Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

Eccoci alla seconda puntata della rubrica L’arte di scomparire. La prima puntata era dedicata a Vila-Matas.

Il percorso lungo l’arte di scomparire non può non fermarsi per quella che, a tutti gli effetti, sembra proprio essere una tappa obbligata: quella di Bobi Bazlen. Una figura da cui è impossibile prescindere sia che si voglia proseguire il viaggio all’interno della galassia della sottrazione sia che si parli, “semplicemente” di letteratura. Bobi Bazlen è stato definito in molti modi: enigmatico, scrittore assente, veggente, primula rossa della letteratura, bizzarro, irresistibilmente attratto da ciò che è insolito. Un rosario di definizioni che, invece di riuscire a darne un’immagine univoca, hanno ancor più dilatato la sua caleidoscopica eco.
Sicuramente un nomade, senza legami stabili, Bazlen è e resta un uomo e una figura di intellettuale a cui l’editoria italiana e la cultura tutta, devono molto. E, per quanto possa sembrare quanto meno insolito, quando non paradossale, questo debito è ancor più potente se si pensa a come sia dovuto ad un uomo che, da vivo, non ha mai pubblicato nessun libro e non ha riempito di scritti e presenza giornali o riviste, se non molto, molto casualmente.
Nato a Trieste nel 1902 Bazlen ha contribuito come pochi a dare fiato e respiro ad una cultura, quella italiana, soffocata dall’autarchia fascista e dal suo ripiegarsi su sé stessa. Operazione che conduce facendo conoscere e pubblicare libri impensabili, preziosi, eccentrici, pericolosi rispetto al clima “culturale” di quei tempi. Facendo tutto ciò dai margini della visibilità, da otusider, come si direbbe oggi, da irregolare. Da uomo dalle profonde amicizie ma insofferente ai legami, in eterno movimento da fermo. Ossimoro solo apparente se è vero, come si narra, che pur girando l’Italia (e l’Europa) in modo quasi parossistico, trascorresse buona parte del suo tempo sdraiato su un divano a leggere.
Letture, incontri, note a piè di pagina (come diceva lui) portarono, nel 1962, alla fondazione della casa editrice Adelphi, uno di quei patrimoni dell’editoria italiana in cui l’anelito alla ricerca sembra davvero essere l’eredità più preziosa lasciata da Bazlen che, per questa avventura, potè contare sulla fondamentale collaborazione di Luciano Foà; altro mostro sacro della cultura italiana che, per dare vita all’Adelphi lasciò l’Einaudi in cui ricopriva il non certo secondario ruolo di segretario generale.
Bazlen è, forse inevitabilmente, legato alla “figura mitica” di Trieste. Forse troppo legato, nella “iconografia” corrente. E, a dirlo, non siamo noi ma un uomo che forse meglio di tutti ha conosciuto e ancora conosce Bazlen; stiamo parlando di Roberto Calasso. Calasso che, nella meravigliosa prefazione al libro dell’Adelphi “Scritti” (che di Bazlen unisce Il capitano di lungo corso, Note senza testo, Lettere editoriali e Lettere a Montale) sostiene: “Era nato nella Trieste asburgica e di quel clima di civiltà mista avrebbe sempre ricordato alcune virtù. Ma è meglio chiudere subito l’argomento Trieste, perché è un falso mito. Bazlen era un uomo post-storico, del quale nessun quadro culturale o ricostruzione di ambiente riuscirà a fare giustizia.”
Detto questo è innegabile come a Trieste, lasciata e ritrovata anni dopo, Bazlen abbia intessuto rapporti fondamentali quali quelli con Saba, Svevo, Stuparich Wanda Wulz e abbia incontrato qualcosa che molto influenza avrà su di lui: la psicoanalisi. Ma, restando a ciò che scrisse Calasso è forse meglio considerare Trieste come metafora che non come luogo fisico, quasi come “punto vuoto” concetto fondamentale per Bazlen, quasi una sorta di frontiera, di arcano continuo passaggio.
Passando oltre i dati biografici cerchiamo di concentrarci su qualcosa che sembra più difficile: parlare della scrittura di un “non scrittore”. Cosa davvero estremamente difficoltosa perché, come nel testo di cui parliamo in questo articolo, Il capitano di lungo corso, ci troviamo davanti a qualcosa di assolutamente composito, pieno e vuoto al contempo, insolito e, in definitiva, impossibile. Un testo, un romanzo incompiuto la cui stesura ha occupato un arco temporale di vent’anni e che può aiutare, in qualche modo, a comprendere quale sia, in Bazlen l’arte di scomparire. A partire dalla costruzione di queste pagine che sembrano frammenti, in cui frasi, aforismi, descrizioni, de-scrizioni, citazioni mitologiche, non possono essere ricondotti a precisi presupposti. Obbligano a riflettere ma non consentono di capire esattamente da dove arrivassero. Leggere un testo come Il capitano di lungo corso è attraversare un rutilante