Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

La lezione del freddo, di Roberto Casati, è uno di quei libri in cui la semplicità, lo si capisce subito, è frutto di un lungo e approfondito lavoro di analisi e osservazione. Quindi è una semplicità agli antipodi della banalità, per di più sorretta da una scrittura pulita, quasi in presa diretta, con la quale il rapporto uomo-natura diventa un racconto a tutti gli effetti. Però accompagnato da quella partecipazione attenta che è solo di chi sta vivendo le cose che scrive. Di cosa si tratta? Del diario, chiamiamolo così, con cui Casati ci racconta la sua esperienza nel New Hampshire in cui si trasferisce con la famiglia per un semestre di insegnamento. Roberto Casati è, infatti, filosofo delle scienze cognitive, direttore di ricerca al CNRS e professore in molte università europee e americane. Ed è proprio durante uno di questi suoi periodi di insegnamento oltre oceano che decide di scrivere quello che è proprio un “elogio del freddo”.
E, lo diciamo subito, da filosofo e scienziato, fa un elogio non partendo da motivazioni soggettive, di preferenza o meno di una determinata situazione climatica, ma lo fa partendo da un dato di fatto incontrovertibile: il freddo non solo non è un nemico ma è, al contrario, qualcosa che si fa portatore di tutta una serie di significati e opportunità di cui, ahimè, non ci si rende più conto.
Nelle pagine di Casati, la vita quotidiana a -20° sotto zero ci viene raccontata come l’occasione per riflettere su tutta una serie di questioni che non sono solo climatiche ma di vera e propria quotidianità, adattamento, possibilità di rallentare e osservare e, in definitiva, di riacquistare quel rapporto con la natura che abbiamo ormai perso.
Un libro che riesce a trattare il problema del cambiamento climatico nel modo più poetico e, forse, più potente possibile: facendoci comprendere che perdere il freddo non significa solo perdere una condizione climatica ma, ancor più, tutta una più generale condizione esistenziale e umana. Allora, con stile preciso ma anche ironico, Casati ci racconta i suoi sei mesi in una zona degli Stati Uniti in cui il freddo fa parte della quotidianità delle persone che si confrontano con esso non come fosse un nemico da sconfiggere ma come qualcosa che ha “diritto di cittadinanza” come tutti gli altri esseri viventi.
Ci sono pagine di epica americana in questo libro, di quella epica della natura che è parte integrante della cultura americana. Ma questo non significa che quello che ci viene raccontato abbia valore solo a quelle latitudini. Le pagine in cui Casati ci racconta di come si può restare meravigliati dai disegni di ghiaccio che si formano sui vetri, dallo sguardo finalmente rallentato e attento alle ombre degli alberi sulla neve, o quelle in cui ci racconta di come la neve non sia solo un manto bianco che tutto avvolge, sono pagine di pura filosofia che, in quanto tali, aprono a riflessioni molto più ampie. Come, per esempio, il rapporto con il tempo, inteso non, in questo caso, come tempo climatico ma proprio come scansione, ritmo e vita stessa: “Un nuovo evento domani si porterà via quello di oggi; cambiamento scaccia cambiamento, mi accorgo che il freddo mi ha trasformato, sto pensando in time lapse: i miei pensieri sono istantanee che acquistano senso solo nella sequenza lenta e lunga delle settimane e dei mesi.” E da questa nuova prospettiva il freddo diventa qualcosa che può regalarci la fortuna di perdere le certezze e di fare, come ci dice Casati, una cosa desueta come “coltivare il disorientamento” non solo geografico ma proprio esistenziale.
L’elogio del freddo, in questo libro, diviene un vero e proprio ribaltamento di paradigma cognitivo ed esistenziale. Basti pensare alla “moda” tutta moderna e distorta, di cercare ossessivamente la “semplificazione”, quella cosa impossibile e spacciata dallo story telling consumistico. No, con il freddo si comprende l’importanza della ridondanza: “ […] il segreto dell’orientamento è la ridondanza. Usa il tuo istinto ma combattilo, lascia tracce, cerca segni, impara l’arte, fabbrica strumenti, chiedi agli altri come fare. Le tue probabilità di sopravvivere in un ambiente ostile e aleatorio dipendono dall’uso coordinato e sapiente di strategie multiple, ciascuna delle quali è a sua volta il risultato di strategie multiple. Ci sarebbe una lezione da trarre, per chi volesse ascoltare la natura. La ridondanza è un grande motore biologico pochissimo apprezzato nella nostra cultura dell’impazienza, dove anzi l’ottimizzazione, l’asciuttezza sono assurti a nuovi idoli, di impronta certo economicistica, che addirittura valgono a segnalare trionfalmente il nostro distacco dallo stato di natura.
Un libro prezioso, urgente, che ripercorre certo le tracce del Walden di Thoreau ma anche quelle, più recenti, di Tesson e del suo bellissimo Nelle foreste siberiane. Con il valore aggiunto che qui ci viene raccontata la vita non di esploratori estremi ma quella di una normale famiglia che, con il freddo e nel freddo, ha continuato a vivere la propria vita adattandosi alle condizioni del clima e della natura. E non pretendendo il contrario. Per questo parlo di un vero e proprio ribaltamento del paradigma culturale che questo libro canta con forza. Un ribaltamento che diviene anche un diverso modo di vivere i rapporti umani: “Ci si invita, si fa la spesa gli uni per gli altri, si cerca di non rintanarsi in casa, si coltivano urbanità.” Che non è buonismo, qualunque cosa significa, ma comprensione profonda del nostro essere nel mondo.
La lezione del freddo è tante cose. È anche un libro politico nel senso più nobile del termine, con cui si dovrebbe pensare fuori dall’autismo corale. Il freddo come opportunità di riflessione sui costi, non solo economici, dell’energia. “Tocchi con mano i costi della tua sete energetica. In questo modo almeno capisci che cosa vuol dire avere uno stile di vita che richiede tanto combustibile …] costruzione di autobotti, posa di oleodotti, trivellazioni in mare aperto, ancoraggio di petroliere, finanziamenti statali nascosti, soldati e guerre ovunque a proteggere la filiera.
Un libro che è un monito, perché “il freddo è un grande maestro che rischiamo di perdere per sempre.”

La lezione del freddo Book Cover La lezione del freddo
Roberto casati
Letteratura, diario, esperienze di vita
Einaudi
2017
177