Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Certo, a dar retta ai dati sulla lettura in Italia ci sarebbe da pensare che la nascita di una nuova casa editrice sia qualcosa da ascriversi alle imprese folli, visionarie, eccentriche. Ma è pur vero che, se ogni “intrapresa” si limitasse alla contabilità e ai numeri, all’analisi fredda e statistica del mercato di riferimento, probabilmente si dissolverebbe prima ancora di nascere. E, se così fosse, il mondo intero si rinchiuderebbe in una caverna oppure, ancora peggio, si avvierebbe senza speranza verso il declino del “già fatto” “già visto” “già provato”. Per fortuna non è così. E per fortuna non è così proprio in un mondo come quello editoriale in cui, tranne rarissime eccezioni, vi è ancora chi pensa che la cultura, la ricerca, la strada in salita siano ancora concetti con cui vale la pena vivere e lavorare.

La definizione di “piccoli editori” riguarda una galassia fatta, spesso, da realtà per cui il termine “piccolo” deve restare confinato al dato quantitativo, non certo a quello qualitativo. Una battaglia impari che vede attori dalle forze assai diverse ma in cui, nell’agone, non è sempre detto che i colossi siano latori di qualità. A volte lavorare, ricercare, produrre dai margini (anche questa, parola assai rischiosa perché arrogante nel suo presumere che esista un centro) consente un respiro diverso. E’ il caso dell’editore di cui vogliamo parlarvi oggi, Terra Rossa, rossa come quella terra di Puglia in cui è nata pochi mesi fa. Nuova tappa lungo la strada di quell’editoria meridionale in cui, nel passato e ancora nel presente, si rintracciano afflati di estrema importanza e vivacità culturale. Ci piace sottolineare questa “meridionalità” definizione che, almeno per noi, non è e non vuole essere uno stereotipo ma, semmai, un punto cardinale per orientarsi e per comprendere davvero come editoria del sud, sia veramente una storia intera. Fatta di storia, di storie, di cultura e di culture dall’identità ben precisa.

Per raccontare cos’è Terra Rossa riportiamo alcuni stralci tratti dal blog di Giovanni Turi, che di Terra Rossa è il responsabile editoriale e che ci sembrano straordinariamente puntuali proprio per quanto scritto poco sopra: “Il proposito è quello di delineare un canone della letteratura meridionale.” Delineare e canone sono, secondo noi, le parole chiave per raccontare una delle due collane con cui, per ora, il progetto ha preso vita. Stiamo parlando della collana Fondanti che ripropone, in edizioni riviste e/o integrate alcuni libri proprio di autori meridionali, già pubblicate ma, spesso, travolte e dimenticate dalla furia del mercato editoriale e finite fuori catalogo, quel non luogo, infernale e mitologico, in cui restano molte pagine straordinarie. Un titolo su tutti, per far capire di cosa stiamo parlando: Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio. Pubblicato in precedenza da Feltrinelli rappresenta un interessantissimo esempio di quella che è stata definita “letteratura post-industriale” letteratura del lavoro che, non dimentichiamolo, ha avuto, nelle sue varie declinazioni, cantori come Volponi, Rea, Bianciardi e i contemporanei Angelo Ferracuti e Stafano Valenti.
E poi c’è l’altra collana, che ci parla chiaramente di come Terra Rossa sia anche ricerca dell’inedito: Sperimentali è infatti il nome della collana che, come scrive sempre Giovanni Turi: “pubblicherà inediti che coniugano solidità narrativa e originalità stilistica con storie incisive e radicate nel nostro tempo, ossia darà spazio a quegli autori di ogni parte d’Italia che cercano di percorrere nuove strade, ma che spesso devono fare i conti con editori disinteressati alla sperimentazione formale e attenti più che alle opere alla popolarità di chi le scrive.”

Ciò che molti grandi editori sembrano non voler fare più può diventare la carta vincente dei “piccoli editori”: addentrarsi nei meandri della ricerca e della sperimentazione per creare anche non solo un rapporto diverso con i lettori ma, forse, un nuovo tipo di lettore, più attento, più attivo, più consapevole. Perché, bisogna dirlo, in molti casi l’uniformità di offerta gode di una sorta di complicità dei lettori stessi.
Questo il nostro pensiero. Ma facciamo ora due chiacchiere con Giovanni Turi per capire, dall’interno, cos’è questa nuova bellissima avventura editoriale

Proprio nel periodo in cui le statistiche parlano di uno stato, a dir poco, sconcertante sul numero di lettori, la nascita di una nuova casa editrice suona quasi folle. Perché questa avventura?
Perché se i lettori italiani continuano a diminuire, in parte la responsabilità è anche dell’editoria mainstream, che raramente osa e troppo spesso antepone i dati di vendita alla ricerca letteraria. Si aprono allora nuovi spazi per l’editoria indipendente e cercare di portare avanti un progetto culturale diverso diventa un imperativo per chiunque ritenga che leggere non sia solo un passatempo.

