Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

La letteratura è una cosa seria. Talmente seria, che mette a nudo. Non solo la capacità scrittoria dell’autore ma, anche, la sua capacità di “nascondere” le intenzioni nelle maglie della storia e della costruzione della stessa. Ci sono libri scritti bene, formalmente senza particolari lacune, che però mettono all’erta il lettore, subito. Una sorta di piccolo brivido che lo coglie fin dalle prime pagine. La sensazione di “sentire” quasi subito non solo il dipanarsi della storia, ma anche la forma che essa prenderà. Un po’ quello che è accaduto a me leggendo questo libro.
Ho volutamente atteso, sia per leggerlo sia per recensirlo, che passasse un po’ l’ondata mediatica di recensioni, interviste, articoli. Volevo fare, entrambe le cose, quando di questo libro non fosse rimasta, per me ovviamente, alcuna eco mediatica. E mi sono trovata a leggere un libro riuscito a metà. Non certo per l’originalità o meno del tema. Un’amicizia maschile che ha come sottofondo la natura non è, di per sé, argomento nuovo. Ma quello non è, e non dovrebbe essere un problema, in letteratura. A lasciare un po’ perplessi è la costruzione, appunto, della storia e dei suoi personaggi, le soluzioni scelte per svolgerne la sceneggiatura e il loro (dei personaggi e della storia) tenersi insieme.
Paolo Cognetti sa scrivere, questo è innegabile, ma la letteratura è altra cosa. Temo. Questo è solo un libro discreto, e non riuscito fino in fondo.
La storia è di quelle che avrebbero consentito dialoghi, descrizioni e sviluppi ben più strutturati, o comunque più letterari, appunto. La natura come sfondo e insieme protagonista è qualcosa che una certa letteratura americana ci ha regalato con pagine a dir poco emozionanti. Twain su tutti, London, alcune memorabili pagine di Wlliam Least Heat Moon, solo per citarne alcuni. E allora questi precedenti credo facciano tremare le vene ai polsi di scrive storie che hanno ambientazioni in cui la natura è predominante. O, meglio, dovrebbero far tremare le vene ai polsi. Perché? Perché non a caso ho scritto “pagine a dir poco emozionanti”. Ciò che manca, in questo libro a cui, formalmente, non si può dire nulla, è proprio l’emozione. Talvolta questo accade, in letteratura, quando sono “sbagliati” i tempi: i tempi di una scena, i tempi di un dialogo, i tempi che un personaggio si prende per elaborare un evento, un pensiero, un sentimento.
Ecco, in questo libro, spesso, si ha la sensazione che tutto vada fuori tempo; o troppo veloce o troppo lento. Si indugia un istante di troppo su alcuni elementi (come la costruzione della casa in montagna di Bruno, uno dei protagonisti, l’io narrante) e istanti di “troppo poco” su altri (come la morte del padre di Bruno e la conseguente rimessa in discussione di passato, presente e futuro).
Sembra quasi, e qui ritorna quanto detto all’inizio, che qualcosa sia sfuggito di mano a Cognetti e che le intenzioni, che dovevano restare nascoste, abbiano preso il comando della macchina, e l’abbiano condotta troppo frettolosamente verso una trama a tratti un po’ troppo prevedibile. Un genitore che non si comprende fino a quando non si diventa adulti, il distacco, una madre che sembra quasi non aver cedimenti, un ragazzo/uomo incapace di avere legami, un altro ragazzo/uomo che ha un sogno indistruttibile, quasi “ottuso” che lo fa sembrare, a volte, più una caricatura che una persona, una ex che diventa la compagna della vita del migliore amico, l’inevitabile crisi esistenziale che conduce ad un viaggio in Nepal. Così, solo per accennare a qualche intoppo che arriva, in modo fin troppo comodo, a “risolversi” con la morte di uno dei due amici (almeno chi dei due non ve lo dico). Perché? Nell’economia della storia era davvero un espediente letterario necessario? O sapeva forse troppo, appunto, di espediente? Più difficile sarebbe stato cimentarsi con la stessa morte ma a metà storia. Perché, allora sì, forse, sarebbe stato necessario uno sforzo maggiore di approfondimento.
Peccato. Peccato perché l’idea c’era, i personaggi anche e l’ambientazione pure. E anche una scrittura che, ne sono certa, potrebbe reggere ben altre prove. E peccato perché Cognetti, in alcune pagine, sa usare la lingua in maniera precisa, la stessa precisione che avrebbe dovuto accompagnare la sua mano anche attraverso la cosa più difficile per uno scrittore: le sfumature. In questo libro ce ne sono poche e, per questo motivo, è difficile affezionarsi ai personaggi. Troppo accennati e, nello stesso tempo, troppo archetipici.
Cosa resta di questo libro? Domanda direi non oziosa quando si parla di letteratura. Restano bellissime, quelle sì, descrizioni di montagne, boschi, ruscelli e sentieri, camminate alla luce della luna, ghiaccio e rumori sordi di acqua intrappolata nel ghiaccio. Troppo poco forse. O forse abbastanza per sperare nel prossimo libro di Cognetti.

Le otto montagne Book Cover Le otto montagne
Paolo Cognetti
Narrativa
Einaudi
2016
199