Carmine Maffei (Avellino, 1981). Musicista, autore e compositore, fonda la rock band Inseedia con cui pubblica Oltre il Muro (2005) e Secrets From The Room (2007 - Nomadism Records). Nel 2008 dà vita al suo attuale progetto musicale, gli Ordita Trama. Nel 2010 esce il disco "Ordita Trama" e nel 2017 Basta Soltanto Resistere, oltre al singolo L'Ignoto Ideale (Label Music). Appassionato da sempre di letteratura, ama leggere e collezionare libri, soprattutto romanzi. Attratto da tutto ciò che significa "cultura", ha un debole indiscusso per gli scrittori. Vive a Solofra (AV) con la moglie e due bimbi. Lavora nel settore conciario. Collabora con L'Ottavo dal novembre 2017.

Nota dell’autore.

Questo articolo nasce come una recensione del libro “Non mi piegherete – Vita di Martin Luther King” di Arnulf Zitelmann (Feltrinelli).
Tuttavia, pur considerando il libro interessato, si è voluto ampliare la questione delle restrizioni razziali a discapito della società afroamericana, confrontandoci però con l’abbattimento di tali barriere attraverso la musica, in primis il rock ‘n roll, il blues e l’R&B, ancor prima di decisioni politiche che avrebbero mirato all’uguaglianza tra individui, senza distinzioni di razza.

Si sa poco di questa storia, così poco da farla sembrare una leggenda, nella cui fattispecie però convissero due miti che ancora oggi risuonano nella memoria di chi era, di chi è e di chi sarebbe stato: Solomon Burke e (udite! udite!) Jimi Hendrix.
Era il 1963 e mentre a Birmingham (Alabama) inizia una violenta e sanguinosa campagna per i diritti della popolazione nera e viene pubblicato il libro “Strength to Love” di un giovane pastore nero di Atlanta, il cui amico presidente degli Stati Uniti sarà di lì a poco assassinato a Dallas, Solomon Burke, grande performer, cantante e protagonista del rhythm and blues, è impegnato per il tour del Chitlin’ Circuit, unica realtà di soli musicisti R&B o blues afroamericani, insieme alla sua band in cui milita un giovane e ancora sconosciuto Jimi Hendrix, di lì a qualche anno considerato il più grande innovatore della chitarra elettrica.
Rischiano di far tardi per lo show e non hanno ancora cenato, quindi non c’è tempo per scegliere l’eventuale e rarissimo ristorante che accetta uomini dalla pelle nera che, seppur lo facesse, li rintanerebbe nell’angolo più nascosto e lontano dai bianchi, quindi si fermano al primo che capita, ma conoscono bene i rischi e decidono che sarà il loro bassista, l’unico bianco, che potrà ritirare il pasto take away.
Fila tutto liscio, almeno fino a quando ai gestori del locale non sorge un dubbio.
Il bassista è quasi arrivato alla roulotte quando sente all’improvviso uno scalpitare frenetico di numerosi passi nella polvere: si volta e si accorge che è stato scoperto, e che forse non andrà troppo lontano, e il minimo che gli potrà capitare sarà una schioppettata nel didietro.
Inizia a correre e i vassoi delle pietanze gli scivolano di mano, ma a lui interessa poco, perché appena Jimi e Solomon lo aiutano a montare su, insieme assistono alla scena: i gestori del ristorante, armati di asce, stanno facendo a pezzetti al suolo la loro cena, perché non vogliono che i “negri” possano cibarsi di ciò che esce da un locale riservato ai soli “bianchi”.

