Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Solo un grande scrittore poteva scrivere un reportage come questo. Solo un grande scrittore poteva fare materia letteraria anche di un inferno come quello dell’East End londinese degli inizi del ‘900. Questo Il popolo dell’abisso di Jack London, meravigliosamente curato e tradotto da Mario Maffi, rappresenta uno degli esempi più alti del racconto in presa diretta dello scempio capitalista ai danni della classe lavoratrice. Ma non si pensi ad un semplice atto di denuncia. Qui c’è molto di più. A partire dalla consapevolezza di come e quanto uno scrittore possa e debba “sporcarsi le mani” con la materia di cui è fatto ciò che scrive

Era la metà del 1902 quando London ricevette un invito dall’American Press Association per partire alla volta del Sud Africa. Qui avrebbe dovuto intervistare alcuni dei protagonisti dell’appena conclusasi guerra anglo-boera. A London questa proposta pare capitare al momento giusto. Da tempo, infatti, accarezzava l’idea di scrivere qualcosa sull’East End londinese e le condizioni di vita misere ed oscene dei suoi abitanti. L’idea era quella di fermarsi a Londra prima di raggiungere il Sud Africa e qui mettere in pratica il suo progetto. Quando il viaggio in Sud Africa viene annullato, lo scrittore americano ne approfitterà per dedicare ancora più tempo al suo progetto londinese. E da quel momento inizia la sua discesa agli inferi. Perché di questo si tratta. Giovane esponente del socialismo americano, London nella capitale britannica, grazie all’aiuto di Anna Strunsky, entrerà in contatto con la Social Democratic Federation iniziando a raccogliere documenti, registri di polizia e studi di vario genere.

Quel pezzo di Londra, l’East End appunto, era già dalla fine dell’800, divenuto famoso non solo per le sanguinarie gesta di Jack lo Squartatore, ma anche per una serie di scioperi che avevano coinvolto portuali e fiammiferaie. Ma a London raccogliere documentazione non basta. Nel suo entusiasmo, nella sua curiosità, comprende che portare a termine il suo progetto vuol dire levare, letteralmente, tutte le barriere tra sé e le persone che in quel gigantesco slum, vivono, lavorano e muoiono. Vivere e lavorare sono due concetti che in quell’infernale East End assumo un’accezione del tutto diversa da quella a cui siamo abituati. E diversa anche da quella a cui si era abituati allora. Soprattutto per un giovane uomo arrivato da quel Nuovo Mondo che, nel corso del libro, invocherà ed evocherà in un non privo di ingenuo “sciovinismo”.

Ciò che apparirà agli occhi di London sarà un mondo fatto di reietti, fantasmi consumati dalla malattia, dalla miseria, dalla sopraffazione di un sistema che riduce questa umanità ad una folla di zombie vaganti per le strade luride di un quartiere in cui l’unico destino possibile è la morte per inedia dopo aver lavorato per una manciata di scellini. Condizioni abitative immorali, strade in cui il grasso che cade direttamente dl cielo si mescola all’immondizia, sono il teatro in cui questa umanità dolente si trascina tra notti passate all’aperto, fame inesauribile, ospizi che sono peggio di prigioni. Veri e propri fantasmi che camminano senza sosta nelle notti londinesi per ritrovarsi inebetiti di sonno e stanchezza il giorno dopo.

Una spirale senza uscita in cui il corpo stesso viene piagato dalla mancanza di cibo e dal cibo scadente che vi viene introdotto, dalla miseria oscena e disgustosa in cui uomini, donne, bambini e anziani sono costretti a vivere da un sistema in cui è il profitto a dettare legge. Ma come è possibile che nella Londra di quegli anni, quella Londra che, come continuavano a dire economisti e politici, stava vivendo un periodo di grande floridezza, potesse esserci un abisso come l’East End? London cerca di spiegarlo a sé stesso prima ancora che a chi lo leggerà. E lo farà letteralmente immergendosi, per ottantaquattro giorni, in quella che, giustamente, Maffi definisce una “voragine infernale”. Whitechapel, Bethnal Green, Stepney diventano i luoghi in cui London, che finge di essere un marinaio americano rimasto senza lavoro, condividerà giorni, notti, miseria, sporcizia, sfinimento e vergogna con uomini e donne ridotti a ombre.

Un reportage umano, economico e anche urbanistico arricchito da meravigliose fotografie dello stesso London, un libro che, sono ancora parole dello stesso Maffi: “è traboccante di passione e indignazione, una messa sotto accusa, diretta e senza mezzi termini, del meccanismo economico e sociale che produce tanta miseria e disperazione nel cuore di quello che era ancora il più grande impero del mondo.”

Un’esplorazione sociale la sua, con cui London entra in quel filone della letteratura anglofona (inglese e americana) con cui chi appartiene ad una classe sociale si mette ad analizzare una classe sociale posta ad un gradino più basso. London nell’East End troverà un’umanità che, in realtà, di scalini da scendere non ne ha neanche più. Il popolo dell’abisso è il racconto giornalistico e letterario insieme, di un inimmaginabile girone infernale da cui anche l’inferno sembra voler scappare.

Articolo apparso anche sul blog Zona di Disagio

Il popolo dell'abisso Book Cover Il popolo dell'abisso
Oscar Moderni
Jack London. Trad. e cura di M. Maffi
Reportage
Mondadori
2018
273 p., ILL brossura