Laura Vargiu è nata a Iglesias, nel sud della Sardegna. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Cagliari con una tesi in Storia e istituzioni del mondo musulmano, è presente con poesie e racconti in diverse raccolte antologiche nazionali. Vincitrice del Premio Letterario “La Mole” di Torino nel 2013 e autrice di alcune pubblicazioni di poesia e prosa, tra cui “Il cane Comunista e altri racconti” (L'ArgoLibro Editore), fa parte della redazione della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” e della giuria di alcuni concorsi letterari.

Una rosa che ho piantato: selezione antologica tratta da Lettere dal carcere di Antonio Gramsci

Di Laura Vargiu

È l’Antonio Gramsci più privato, intimo, amorevole, quello al quale si dà spazio in questa breve antologia che raccoglie una selezione di lettere scritte in carcere dal grande intellettuale italiano, tratta proprio dalle celebri Lettere apparse nel 1947.

Pubblicata lo scorso anno, in occasione del centenario della fondazione del PCd’I (Partito Comunista d’Italia, poi Partito Comunista Italiano), dalla Compagnia editoriale Aliberti, piccola casa editrice di Reggio Emilia, Una rosa che ho piantato si rivela fin da subito una raccolta preziosa, il cui curioso titolo è dato da una delle prime missive qui contenute.

“[…] Io voglio sapere un mucchio di cose e poiché tu sei così grande, e, mi hanno detto, anche un po’ chiaccherino, così sono sicuro che mi scriverai, con la mano della mamma, per adesso, una lettera lunga lunga, con tutte queste notizie e altre ancora. E io ti darò notizie di una rosa che ho piantato e di una lucertola che voglio educare […]” (20 maggio 1929)

Da questa manciata di pagine, poco più di un centinaio di piccolo formato, riaffiora il Gramsci fratello, cognato, marito e, soprattutto, padre. Arrestato nel novembre del 1926, successivamente al congresso clandestino del PCd’I a Lione, e condannato a vent’anni di reclusione con l’accusa di attività cospirativa e altri presunti reati che il regime fascista era più che intenzionato a reprimere, l’importante pensatore nativo di Ales, in provincia di Oristano, si rivela un genitore attento e premuroso, a suo modo “presente” – naturalmente nei limiti in cui possa esserlo un uomo chiuso in cella – nella vita familiare. La detenzione si protrarrà sino al ’37, anno della morte avvenuta pochi giorni dopo essere stato scarcerato per amnistia. Dunque, oltre un decennio di forzata lontananza dai propri cari, quella vissuta dal povero Gramsci che, già afflitto fin dalla più tenera età dal morbo di Pott, in carcere versava in condizioni di salute sempre più precarie. Nonostante tutto ciò, dagli scritti in questione emerge una figura paterna che, tra una chiacchiera e l’altra sui temi più svariati della fanciullezza dei figli, non sembra perdere il sorriso né la voglia di vivere. Infatti, in particolare quando scrive a Delio e Giuliano, il tono delle lettere è tutt’altro che cupo, a tratti addirittura ilare, ricco di entusiasmo, incoraggiamenti e consigli, tra i quali non mancano quelli di tipo letterario (per esempio, la serie di novelle di Kipling con protagonista Mowgli è, a suo parere, di gran lunga preferibile a La capanna dello zio Tom, “un libro senza interesse, noioso, inutile”). La scrittura fu un modo – l’unico possibile, del resto, in quel travagliato periodo della sua esistenza – per mantenere vivo (e ancor prima costruire) un rapporto con i due bambini che vivevano in Unione Sovietica insieme alla madre Julia Schucht, destinataria a sua volta di numerose lettere da parte del marito incarcerato nella lontana Italia.

“Carissimo Delio,

ho saputo che sei stato al mare e che hai visto delle cose bellissime. Vorrei che tu mi scrivessi una lettera per descrivermi queste bellezze. E poi, hai conosciuto qualche nuovo essere vivente? Vicino al mare c’è tutto un brulichio di esseri: granchiolini, meduse, stelle marine ecc.  […]” (10 ottobre 1932)

E così, nel corso di questo lungo e ostinato rapporto epistolare, saltano fuori i ricordi di Gramsci ragazzino sullo sfondo rurale della sua Sardegna e le vecchie storie laggiù apprese, mentre il discorso cade sugli animali, la scuola, le vacanze al mare dei suoi due piccoli uomini che, intanto, crescevano senza la sua presenza. Tra le righe, anche tanta amarezza e, forse, la segreta rassegnazione a non poter più rivedere la famiglia.

Quando Antonio Gramsci morì, il 27 aprile del 1937, Delio e Giuliano avevano, rispettivamente, tredici e undici anni; il padre rimase per loro una voce d’inchiostro che non si sarebbe mai più tramutata in un abbraccio, nonché un nome per sempre motivo d’orgoglio.

Quest’antologia è senza dubbio una pubblicazione degna di nota (anche per la particolare cura editoriale ricevuta); essa si presta, eventualmente, come assai valido strumento per chi fosse interessato ad avvicinarsi per la prima volta all’opera del nostro filosofo e politico del secolo scorso. Un personaggio, quello di Gramsci, ancora oggi tradotto, studiato e apprezzato a livello internazionale, il cui genio dovrebbe meritare in patria maggiore attenzione.

Una rosa che ho piantato. Antologia delle lettere ai famigliari Book Cover Una rosa che ho piantato. Antologia delle lettere ai famigliari
Antonio Gramsci
Raccolta epistolare
Compagnia Editoriale Aliberti
2021
110 p.,