Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

In America questo libro non solo ha vinto sia il Premio Pulizer sia il National Book Award, incassando così una doppietta come non accadeva da tempo, ma ha anche “costretto” il suo editore a mandarlo in libreria con un mese di anticipo sulla data prevista. Con queste premesse, arriva anche in Italia La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead, libro di cui la conduttrice americana Oprah Winfrey ha consigliato l’acquista a tutti e non di una copia ma di due. In Italia basterebbe che ciascuno lo leggesse e già sarebbe un bel passo avanti, un respiro ampio per coscienze sempre più sopite e incattivite dall’ignoranza.
Con La ferrovia sotterranea Colson Whitehead ha messo a segno un colpo da maestro, una di quelle imprese che, forse, a questi livelli, nella vita di uno scrittore accadono (quando accadono) una sola volta. Sono 374 pagine di scrittura pulita ed impetuosa nello stesso tempo, per un libro che definire come romanzo sul razzismo contro i neri in America è quantomeno riduttivo se non, addirittura, sbagliato. Certo è anche quello, visto che lo stesso Whitehead in un’intervista, ha definito il razzismo e la schiavitù come i peccati originali dell’America. Ma c’è molto ma molto di più.
Leggere La ferrovia sotterranea è come leggere tre o quattro libri diversi tutti insieme: un libro, certo, sulla schiavitù, ma anche un libro sui sempiterni meccanismi del capitalismo di ogni tempo e latitudine, ma anche un libro sulle condizioni di lavoro in tante fabbriche, ma anche un libro sull’America di oggi, ma anche, e qui forse è il vero punto, un libro sui campi di sterminio della Germania nazista. E non perché la schiavitù sia ovunque lo stesso abominio di uomini ridotti a cose e merce, ma perché davvero, leggendo alcune pagine si ha la sensazione, cambiando il contesto, di leggere parole che potrebbero raccontare scene ambientate in quei luoghi di morte. Gli stessi spettacolini, le delazioni, le squadracce che perquisiscono le case, mogli che rinnegano i mariti, un intero sistema costruito sulla convinzione di rispondere al volere di dio. E schiavi che fanno il gioco dei carnefici divenendo carnefici, a loro volta, di altri schiavi. Veramente in alcune pagine, si ha la sensazione che Whitehead ci racconti di un paese, l’America, che pur avendo costruito la sua immagine di forza che ha liberato il mondo dal nazismo, sia in realtà un paese che, per molte cose, abbia ispirato quello stesso cancro. Molto forti, in tal senso, le pagine in cui ci viene raccontata una sorta di programma eugenetico (che non viene mai chiamato così) per arginare “la razza nera” e molto forti i richiami ad Anna Frank in Cora, la protagonista del libro, costretta a nascondersi per mesi in una soffitta.
Lo stesso imperativo del “Deutschland uber alles” o del “Gott mit uns” è, ne La ferrovia sotterranea, l’imperativo americano, come viene spiegato a Cora da un cacciatore di schiavi: “Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che mi ha fatto venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire, civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’Imperativo americano.”
La vera chiave di volta, il vero colpo di genio di Whitehead è proprio ciò che da il titolo al libro e che, tra le sue mani, è diventato reale e metaforico al contempo. La ferrovia sotterranea era infatti l’espressione con cui veniva designata la rete nascosta di abolizionisti che aiutavano gli schiavi a scappare. Whitehead fa diventare questa immagine una ferrovia vera, sotterranea appunto. Radunando attorno ad essa tutto un paradigma di significati e immagini. Ma anche la realtà stessa delle cose, come il bene che, evidentemente, non può che essere qualcosa di nascosto, come un fiume carsico. L’immagine della ferrovia e dei binari ci riporta, per un secondo, ad un altro capolavoro di Whitehead; quel Colosso di New York, pubblicato da Mondadori. In quel libro lo scrittore ci regala tredici istantanee della città, una dedicata alla mitica metropolitana. Pagine bellissime in cui i sotterranei della città, ancora una volta, sono fisici ma anche esistenziali, sono il luogo dell’attesa e del cambiamento. Tanto che, ad un certo punto, Whitehead scrive: “Su quale carrozza salirai? Fai la tua scelta” La ferrovia sotterranea è, se ci si pensa bene, anche quello, anche una scelta, un decidere da che parte stare.
Sia chiaro, si parla di schiavitù in questo libro. Si parla anche di schiavitù. Quella dei neri e quella di tutti. Che non si capisce bene dove cominci e che confini dia alla speculare libertà. Che questo libro sia uscito negli anni dell’America di Trump è certo una coincidenza, visto che Whitehead ci lavorava da quattordici anni. Ma sembra davvero una coincidenza ad orologeria, come un’urgenza che, da qualche parte, doveva esplodere. E questo è davvero un libro esplosivo. Impetuoso e travolgente come la figura di donna che fa da filo conduttore, quella Cora schiava in Virginia e con cui viaggiamo nel suo percorso verso nord. Un viaggio all’interno degli Stati Uniti e delle sue contraddizioni di allora che non sono diverse da quelle di oggi.
Sono le contraddizioni di un paese ben descritto da un’altra frase del libro, frase con cui Cora si rivolge ad un cacciatore di schiavi: “Chiami le cose con un altro nome come per cambiare quello che sono. Ma non è così che diventano vere.” E l’America ha insegnato al mondo come dare altri nomi alle cose. Sono le contraddizioni di un paese in cui, in fondo, il riscatto non è poi proprio a portata di tutti, come il sogno americano ha fatto credere. E Cora ce lo dice quando ci dice: “Il suo orto era l’ombra di qualcosa che viveva altrove. Così come lo era la Dichiarazione di Indipendenza recitata dal povero Michael era l’eco di qualcosa che esisteva altrove. Adesso era fuggita e aveva visto qualche altra parte del paese ma Cora non era più sicura che il documento descrivesse qualcosa di reale. L’America era un fantasma nell’oscurità, come lei.”
Un libro che definire straordinario è ben poco rispetto alla sua reale portata. Un libro in cui la ferrovia sembra fare da “strada principale” da cui però partono tante strade secondarie, tante suggestioni, tanti temi che sono i temi del mondo di oggi. In cui, pensiamoci bene, siamo tutti schiavi. Schiavi senza catene di ferro ma schiavi. Schiavi, non padroni di nulla anche quando pensiamo il contrario. Perché come scrive Whitehead: “La vita è la vetrina di un negozio che qualcuno allestisce mentre tu non guardi. E resta sempre irraggiungibile.”

La ferrovia sotterranea Book Cover La ferrovia sotterranea
Colson Whitehead
SUR
2017
374