso avviene con i ritratti di Mario Pugliese, con i loro chiaro-scuri, con il loro essere quasi accennati eppure così precisi. E non è un caso che ciascuno di essi, qualunque sia l’angolazione da cui sono colti, qualunque sia l’ombra che li sfiora, a notarsi per primi siano sempre gli occhi.
Perché gli occhi sono il punto di partenza e di passaggio dello sguardo inteso come ascolto prima ancora che come visione. Ed è proprio in questo aspetto che il lavoro di Nicola Vacca e quello di Mario Pugliese, sembrano mettere in primo piano non la loro coincidenza ma il loro ritmo. Essenziale, eppure, proprio per questo, sfumato. Perché la sfumatura è l’abisso.
Non c’è una rappresentazione di vicinanza, non c’è la spettacolarizzazione sorniona della confidenza. In questi ritratti di grandi del ‘900 come Virginia Woolf, Emil Cioran, Edgar Allan Poe, Simone Weil o John Fante, (gli altri scopriteli leggendo questo libro) vi è semmai l’eco di una lunga e profonda consuetudine, di una lunga e continua frequentazione. Cose agli antipodi di una sbandierata amicizia. Mario Pugliese e Nicola Vacca non giocano a fare gli amici degli scrittori disegnati e cantati. Anzi. Soprattutto quando Vacca li chiama per nome. In quello che sembra il gesto di più grande intimità vi è, invece, la dichiarazione di una rispettosa distanza che trova il suo apice nel pronunciare la cosa più unica di una persona: il suo nome.
Sono persone quelle scritte e disegnate in questo libro, non personaggi, non caricature e neanche stereotipi. È come se fossero scorti con il più leale degli sguardi che non è quello diretto ma quello quasi laterale, quasi “con la coda dell’occhio”. Che è lo sguardo di chi non ha paura di sentirsi debitore. Curioso come anche a me sia venuto in mente Harold Bloom, citato nella bella prefazione di Alessandro Vergari, ma per un altro suo libro, il meraviglioso L’angoscia dell’influenza. Non si tratta di trovare l’originale ma, semmai, l’originario. Senza timore di raccontare quanto si debba ai grandi venuti prima di noi. E né Nicola Vacca né Mario Pugliese hanno questo timore. Tanto meno lo hanno avuto gli scrittori ritratti in questo libro che, come scrive sempre Alessandro Vergari, è: “[…] Un viaggio rapido e incisivo tra i ritratti di scrittori e poeti che si sono opposti all’imperativo massificante del quieto vivere […]”

Dal tratto alle parole Book Cover Dal tratto alle parole
Mario Pugliese e Nicola Vacca
Poesia e disegni d'artista
I Quaderni del Bardo di Stefano Donno Editore
2018
50