Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. L'aspetto positivo è che la mobilità di questo tipo di lavoro è ciò che, nel 2015, mi ha permesso di trasferirmi in Tuscia, a Ischia di Castro dove attualmente vivo. Se provvisoriamente o no lo vedremo.

L’Abbandonatrice, secondo libro di Stefano Bonazzi, è un testo che racchiude in sé molti dei fantasmi di questa nostra epoca. E tutti gli espedienti che, chi più chi meno, ciascuno di noi mette in campo per addomesticarli. Quasi mai riuscendo nel tentativo. Perché i fantasmi difficilmente si lasciano addomesticare. Quasi tutte le recensioni che ho letto fino ad ora si limitano a parlare di disagio, solitudine, adolescenza, abbandono. Che, certo, ci sono, ma non sono il fulcro del romanzo. Sono semmai sintomi, parole significanti di qualcosa di diverso. In primis il percorso accidentato del disagio quando diventa rappresentazione del disagio.
Stefano Bonazzi è molto bravo nel raccontarci qualcosa che va ben al di là della trama del suo L’Abbandonatrice e che è, prima di tutto, il racconto di un’epoca che è, per molti aspetti, l’epoca della sostanza. La sostanza con cui si cerca, disperatamente, di lenire il disagio. Sostanza che si declina in molti modi diversi, può essere l’eroina, può essere l’abbandono, l’arte, l’amore, il senso di colpa, il tentativo di mettere a posto ogni cosa. Ma sempre assunti come una pillola. E non certo per debolezza ma semmai per paura e per la fatica di attraversare una foresta in fiamme, bruciare con essa e uscire dal conformismo imperante.
La storia ci viene raccontata da Davide che, proprio nel giorno dell’inaugurazione della sua mostra fotografica, riceve la notizia che Sofia si è uccisa. Chi è Sofia? Un’amica, un amore, un’ancora, una ferita vagante. Una donna che, abbandonata, abbandona per non vivere più lo stesso dolore. Da lì comincia tutto. Anche letteralmente. E poi c’è Oscar, compagno di Davide, musicista forse, eroinomane, presente e assente nello stesso tempo. Poi c’è Diamante, il figlio di Sofia che Davide incontrerà proprio nel giorno dei funerali della donna, a Londra. Poi c’è Bologna. Poi c’è la musica, la fotografia, la pirografia. Forme d’arte che, in questo libro, diventano funzionali a trasformare i protagonisti quasi in metafore. Perché questo sono e, in questo semmai, risiede ciò che si dovrebbe dire di questo libro. E che nessuno ha detto.
Perché nessuno ha detto che L’Abbandonatrice segue, forse senza saperlo, una dinamica che ricorda moltissimo ciò che Propp ci ha detto e teorizzato nella sua Morfologia della fiaba. In ogni momento del libro vi sono (e se lo si legge davvero lo si capisce) tutti gli elementi di cui Propp ci ha parlato: situazione iniziale, allontanamento, violazione, investigazione, delazione, complicità, sciagura preliminare, danneggiamento, mancanza, momento di connessione, reazione incipiente. Non sono in questo ordine, come indicava Propp, ma ci sono. E non sono in questo ordine per la struttura narrativa del libro che segue sbalzi temporali, inserisce la prima persona poi la terza, poi il racconto di Davide che prepara quello di Sofia che, per un attimo, diventa quello di Oscar. Per tornare quello di Davide. Un ritmo sincopato, quello del jazz. Che alla fine, nei ringraziamenti (ma mentre lo leggevo non lo sapevo) l’autore dichiara di amare molto. E si capisce. Eppure in nessuna recensione, fino ad ora comparsa, ho letto questi richiami. Né al jazz né, tanto meno, a Propp. Perché? Perché, sempre, molti si lasciano intrappolare dalla trama. Che spesso non è l’elemento più importante.
L’elemento fiabesco, pur essendo in parte una storia vera, emerge anche in un vago sentore di mito, quello del vaso di Pandora, con il suo vaso aperto per curiosità e da cui escono tutti i mali del mondo ma nel cui fondo resta la speranza. Che è ciò che resta dopo che ci si è illusi di “risolvere” le burrasche tagliando i ponti per accorgersi che non è mai così. Spariscono Sofia e Oscar. Restano Davide e Diamante perché, probabilmente, capiscono che non è l’abbandono la cura. L’abbandono è una forma di prevenzione ma non è detto che prevenire sia meglio che curare. Spesso la cura è ciò che di più lontano si possa immaginare dall’allontanamento.
In questo testo, le parti migliori dal punto di vista della scrittura, non sono i dialoghi (elemento solitamente difficilissimo da “trattare”) ma le parti descrittive. Vi sono pezzi di quella che definirei “narrativa urbana” di interessante struttura: fate particolare attenzione alle righe in cui Stefano descrive un frammento di Bologna tra autostrade, piloni, immondizia e frammenti di terreni trasformati in paludi stagnanti che diventano teatro di una scena tra Davide e Sofia. Soffermatevi sul brano in cui Sofia racconta di come ha trovato sua madre che faceva a pezzi la propria vita smontando letteralmente la casa di famiglia e di come, sempre per “tagliare” con il dolore, decide di chiuderla in camera. O ancora rintracciate i frammenti in cui l’autore ci restituisce il gelo dell’inquietudine di una telefonata che non arriva. Sono frammenti, spiazzati e spiazzanti. E anche questa è jazz. Anche questo è fiaba.

L'Abbandonatrice Book Cover L'Abbandonatrice
Stefano Bonazzi
Narrativa italiana
Fernandel
2017
208