Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Uno dei grandi problemi dell’editoria italiana è l’iperproduzione, spesso inutile quando non ridondante. Effetto collaterale è la “dimenticanza” in cui cadono alcuni libri, non recensiti dalle grandi firme che spostano le vendite, che attraggono l’attenzione. Che un libro come quello di cui stiamo per parlarvi non abbia, per ora, raggiunto l’attenzione che merita dice molto di come il marketing faccia più vittime di una delle bombe intelligenti di cui si fregia l’America nelle sue guerre.
Perché questo La primavera da lontano è una di quelle piccole grandi chicche di quel sottobosco letterario nascosto ma che, con il suo valore biologico, nutre tutto l’ambiente. Qui, tra queste pagine di Giovanni Ragonesi, c’è un debutto narrativo in cui sembra che Tondelli gli si sia seduto accanto e gli abbia soffiato nell’orecchio un po’ della sua materica malinconia di Camere separate, che Jean Genet gli abbia offerto un po’ della sua crudezza, che qualche autore sudamericano gli abbia insufflato un poco di oniricità, mentre il primo David Leavitt serviva al tavolo aiutata da Martin Amis. Esageriamo? Provate a leggerlo e poi traete le vostre conclusioni.
Questo è un gran debutto in cui non c’è il timore di usare parole scomode, di mettere il corpo nero su bianco insieme alle ossessioni, ai ricordi che non se ne vanno e al sonno che arriva solo chimicamente. Duro, ironico, violento e dolce come una carezza ma tagliente e sgradevole come una lama ghiacciata che ti tocca all’improvviso.
Un romanzo “escapista” in cui il protagonista passa il tempo a fuggire, ad attraversare la vita come indossando un gigantesco preservativo per timore che lo sperma della vita possa attecchire e dare qualche frutto. In una produzione letteraria, quella italiana, in cui per lo più si parla del proprio ombelico, del proprio ego di inchiostro, di un bene melenso mascherato da male ancora più dolciastro e falso, leggere pagine in cui si racconta di orge gay, dell’ambiente del porno, mescolato alla lieve pesantezza del ricordo di una nonna che ha riempito la vita, di un amore che non si sa esattamente cosa fosse, al punto tale da diventare una zavorra, non è cosa così scontata. E non è così scontata neanche la scrittura che a tratti diventa così impetuosa da diventare più importante della trama. Già, la trama. Quella cosa che sembra essere diventata centrale per colpa dei tanti gialli e thriller che affollano il mercato e che ha abituato i lettori a considerarla primaria. Giovanni Ragonesi, con questo La primavera da lontano, ci dimostra, ancora una volta, come la letteratura, quella un po’ più degna di questo nome, abbia in realtà il compito di rendere unica anche una storia che unica non è.
Un debutto in cui ci sono molte delle paure di questa epoca sfilacciata e senza punti di riferimento, in cui c’è bisogno di magia perché assumersi la responsabilità e la fatica di vivere è cosa dura. E il protagonista del libro non se lo nasconde e, anzi, assume la magia sotto forma di tranquillanti o di sesso senza conseguenze. Almeno fino ad un certo punto della sua vita. Fino a quando, forse, si decide a fare non quello che, banalmente, si direbbe una resa dei conti, ma almeno per una volta a lasciare che proprio la “magia” non sia una fuga.
Un libro, dicevamo, sorretto, abbracciato, impregnato di bella scrittura in cui traspare e traspira una specie di sudore linguistico, di umori corporali che vanno a vestire le parole e le frasi. Un libro che andrebbe letto ascoltando in loop la voce graffiata di Jean Moreau in Each man kills the things he loves quasi fosse un’altra protagonista del libro.

La primavera da lontano Book Cover La primavera da lontano
Giovanni Ragonesi
Narrativa
ad est dell'equatore
2017
148