Sono le leggi del Sud che consentono ad una normativa arcaica come la “Jim Crow Law”, la legge di Jim Crow (nomignolo dispregiativo affibbiato ai neri) che è stata instaurata alla fine del 1800 e che è rimasta in vigore fino a che la Southern Christian Leadership Conference (Sclc) non ha vinto la sua lotta non violenta a favore dell’uguaglianza senza distinzioni di razza nel 1964, e che alla cui guida vi era il pastore nero, lo stesso autore del libro Strength to Love: Martin Luther King.
Che cos’era successo negli Stati Uniti d’America, il tanto decantato paese dove i diritti di ogni cittadino erano tutelati nella stessa misura del prossimo, senza distinzione di ceto e che il termine “democrazia” era sottintesa in ogni riga della costituzione?
Nel 1865 la guerra civile americana, guidata dal presidente Lincoln, vinse a favore dell’unità di pensiero, tra cui figurava l’abolizione della schiavitù ancora perpetrata dagli stati avversari, per la cui causa ben duecentomila soldati neri si erano uniti ai bianchi e con essi avevano esultato quando sbaragliarono le ingiustizie che li disuniva e che generava odii.
Lincoln (assassinato anch’egli nel 1865) definiva la democrazia come “un governo del popolo, mediante il popolo e per il popolo” in cui anche la popolazione nera avrebbe vissuto gli stessi privilegi dei bianchi, che quindi si sentì nel diritto di partecipare alla politica del paese, inviando i propri rappresentanti fino a Washington, dove la rappresentanza era di gran lunga la più influente.

Purtroppo però, i latifondisti del Sud presto ripresero in mano la situazione bilanciandola a loro favore fino a che, nel 1883, la Corte Suprema dello stato della Louisiana annullò la legge dell’uguaglianza tra le razze, da cui presero esempio altri stati, quindi fu indetta la “Jim Crow Law”, attraverso la quale veniva innanzitutto annullato il diritto di voto alla popolazione nera, e per causa di cui ricominciarono le segregazioni razziali, le stesse di prima della Guerra Civile, costringendo gli afroamericani in una condizione di sfruttamento fisico, senza la possibilità di percezione di uno stipendio dignitoso, senza la tutela di sindacati, e completamente al servizio del caporalato schiavista che riprendeva piede.
Oltretutto la vita civile cambiò, con la separazione, ad esempio, sui mezzi pubblici o nei ristornati, nei bar, nei cinema, nei negozi…
Tale condizione, all’inizio del ‘900, portò alla conclusione che tutti i cittadini americani neri, almeno coloro che versavano nelle situazioni meno abbienti e che addirittura rifiutavano lo schiavismo, con le navi sarebbero stati rispediti in Africa perché considerati inutili, e fu solo per una mancanza di fondi necessari che questo terribile progetto non avvenne, perciò senza una soluzione, la società dei bianchi li recluse nei ghetti.

Tuttavia negli anni 20, quelli dell’ Età del Jazz di F. S. Fitzgerald, gli Stati Uniti d’America vissero una proficua espansione economica, dove il dollaro conquistò i mercati finanziari, l’industria automobilistica sfornava qualcosa come ventitré milioni di vetture e, strano a dirsi, addirittura una buona parte della popolazione nera riuscì ad emergere dalla perenne condizione di povertà, riuscendo a raggiungere posizioni ragguardevoli nel campo del commercio e delle banche, oltre che delle compagnie di assicurazione.
Seppur restando emarginati, negli Stati Uniti convivevano due realtà benestanti ma divise, perché accentuati dal colore della pelle.
Gli afro americani possedevano, oltre al loro circuito finanziario, anche una vita religiosa (e forse più devota) a parte, e fu in questa condizione di benessere “recluso” che nel 1929, anno della profonda depressione economica, nasce ad Atlanta Martin Luther King, battezzato così dal padre in onore del riformatore tedesco Martin Lutero.
Il benessere però viene meno soprattutto per causa della crisi, e nel ’35 la situazione peggiora nel modo più assoluto, generando odii razziali, dove la popolazione bianca accusa quella nera (anch’essa deturpata dagli esiti negativi) di rubarle il lavoro restante e così, soprattutto al Sud, la croce infuocata del Ku-Klux-Klan compie omicidi terribili e ingiustificati.
Lo stesso papà di Martin, pastore di Ebenezer, a cui succederà il figlio, è impegnato nella lotta per la riconquista al voto, oltre che per la protesta a favore degli insegnanti neri retribuiti differentemente dai bianchi.
Quindi Martin cresce sia con la visione di violenza verbale e fisica dei bianchi nei confronti dei neri a cui lui stesso appartiene e lo porta, fin dalla tenera età ad una crisi esistenziale causata dalla condizione di disagio in cui un ragazzino potrebbe trovarsi se discriminato quotidianamente.
Conquistato il dottorato in teologia, Martin sposa Coretta e insieme vanno a vivere nel quartiere nero di Montgomery, in seguito a un sermone di prova nella chiesa della comunità nera di Dexter, che elegge il giovane King come suo nuovo pastore.

