Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Il valore del racconto, il valore della memoria. Il valore della parola che si fa denuncia nel senso di testimonianza. Testimonianza di storie “piccole”, di persone che hanno fatto la storia pur rimanendone, nella maggior parte dei casi, ai margini di quella narrazione che troppo spesso semplifica, levando appunto le pieghe dentro le quali si trova la potenza di una vita, di tante vite. Questa, anche questa è letteratura civile di cui lo scrittore Stefano Valenti è tra gli esponenti più interessanti. Autore di due libri solo apparentemente diversi, per tematiche e ambientazioni, ma che hanno entrambi la forza, amara, dell’urgenza. Della memoria. Di quella memoria che non è solo ricordo di qualcosa che è accaduto ma, soprattutto, di qualcosa che, come un fiume carsico, continua a lavorare, a lasciare tracce, a seminare istanti che diventano giorni, anni.

Stefano Valenti, traduttore e scrittore, si inserisce in quel filone di letteratura che ha il coraggio di assumersi la responsabilità della scrittura. Perché la scrittura è responsabilità, quando non si limita ad essere ego d’inchiostro. Quando diventa letteratura “militante” nell’accezione di lotta per le storie e non per l’autore, in primis.
Due libri, dicevamo, quelli che Stefano Valenti ha pubblicato, fino ad ora, e di cui parliamo ancora, oggi, perché sono due testi non legati al tempo, non a quello del mercato editoriale almeno. Semmai al tempo come imprescindibile compagno di viaggio delle vicende umane, come ritmo, come, in definitiva, attualità. Qualcosa che non si interrompe mai, come ci dice l’autore stesso in queste righe del suo secondo, bellissimo libro Rosso nella notte bianca: “Infine Ulisse è tornato. Ha dormito ridestandosi in questa terra abbandonata una mattina di molti anni fa. Una terra abitata, come allora, da nemici. E cerca una traccia che conceda di ritrovare l’uomo che è stato prima di andarsene.”


Rosso nella notte bianca
Feltrinelli 2016
I Narratori
pag 128

Rosso nella notte bianca è la storia di Ulisse, nome forse non casuale, che nel novembre del 1994 fa ritorno nella baita che, tanti anni prima, le famigerate Brigate nere hanno incendiato. E torna, propri come un tempo che non passa mai, per compiere una vendetta. Una vendetta che non è solo personale ma sociale, politica. Sono anni quelli, i primi anni ’90, in cui il vuoto e lo sfaldarsi del paese hanno, come specchio politico, il governo Berlusconi e il suo sdoganare esponenti del Movimento Sociale con le loro derive mussoliniane. Ulisse non può accettarlo. Lui è stato partigiano nella Brigata Matteotti, ha avuto una sorella, Nerina, violentata e torturata dalle squadracce nere, che, incapace di sopportare lo squarcio di quelle violenze, si impicca nel fienile della baita. Ha avuto una madre, Giuditta che, dopo la morte della figlia, abbandona la montagna e va a lavorare in una fabbrica, un cotonificio, partecipando alle lotte operaie. Perché c’è chi non può non lottare. Nel tempo, con il tempo. Ulisse deve rimettere ordine. E lo farà in modo cruento, tragico, come tragico è il suo essere, la sua storia, la sua follia, forse. Folle come tutti gli uomini che vogliono costruire un mondo migliore. Che sia la guerra o che sia la fabbrica, Ulisse capirà che la lotta di classe è il cuore pulsante, eterno della battaglia tra potenti e deboli, tra padroni e lavoratori. Cambiano i nomi ma la storia si ripete. Ecco il tempo che non passa, che non conosce strappi. Un libro bellissimo, potente, a tratti sincopato, sporco perché resistente. Come resiste l’ingiustizia e la fame di giustizia, soprattutto quando giustizia non vi è stata: l’omicidio del compaesano Mario Ferrari da parte di Ulisse Bonfanti è, per lui, ancora e sempre un’azione di guerra (come scrive lo stesso Valenti) ancor più perché cerca di pareggiare i conti con qualcosa che al vaglio della giustizia del tribunale della storia, non è mai passato fino in fondo.

