Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Quando si scrive qualcosa di intimo e personale, che dichiaratamente tocca, in prima persona, chi racconta, c’è sempre un rischio in agguato. Il rischio che astutamente si apposta in punta di penna e tra le righe e che si chiama “sguardo ombelicale” o “autobiografismo claustrofobico”. Roberto Alajmo, con questo suo L’estate del ’78 questo rischio lo ha corso ma lo ha evitato. Con molta delicatezza, poesia e, in alcuni tratti, anche con ironia. Un libro che è, anche ma non solo, una sorta di indagine in presa diretta per cercare di capire, di fare i conti con la morte di sua madre. Avvenuta quando lui, ancora ragazzino, si trovava in quella età in cui si avrebbe diritto all’infanzia ma ci si trova sommersi da una vita che, di quel diritto, se ne frega.
È un libro amaro, malinconico eppure leggero. Scritto, immaginiamo, con non poco dolore, ma necessario: “Alla fine di tutto questo raccontare, non so se in me è avvenuta la catarsi su cui confidavo quando ho cominciato a scrivere questo libro. Magari no. Magari prevarrà in me la disposizione all’inquietudine, sputare il rospo sarà servito solo a mettere ogni cosa nero su bianco. Nel qual caso, pazienza: si vede che certi caratteri identitari non si cambiano a forza di scrivere libri.” La scrittura dunque non come salvezza, non come rivalsa ma, al contrario, come racconto che della salvezza è esattamente l’opposto. Perché questo libro, questo racconto hanno, sempre sottesa, la domanda: “Quand’è che stiamo facendo una cosa per l’ultima volta senza poterlo sapere?” E in questa domanda c’è tutto fuorché salvezza. In questa domanda c’è tutto fuorché autobiografia. Pur essendo, questo L’estate del ’78, un libro autobiografico. Che però scavalca il recinto “della storia personale” per raggiungere qualcosa di ben più ampio, come l’esperienza del “mai più”. Che non deve per forza essere l’ultima volta che si incontra una persona senza sapere che sarà l’ultima, non deve essere per forza l’ultima volta che non si è dato un abbraccio che avremmo invece dovuto dare, ma può essere anche l’ultima volta che si è vissuto qualcosa di forte: “Il rientro a casa è un torto che non merito. Il riso sguaiato di poco prima si trasforma in pianto disperato. Mi mettono a letto di forza e sento, so, che questa a suo modo è una morte, perché mai più potrò rivivere un momento così esaltante. Da oggi posso dirlo con certezza: esiste una cosa chiamata mai più.” E poco importa che, come in questo brano, si tratti di una partitella di calcio.
La ricostruzione dell’immagine e dell’eco di questa madre, che “voleva abbracciare il mondo ma il mondo le sfuggiva sempre” riesce, tra le pagine di Alajmo, ad essere perno centrale ma anche pretesto per raccontare altro. Per raccontare, per esempio, in un andare e venire nel tempo, cosa significa essere figli e poi genitori. In un intreccio che, per alcuni, diventa sovrapposizione di ruoli e, per altri, un ribaltamento: “Una tregua più o meno lunga, e poi i ruoli sono destinati a rovesciarsi: e saranno i figli a doversi occupare, o almeno preoccupare, dei genitori. Gli affanni di una vecchiaia sempre più prolungata sono a carico dei figli, e per i nostri figli […] beata la sempre più rara età in cui nessuno deve preoccuparsi di nessuno, quando per una breve stagione non siamo né genitori né figli.
I commiati, questa sembra dirci questo libro, sono tantissimi, di ogni tipo. E il più delle volte non ci è dato aver sentore del fatto che di commiati si stia trattando. Commiati dall’infanzia, da un gioco, da uno stato di felicità che abbiamo potuto definire tale solo a posteriori o da un genitore che muore senza morire: “Nel caso di Vittorio, mio padre, l’addio è durato dieci anni, dal ’93 al 2003. Il primo ictus lo aveva fatto barcollare, e già allora non era più la persona che era stata.” E quando invece capiamo di essere davanti al commiato per eccellenza, la morte, anche allora troviamo il modo di difendercene, parlando di noi, cioè di chi resta: “Le commemorazioni non è che non siano sincere, ma appaiono fuori luogo. Il fuoco dovrebbe essere sul morto, e invece sono quasi sempre i superstiti a spostare l’attenzione su sé stessi. Ogni memoria pubblica è sempre idealmente intitolata “Io e lui”. In ordine di importanza, prima i superstiti.
L’estate del ’78 è un grande libro, scritto da una prospettiva difficile e particolare, quella di un uomo, un figlio, che racconta la storia dei suoi genitori non solo chiamandoli per nome per “rivolgersi a loro con tecnico distacco” ma anche “[…] al netto della prospettiva storica due praticamente coetanei.” Ed è proprio tutto ciò, queste due modalità insieme, che fanno di questo libro qualcosa che riguarda ciascuno di noi. Come se Alajmo fosse riuscito a non mettere a fuoco lui come sopravvissuto ma le cose, piccole e grandi, da cui ha preso commiato. Come fotografie lasciate lì, a raccontare in silenzio. E questo è da grandi scrittori.

L'estate del '78 Book Cover L'estate del '78
Roberto Alajmo
Letteratura, memorie
Sellerio
2018
173