La protesta dei mezzi pubblici di Montgomery del 1955, generata dapprima in piccola scala dalla signora Rosa Parks, la quale, troppo stanca per il lavoro, non cede il suo posto ad un bianco, segna l’inizio della lotta del giovane Martin per la riconquista ai diritti civili degli afroamericani, la quale parrocchia di devoti di Dexter lo nomina presidente del neonato Movimento, la futura Sclc, la Conferenza dei Cristiani del Sud, dove le uguaglianze tra i neri meno abbienti e i privilegiati diventano un tutt’uno per la lotta alla conquista delle uguaglianze.
Martin Luther King segue l’esempio di Gandhi (assassinato anch’egli nel 1948), il padre indiano della “non violenza” la cui politica pacifista prende il sopravvento sul terrore e conquista l’indipendenza sbaragliando l’impero coloniale inglese.
Quindi guida sempre e solo le sue conquiste attraverso manifestazioni di non belligeranza, non sempre condivise, come ad esempio fa intendere il suo amico ma antagonista Malcom X (assassinato invece nel ’65), più radicale, leader del Movimento delle Black Panthers, proposto ad una vera rivoluzione di spargimento di sangue, perché dice “nessuna rivoluzione non può essere combattuta offrendo l’altra guancia”.

King però non demorde, e pur correndo il rischio di tantissime vite umane, tra i manifestanti c’è chi lo accusa di protagonismo; tra i suoi simili è visto come uno che fugge dagli scontri mandando avanti i più temerari, salendo infine ingiustamente sul podio dei vincitori.
Sembra assurdo pensare che un uomo di questo spessore, tanto influente fin dalla conquista delle uguaglianze sui mezzi pubblici, all’appoggio ai sit in degli studenti a favore della pace in Vietnam, al suo continuo girovagare per ogni angolo degli States in cui vige un’urgenza a favore dell’integrazione razziale, insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1964, sia visto all’epoca quasi come un nemico della patria, a tal punto da rischiare la vita a seguito di un attentato per mano di una donna afro, dieci anni prima del fatidico ’68.
Sul libro “Why we can’t wait” scrive: “E se credete ai libri di storia e confidate che l’America sia un paese in cui il governo viene eletto da coloro che deve governare, vi accorgerete ben presto che così non è, al più tardi al momento di far valere il vostro diritto di registrazione nelle liste elettorali per potervi recare a votare (…) incontrereste tutti gli ostacoli immaginabili. E la cosa peggiore di tutta questa tragedia non è la brutalità di uomini malvagi, ma il silenzio di quelli buoni”.

Nel 1963, in occasione della marcia su Washington, a cui partecipano 250 mila persone, tra cui 84 mila bianchi, Martin parla così alla folla: “Oggi, cari amici, io vi dico che malgrado le difficoltà, presenti e future, io ho un sogno. E’ un sogno che è profondamente radicato nel sogno americano. Io sogno che un giorno questa nazione si sollevi e viva secondo il vero significato del proprio credo. Noi riteniamo ovvia la seguente novità: che tutti gli uomini sono creati uguali”
e poi ancora dice
“Io ho un sogno: che un giorno persino lo stato del Mississippi, che sta languendo nella foga dell’ingiustizia e dell’oppressione, si trasformi in un’oasi di libertà e giustizia”.
Parlando proprio del Mississippi è giunto il tempo di ricollegare i fili del nostro discorso cominciato in maniera forse in maniera inusuale, ma semplice.