E la stessa fame di giustizia, lo stesso bisogno di “costruire e ricostruire” una storia, sempre di violenza e soprusi (perché di questo si tratta) è presente anche nel primo libro di Valenti, lo stupendo La fabbrica del panico, uscito sempre con Feltrinelli, nel 2013 e vincitore del premio Campiello Opera Prima, del Premio Volponi Opera Prima e del premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Un libro che appartiene a quel filone di “letteratura del lavoro” di cui l’Italia ha esempi altissimi come Volponi, Rea con il suo meraviglioso La dismissione, Bianciardi e, in tempi più recenti, Angelo Ferracuti, solo per citarne alcuni.


La fabbrica del panico
Feltrinelli 2013
I Narratori
pag 128

Anche qui la storia è la storia di una violenza, questa volta non è la guerra ma è la malattia, la fabbrica. Una storia uguale, purtroppo, a molte altre storie di questo tipo. Storie in cui il lavoro uccide, in silenzio, con la violenza subdola, la più subdola perché colpisce nei gangli più indifesi, il bisogno di lavoro appunto. Qui siamo a Milano, alla Breda Fucine, orgoglio industriale di quella che veniva chiamata la Stalingrado d’Italia. Quella Sesto San Giovanni che sapeva di operai, di fatica, di turni massacranti, di lavoro. Sono gli anni del boom, di quel malinteso senso del benessere che già cominciava a scavare solchi profondi, riproponendo la sempiterna lotta di classe (concetto che torna). Un giovane uomo lascia la Valtellina per fare l’operaio in questa fabbrica in cui alle lotte consapevoli per condizioni di lavoro più umane, si aggiunge una lotta che ancora non si sa di combattere: quella della malattia causata dall’amianto.

Un libro di letteratura e di reportage, un insieme di storie, di documenti, di testimonianze e di carte processuali. E ancora un uomo che non ha voluto arrendersi, che non ha voluto accettare accordi, compromessi. E nel cui animo la rabbia e il disgusto, l’odio e il dolore, sono divenuti “la sua redenzione”. Ciò che ha causato l’amianto è qualcosa di cui la storia italiana è, purtroppo piena. Forse la più conosciuta è quella di casale Monferrato, raccontata anche dal bellissimo film Un posto sicuro, in cui, ancora una volta, è un figlio che si fa carico della storia del padre, che si fa testimone ed erede di una guerra, perché di questo si tratta. Una storia fatta di silenzi, di complicità, di dirigenti che sapevano ma, in nome del profitto, tacevano e hanno taciuto a lungo. E anche in questo caso siamo davanti ad un libro “civile” in cui il valore della memoria e della responsabilità (se insito su questo concetto è perché lo ritengo fondamentale) sono resi con una scrittura tanto più semplice quanto più lucida. Crudele perché priva di retorica.
Due libri importanti, che andrebbero letti, sempre, nelle scuole. Ma non solo. Due libri che raccontano due storie non poi così diverse tra loro, perché tra operai e partigiani non c’è poi così tanta differenza. Ne parliamo con l’autore a cui abbiamo rivolto alcune domande, proprio su questo aspetto.

Stefano si può parlare, secondo te, di una continuità/contiguità tra i personaggi dei due libri?
I personaggi rientrano tutti nel grande ciclo dei perdenti. E d’altronde questi due titoli sono stati pensati come parte di una trilogia. La trilogia attenderà e il prossimo romanzo nascerà da un’urgenza, l’urgenza del presente. E tuttavia non escludo che la trilogia possa giungere a compimento e che possa addirittura diventare una quadrilogia, una pentalogia e chissà cos’altro. E d’altronde, il racconto del paese è tutto compreso dentro una crudele storia di lotta di classe, e in tal modo può essere letta, fin dal 1861, fin dal 1922, fin dal 1945, fin dal 1977 e ancora oggi.

Ciò che emerge dalla lettura di entrambi è una sorta di urgenza, di bisogno. Cosa, più di tutto, ti premeva raccontare?
La narrativa, e non soltanto quella italiana, è per grande parte espressione dei mal di pancia della borghesia. Borghesi sono gli autori, per naturale selezione di classe. E dunque narrano la storia dal loro punto di vista, un punto di vista di parte. Mi premeva raccontare una realtà non raccontata, la realtà vissuta dalla maggioranza del paese, una realtà fatta di violenza, esclusione, povertà, dolore, abbandono. La realtà delle classi medie e popolari.