insieme di parole e immagini in cui Bazlen scrittore sparisce (appunto) per lasciare totale spazio al Bazlen lettore della sua stessa scrittura. C’è talmente tanto in questo testo che diviene assolutamente impossibile ravvisarne la voce scrivente ma anche la struttura stessa di libro. Non a caso, Diego Bertelli scrisse parole precise al riguardo: “Sostenitore di una scrittura che non può aspirare alla forma libro tradizionale, Bazlen riduce la creazione letteraria alla sua unità esplicativa minima, quella della nota e piè di pagina.” E in un testo, incompleto e postumo come Il capitano di lungo corso, questa “riduzione” questa “scomparsa” della creazione è, non solo evidente ma anche paradigmatica di come una cascata infinità di creatività “nasconda” proprio l’io narrante. In questo, Bazlen come un bartleby. Un libro caos che illumina chiaramente il motivo per cui, rispetto a Bazlen, si è parlato di Taoismo: un flusso continuo, opposti che si richiamano e si uniscono per separarsi di nuovo, frasi subitanee, immagini scomposte. E, per riuscire in tutto ciò, quella che, ancora precisamente, Calasso definisce: “[…] l’accortezza di chi sa far perdere le proprie tracce.” Questo è il punto. Un libro di sottrazioni, un libro zen in cui – sempre Calasso – “[…] Bazlen conosceva tanto bene l’arte di togliere e togliersi il terreno sotto i piedi, il dono di far capire che non è indispensabile poggiare su qualcosa.”
Tutto questo lo si sente, prima ancora di comprenderlo, leggendo un testo come questo, in cui non vi è trama, in cui si fatica a cogliere i nessi, eppure si avverte, fortissima, la creazione letteraria che prende il sopravvento, a tal punto da procedere per riduzioni. C’è un capitano, ci sono taverne che sono caverne platoniche, vedove, mogli che cuciono e tessono come novelle Penelopi per evitare la morte, c’è il naufragio che è un inizio, sirene, città grigie, uomini grigi e sogni. Eppure non c’è un libro. Anzi, c’è ma resta come invisibile. Ci sono uomini non descritti ma nominati come Monocolo, Gambadilegno, Butterato, il mozzo e il timoniere, in un testo che va riducendosi invece di gonfiarsi. E che, così facendo, impone a chi legge di provare ad interpretare. Ma di interpretare mentre si legge, non dopo aver letto. E lo stesso vale per chi scrive, per lo stesso Bazlen che, esotericamente, sparisce come scrittore e diventa, in primis, lettore di ciò che scrive.
Alla luce di ciò è fondamentale lasciarsi trasportare dalle pagine in cui si parla di naufragio, dell’essere stati all’interno della balena, perché è proprio in quelle parole, in particolare, che ci si confronta con un testo che va scrivendosi e che viene annullato da quello che viene dopo. Per questo il naufragio è, prima “la grande liberazione”, successivamente però “le liberazioni non sono sempre delle soluzioni.” Ma i frammenti dedicati al naufragio sono centrali proprio per ciò che più interessa in questo viaggio, la sparizione. E’ proprio qui, infatti, che Bazlen butta là, come se nulla fosse, all’improvviso, qualcosa che ci ricorda che un narratore c’è: “Qui la prima grande difficoltà per il narratore – perché c’è un uomo che nuota, e che cosa si deve raccontare in questi casi […] E fra l’imbarazzo di un monologo interiore, che non è per niente adatto al tono, e l’imbarazzo di un intervento del narratore, sceglie quest’ultimo, che altro resterebbe da fare? – e l’intervento del narratore resta in certo modo estraneo al racconto […]”. Dov’era, fino a quel momento, colui che narrava? Chi era? Un bartleby? Forse. Interessante, anche per questo, sapere che Bazlen, parlando con Fabrizio Onofri proprio de Il capitano di lungo corso, avesse detto che, in fondo, un manoscritto di 400 pagine potesse, senza danno, ridursi in 80.
E il naufragio cos’è, in fondo? La morte? Il capitano di lungo corso, proprio con il naufragio, rende questo libro un libro impossibile in cui non si può seguire una logica spaziale né, tanto meno, temporale. E, nella cultura occidentale quando manca una direzione sembra mancare tutto. Fa paura perché scardina, scomparendo. Bazlen come bartleby è, in questo libro, alla sua apoteosi, perché, come scrive Calasso: “Bazlen taceva gli assiomi, trascurava le regole del gioco del pensiero, né affermò mai di volerle rispettare. Il suo rigore obbediva ad altri controlli.” Centrale, in tal senso, questo brano del libro: “Per noi, per il nostro stomaco corrotto, forse tutto questo è un po’ rozzo, ah la miseria delle nostre finezze, e anche il loro ritmo, per noi, figli di un’epoca frettolosa, corrotti dal nostro degenerato intellettualismo […]”

Scritti Book Cover Scritti
Roberto Bazlen
Adelphi
1984
397