Il Delta del Mississippi è conosciuto come il crogiolo dell’avvento del blues, genere che nasce dalla sofferenza patita dagli schiavi afroamericani intenti alla raccolta del cotone, ed è proprio qui che, dal leggendario e demoniaco Robert Johnson, probabilmente l’inventore assoluto del blues e del rock, prende spunto un’intera generazione di musicisti neri che segue la sua scia, a cominciare dal suo allievo Robert Jr. Lockwood, e poi via via seguono Muddy Waters, John Lee Hocker, Howlin’ Wolf, B. B. King, Bo Diddley, Elmore James e molti altri ancora, che insieme sfondano le prime barriere d’incomprensione razziale e portano in giro per gli States la sofferenza di un filone musicale/narrativo, alternato al nuovo genere che prende il sopravvento e che unisce vecchi bluesman e i nuovi e giovani amanti del rock: l’R&B, il Rhythm and Blues.
Racconta Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, nella sua autobiografia “Life”: “Io cercavo di andare al cuore del blues, il modo di esprimerlo. Il jazz non esisterebbe se non fosse per il blues nato con la schiavitù, la versione più recente e specifica della schiavitù, non quella a cui eravamo soggetti noi, poveri celti, sotto il giogo romano. Una schiavitù che ha condannato quelle persone ad una vita di miseria e sofferenza, non solo in America.”.
Keith Richards presto si confronta col futuro cantante degli Stones, Mick Jagger, il quale porta sempre con sé uno o più dischi misconosciuti del Delta del Blues, di Chicago, di artisti neri che dalle loro origini drammatiche ne hanno fatto nascere un filone culturale importantissimo, più che un genere musicale.
Keith e Mick, nei primi anni ’60, sono spesso all’Ealing Jazz Club di Londra, dove si radunano i più grandi ammiratori di quella scena, con band a tema, in una delle quali suona il loro futuro batterista, Charlie Watts.
Appena formatisi, i Rolling Stones prendono tanto dal blues, dal rock’n roll e dal rhythm and blues, quasi tutto afroamericano, perché avventandosi su questi generi, trasformandoli in una loro identità, riescono a ingraziarsi il parere di chi storceva il naso, accusandoli solo di essere gli avversari dei Beatles.
I quattro ragazzi di Liverpool, dal loro canto, fin dal primo gruppo di Lennon, i Quarrymen, erano maturati secondo le regole indette anche dal rock afroamericano, ed infine erano sbarcati ad Amburgo, nel 1960, raccogliendo quanto più materiale per sostenere intere nottate a suonare nei club della città portuale tedesca, e questo fu possibile solo perché il grosso repertorio di cui disponevano metteva radici proprio nella musica nera.
Con i completi confezionati da una vicina di casa di Paul Mc Cartney, le camice stropicciate e aperte sul petto, col sudore che grondava, le gole che urlavano e le chitarre che saturavano le valvole degli amplificatori, i Fab Four costruivano la loro carriera scavando nel loro bagaglio musicale afroamericano, in cui comparivano brani di Chuck Berry, Bo Diddley, Fats Domino, Little Richards…