La violenza della guerra e la violenza della fabbrica. Cosa è necessario continuare a raccontare e perché. Non sono argomenti “conclusi” direi. Il vaglio della giustizia non ha ancora messo a posto le cose. Cosa ne pensi?
Nessuna giustizia, nessuna pace, diceva uno slogan usurato. Questo è un paese di giustizia mancata, di stragi di stato senza colpevoli, di violenza e torture sui proletari mai passate in giudicato. Questo è un paese fascista che ha assolto tutti i fascisti sterminatori di donne e bambini e ha mandato in carcere chi ha osato ribellarsi. Mi piace a questo proposito riportare una frase di Edouard Louis che dice “La questione del succedersi degli eventi, del prima e del dopo, del fissare i comportamenti che precedono e che invece sono provocati da altri comportamenti, è fondamentale per comprendere il mondo in cui viviamo. Mai dire che i ceti popolari sono violenti, ma che i ceti popolari subiscono violenza quotidiana e per questo riproducono quella violenza. Ogni analisi che pretenda di cogliere il mondo senza un pensiero che individui il succedersi degli eventi è destinato a fallire.”

La scelta dei registri stilistici delle due storie è stata concomitante alla scelta delle storie o si è delineata “strada facendo”?
Credo, ne sono convinto, che ogni buon romanzo nasca dalla contemporaneità di questi due elementi, dalla commistione di storia e registro stilistico. Non potrebbe essere altrimenti. E così ogni romanzo trova la propria strada, la propria voce, dalla contemporaneità di contenuto e forma.

Vendetta, giustizia. Nella lotta di classe, perché in entrambi i casi, in un certo senso, di questo si tratta, ai più deboli si pone sempre questa dicotomia. Perché?

La vendetta è la reazione di coloro ai quali non è concessa giustizia. La dicotomia è interpretazione borghese. Per un proletario giustizia e vendetta sono sinonimi. Nel paese non è mai stata praticata giustizia, ma giustizia di classe. Fin dall’Unità, come racconta il Verga, fin dal Dopoguerra, come raccontano Fenoglio e Nuto Revelli. La dicotomia è apparente. Come faccio dire al protagonista in Rosso nella notte bianca Era il testone deformato del Mussolini, lucido come un acciottolato umido, che rimetteva umori dai labbroni, il testone tumefatto del duce, il nostro premio. E la clemenza, la comprensione di cui hanno tratto beneficio nel dopoguerra criminali neri, funzionari pubblici, viene da dire, è all’origine dei mali del presente e che almeno lo abbiamo appeso il Mussolini, almeno quello, dice.

Fascismo e capitalismo, leggendo i tuoi libri, appaiono ancor più intrinsecamente legati. Perché, in un certo senso, sono l’emblema di quello che tu, un giorno, hai definito come uno dei mali del nostro paese: il consociativismo. Che posto c’è per il lavoro e i lavoratori in questo magma.
Lavoratori e lavoro sono schiavi al servizio del sistema che arricchisce un ristretto numero di concittadini. I soliti noti. Il fascismo è stato lo strumento col quale nel 1922 il capitale ha combattuto e schiacciato il proletariato. Vorrei potermi dilungare ma non posso. Invito il lettore a cercare, a informarsi. E d’altronde non tutto può essere detto. Uomini e donne, prendetevi la responsabilità delle vostre scelte. Informatevi. Ma per tornare a noi, e a proposito di lavoro, in questi nostri giorni un cittadino su tre vive gravi privazioni materiali ed è esposto al pericolo di esclusione sociale. In Italia aumentano le disuguaglianze e le persone povere e a rischio povertà. Nel 2016 erano 18.136.663, in crescita rispetto al 2015. Si tratta di un nostro concittadino su tre. Un successone degli ultimi governi a guida Pd, insomma. Quando ci dicono che i posti di lavoro sono aumentati dicono che lavorare rende poveri. Dall’inizio degli anni ottanta l’uno per cento ha messo le mani sul trenta per cento della crescita, più del doppio di quanto abbia fatto il cinquanta per cento più povero. La crisi non ha risvegliato provvedimenti. La classe media è ormai morta. Il compromesso sociale ha ceduto. La guerra di classe non è mai stata tanto deflagrante e il peggio deve ancora venire.

Sono due libri in un certo senso universali eppure molto “personali”. Hai fatto fatica a scriverli? Quali sono state le difficoltà maggiori?
Nessuna fatica, devo essere sincero. La rabbia, l’odio di classe, il motore che mi tiene in piedi, sono stati strumenti coi quali raccontare. E di rabbia, di odio di classe, sono ricolmo. Per questo sono convinto di avere molti altri romanzi in tasca.