La scelta delle vostre due collane è particolarmente interessante. Una, Fondanti, è una sorta di “sfida contro l’oblio”. L’altra, Sperimentali, ha nel nome il suo programma. Da cosa nascono queste due scelte?
Da alcune constatazioni: per esempio che il valore di un’opera letteraria si preserva nel tempo ed è dunque doveroso recuperare quelle che per logiche di marketing sono ormai irreperibili (Fondanti), oppure che uno degli scopi della scrittura è l’esplorazione, tematica e stilistica, che va dunque incoraggiata (Sperimentali).

Nel vostro sito scrivete “Leggi responsabilmente”. Un messaggio forte e importante che sottolinea come il lettore non sia l’anello debole di un mercato come quello editoriale. Pensi ci sia una specie di “corresponsabilità” tra l’obiettivamente bassa qualità di alcuni best seller e lettori?
Sì, quello slogan campeggiava sopra l’immagine di copertina, con quattro birre, del Cadetto nei poster che abbiamo portato al Salone di Torino e ho deciso di farne un nostro motto. Credo comunque che ognuno abbia il diritto di leggere ciò che preferisce, quel che temo è solo l’omologazione: ecco noi ci rivolgiamo a coloro che vogliono fare letture differenti – vogliamo bene anche agli altri lettori, ma forse è un affetto non corrisposto e allora tanto vale dirlo subito.

Come vorreste inserirvi nel filone della letteratura meridionale? Quali stereotipi o cliché si porta dietro, secondo te, questa immagine?
In realtà intendiamo discostarci progressivamente dalla dimensione meridionale e nel 2019 usciranno i primi Fondanti di autori non del Sud Italia (Sperimentali ha già esordito con un’emiliana: Claudia Lamma). Continueremo però a prestare particolare attenzione al nostro territorio, perché spesso è nei confini che si manifestano i primi mutamenti, che si ascoltano le voci più originali, e vogliamo comunque dar spazio a chi spesso viene penalizzato dalla distanza dai gangli del potere economico e culturale. Gli stereotipi e cliché purtroppo sono tanti, ma non appartengono solo all’immaginario meridionale; la nostra colpa semmai è stata quella di averli confermati con compiacenza come tributo all’attenzione nei nostri confronti di cui erano comunque prova. Le nostre opere cercheranno di smentirli.

Si può parlare di letteratura marginale? Ridando al termine “marginale” tutta la dignità e bellezza di cui è portatore.
Non so, non è una definizione sulla quale è facile pronunciarsi. Preferirei parlare semplicemente di letteratura da una parte, come spazio di ricerca, di riflessione, di sperimentazione espressiva, di analisi irrisolta della complessità, e svago dall’altra, come strumento di distrazione che non richieda partecipazione attiva. A me interessa la prima, come lettore e come editore, e se fosse una posizione “marginale” mi angoscerebbe un po’, in verità…

La scelta di ripubblicare un libro come Nicola Rubino è entrato in fabbrica (solo per fare un esempio), originariamente pubblicato da Feltrinelli e lasciato andare fuori catalogo, sembra quasi evidenziare l’incapacità, per un grande editore, di prendersi cura dei libri. Secondo te è così?

Per un grande editore è davvero molto difficile seguire tutti i suoi autori e continuare a rendere sempre disponibili le loro opere, però ci sono esempi di realtà importanti, come Adelphi, che continuano a ristampare ogni opera del proprio catalogo. La differenza non è tanto nelle dimensioni, quanto nella capacità di portare avanti un progetto e fare in modo, come suggerisce Calasso, che ogni opera di una casa editrice si innesti su un percorso coerente e significativo; perché questo sia possibile occorre però dare maggior peso ai direttori editoriali e meno ai responsabili commerciali, e questo non sempre accade nelle realtà più strutturate

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