Qualche anno più tardi, nell’ottobre del 1968, sei mesi dopo l’assassinio di Martin Luther King, i Led Zeppelin erano in uno studio di Londra, pronti per registrare il loro primo album. Tra i brani originali del proprio repertorio, la band volle integrare col blues la bellezza del disco, rendendolo più accattivante e allo stesso tempo più sofferto, grazie al lamento di Robert Plant, inserendo due classici di Willie Dixon: “You shook me” sulla prima facciata e “I can’t quit you baby” sulla seconda.
Sullo stesso album, il brano “How many more times” prende in prestito un giro blues e parte del testo di “The hunter” di Albert King, canzone che comparirà spesso anche nel repertorio live dei Free, altra band inglese.
In un’intervista ai Doors del 1969, uno stralunato Jim Morrison sostiene che il rock che ha progredito negli ultimi anni non trova più un appiglio per cercare nuove alternative, quindi ritorna alle proprie origini, “sarebbe a dire la musica nera americana”.
Tutti questi musicisti rock dell’epoca e tanti altri ancora, nelle loro prime esperienze, sono addirittura sconcertati quando capiscono che in realtà artisti come Buddy Holly, Elvis Presley ed Eddie Cochran avrebbero la pelle bianca, tanto vicina è la loro musica alla realtà afroamericana.
E mentre la signora Rosa Parks, nera, su un autobus di Montgomery, non cede il suo posto ad un bianco e finisce agli arresti, nel mondo della musica altre signore come Etta James, Ella Fitzgerald, Nina Simone e Aretha Franklin vengono accolte da applausi scroscianti e standing ovations dopo ogni loro esibizione, in cui ostentano qualità canore eccellenti che scuotono la sensibilità degli spettatori, completamente ignari della possibile differenza di ceto, razza, provenienza sociale.

Il rock e il blues, quindi, sono figli illegittimi dell’Africa e non esistono contraddizioni.
Cosa significa questo? Niente…o forse tutto: dipende dai punti di vista contestuali.
Ad esempio, si legge nel libro “Non mi piegherete” di Arnulf Zitelmann: “attraverso la musica nera i giovani americani svilupparono una propria identità. La segregazione razziale per loro apparteneva all’età della pietra. Elvis, cresciuto tra il Mississippi e Memphis, sosteneva di aver copiato la sua folle rotazione del bacino dai predicatori neri degli stati del Sud.”
Alla fine degli anni Cinquanta, mentre Martin Luther King compie i primi passi verso la conquista di pari diritti ai neri, la musica ha già sbaragliato sistemi arcaici in cui i loro assoluti protagonisti, i giovani, non si rappresenteranno più.
La beat generation e la Summer of Love, visti di sbieco dalla società perbenista dell’epoca, oggi appaiono come promotori di uguaglianza tra tutti gli individui, in primis nella tolleranza ai diritti dei neri, molto spesso classificati nei bassifondi di ogni contesto solo perché giudicati per il colore della pelle, e la politica, che muove passi lentissimi nel raggiungimento di condizioni paritarie, viene anticipata da una delle arti più stimolanti che esista, forse l’unica tra tutte ad essere percepita con più forza attraverso moderni mezzi di comunicazione, a cominciare dalle emittenti radiofoniche.
Le proteste degli anni Sessanta, dalle colonne sonore in prevalenza black music, anticipate dai sit-in in tutto il mondo occidentale, approdarono nella stessa battaglia sostenuta dai movimenti per i diritti civili, tra cui spiccava quella di King, dando una spinta conclusiva e accelerandone i contenuti, e mentre i loro protagonisti erano accusati dalla società conservatrice di sovversioni di stampo comunista, tra cui lo stesso Martin perennemente spiato dall’Fbi, i manifestanti neri trovarono in loro un’attrattiva e un sostegno senza cui mai avrebbero ottenuto la giusta credibilità.
E nel 1963, mentre King insieme a duecentocinquantamila manifestanti irrompe a Washington al Lincoln Memorial (guarda caso) per una marcia della pace, per i diritti agli afroamericani, pronunciando lo storico discorso di “I have a dream”, nello stesso istante e nello stesso posto Bob Dylan e Joan Baez, giovanissimi musicisti bianchi già personaggi di spicco nel folk americano, cantano “We shall overcome” e altre canzoni che allargano confini per la lotta dei neri.
Nel 1964, mentre Chuck Berry porta al successo il brano “Never can tell”, “non si può mai sapere”(per l’appunto), rinato poi a nuova vita trent’anni dopo nella colonna sonora del film Pulp Fiction di Quentin Tarantino in cui (ancora guarda caso) il capo dei capi di un’ enorme organizzazione criminale è un grosso afroamericano che ricorda Solomon Burke, Martin Luther King assiste alla ratifica e alla firma della legge per i diritti civili promossa dall’amministrazione del presidente Johnnson ed è insignito a Oslo del premio Nobel per la Pace.
Sembrava che tutto si stesse risolvendo nel migliore dei modi, ma Martin estese la sua lotta anche a favore del ritiro delle truppe americane dal Vietnam, promuovendosi come divulgatore di una pace estesa al di fuori dei confini dell’integrità razziale, causando l’indignazione dei rappresentanti della politica estera degli Stati Uniti e probabilmente firmando la sua condanna a morte.
Viene assassinato a Memphis il 4 aprile del 1968 e la sua prematura e ingiusta scomparsa solleva, insieme ai movimenti sovversivi alla guerra e all’uccisione del leader socialista Ernesto Guevara avvenuta un anno prima in Bolivia, il vero inizio dei conflitti sociali di quell’anno cruciale, dove le società meno abbienti e gli studenti si uniscono per gridare diritti e uguaglianze al mondo capitalista e conservatore occidentale.
Sostiene la scrittrice afroamericana Toni Morrison a proposito di King: “Non c’è nulla di stupido e debole nell’amare il prossimo. Il suo era un attivismo guidato dalla fede: in Dio e soprattutto negli uomini. Da lui ho imparato che il bene è un cammino più complicato e rischioso del male, dunque molto più interessante”.

