Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Ci sono libri che, scritti a ridosso di quanto vanno raccontando, non riescono a portare elementi di riflessione. Gravidi come sono di quella mancanza di profondità e calma riflessione che solo la “distanza” tra ciò che si narra e il narratore può apportare. E poi ci sono libri che, pur arrivando da due decenni addietro, anche per questo, aprono non poche crepe su ciò che si crede di sapere già. E lo fanno, ancor più, perché costringono a fare i conti con “uno stato di cose” che non è di oggi, ma le cui conseguenze si sentono, pesantemente, ancora oggi. Il vero problema è averne perso o dimenticato la storia.

È il caso, per esempio, della scuola. Ecco perché avere rimandato in libreria Registro di classe di Sandro Onofri è qualcosa per cui dovremmo ringraziare minimum fax. Oggi che, in Italia ma non solo, cultura e scuola sembrano concetti e “luoghi” di così scarsa rilevanza per una politica sempre più miope e arroccata sull’immediato del tornaconto elettorale, leggere o rileggere Registro di classe aiuta a comprendere come tutto ciò non sia una demente stortura della mera attualità.

In questo diario, a metà tra la riflessione e la registrazione sobria e lucida, Sandro Onofri si fece, all’epoca, testimone di come anche gli allora governi di sinistra avessero iniziato quello smantellamento della centralità della scuola che, poco dopo, con l’inizio del berlusconismo, sarebbero divenuti l’apoteosi dell’esaltazione del sottobosco “culturale” del “tanto studiare non serve a nulla”. O, peggio ancora, del subordinare l’utilità del percorso di studi al mero conseguimento di un posto di lavoro.

Sandro Onofri, insegnate e scrittore, morto a soli quarantaquattro anni nel 1999, torna a parlarci come se non solo non avesse mai smesso di farlo ma, ancor più, come se quanto ci dice fosse drammaticamente uguale a quanto vediamo ai nostri giorni. Registro di classe non è solo il libro postumo di un insegnate innamorato del suo mestiere e non è neanche il libro di un eroe profeta. Semmai è il libro di un professore che viveva il suo mestiere senza “mettersi dalla parte di Dio” come dovrebbe fare chiunque abbia un ruolo da educatore, quanto semmai mettendosi dalla parte degli studenti, pur non nascondendosi dietro difese, arroccate e inutili, della categoria. Onofri sapeva e sa (consentitemi il tempo presente) che uno dei problemi era ed è proprio quello di parlare di “giovani” come fossero una categoria monolitica, coerente, senza abissali sfumature. Da cui il problema di un intero sistema di insegnamento che non può (e non è messo in grado) di confrontarsi con le differenze, sia degli studenti sia degli stessi insegnanti.

Utopia? Romanticherie da L’attimo fuggente? Tutt’altro. Basta leggere questo Registro di classe per comprendere come non sia così. Come non lo sia stato per l’Onofri insegnante e come, presumibilmente, non lo sia per molti altri insegnanti. Per quelli che dei loro studenti cercano, come faceva Onofri, di comprendere il contesto sociale e familiare, senza giudicare, senza accusare ma, cosa ben più complessa, cercando di offrire un’alternativa.

Non c’era nulla di eroico nel modo in cui Onofri viveva il suo ruolo di insegnate e in questo libro questa anti-eroicità diventa evidente dal suo stile di scrittura privo di retorica, che non nasconde i suoi momenti di sconforto e le feroci (e per nulla velate) critiche a molti suoi colleghi. Indicati senza essere colpevolizzati. Così come molti genitori. Responsabili, non colpevoli. Che è cosa diversa e, come avrebbe detto il mio amato professore di filosofia del liceo “una sfumatura che è semplicemente un abisso”. E che ci fa capire come già allora ci fosse un intorbidimento etico che portava a un non ascolto con conseguente rabbiosa o ottusa ribellione e rifiuto dell’impegno scolastico, della sua centralità rispetto ad ogni cosa. Da lì, già vent’anni fa, il germe della non accettazione dell’altro con la conseguente, inevitabile, scivolata nel conformismo dell’ottundimento che ai valori sostituisce il successo. Memorabili le pagine in cui Onofri racconta di come avesse provato a far dire ai ragazzi quale fosse, per loro, il significato di alcune parole.

Registro di classe è un libro che, letto ancora oggi, a distanza di tanti anni, ci mette drammaticamente eppure senza pesantezza alcuna, di fronte a quella sorta di immobilità che sembra avere intorpidito ogni cosa, soprattutto la curiosità, la voglia di sapere, di leggere e di studiare. Registro di classe, dopo vent’anni, in modo ancora più potente, non lascia scampo, non fornisce alibi. E ribadisce con forza quanto la scuola, soprattutto la scuola media, debba essere considerata la culla della civiltà e il primo antidoto contro la barbarie.

Registro di classe Book Cover Registro di classe
Sandro Onofri
Diario
minimum fax
2018
108