Il 5 aprile del 1968, una delle due date dei concerti di Jimi Hendrix confermate alla Symphony Hall di Newark viene cancellata a causa dei disordini avvenuti in seguito alla morte del pastore nero di Ebenezer.
Nell’unica esibizione che gli resta da fare, Jimi, nel pieno della sua popolarità, non suona i suoi pezzi, ma esplode in un blues tristissimo che dura più di un’ora, come una lunga marcia funebre, e anticipa lo show dichiarando che ciò che avrebbe trasportato sulla chitarra sarebbe stato in “ricordo di un amico”.
Ciò che pubblicherà dopo quegli eventi non sarà più la stessa musica: le sue parole e le espressioni della sua chitarra che ora imitano un pianto, ora una raffica di mitra, saranno il simbolo della sua coscienza sociale in continua espansione, le cui tracce sono giunte a noi in tutta la loro attuale drammaticità.
Sembrano ormai lontani i tempi della discriminazione avvenuta negli stati del Sud insieme all’amico Burke, e alcune paure sono state superate, ma…
Intanto però qualcosa di tragico è successo e gli turba l’anima, perché l’ultimo evento che ha scosso gli Stati Uniti sembra voglia riecheggiare all’ennesima potenza le torture che ha subito nei secoli passati il povero “Jim Crow”, e che forse accuserà ancora, ma tra gli interstizi del tanto ostentato politically correct, dove “negro” resterà un’offesa, ma dove ancora non si risparmieranno uccisioni o finti alibi di legittima difesa se si è sparato un nero.
Ormai ricco, dona cinquemila dollari a un fondo in memoria di King e sostiene la sua politica di non violenza nella musica come nelle azioni, nei due soli anni che gli restano da vivere, dichiarando:
“Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, il mondo conoscerà finalmente la pace”

Carmine Maffei

Bibliografia:
Non mi piegherete –Vita di Martin Luther King– di Arnulf Zitelmann (Feltrinelli)
La stanza degli specchi di Charles R. Cross (Feltrinelli)
Life di Keith Richards (Feltrinelli)
John Lennon di Philip Norman (Mondadori)
Il martello degli dei di Stephen Davis (Arcana)
I Beatles ad Amburgo di Spencer Leigh (Arcana)
Intervista a Toni Morrison di Anna Lombardi, Venerdì di Repubblica, num. 1565 del 16 marzo 2018

Non mi piegherete - Vita di Martin Luther King Book Cover Non mi piegherete - Vita di Martin Luther King
Universale Economica
Arnulf Zitelmann Traduzione di B. Griffini
Biografie
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2014
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