Nata a Milano nel 1966, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincia a lavorare in libreria. Fa la libraia per 26 anni. Ha collaborato con case editrici quali Astoria, come lettrice dall'inglese e dal francese e per Giunti per cui ha scritto una guida on line sulle città europee. Ha collaborato con articoli e recensioni al blog SulRomanzo e al blog di approfondimento culturale Zona di Disagio. Suoi articoli sono apparsi sul sito della società di formazione Palestra della Scrittura. Ha curato blog di carattere economico e, per anni, ha lavorato come web content writer. E' autrice di due libri: Guida sentimentale alla Tuscia viterbese, una serie di brevi reportage di narrazione dei territori e Mors tua vita mea, un libro di racconti pubblicato da I Quaderni del Bardo Edizioni. Un suo racconto è pubblicato all'interno del libro Milanesi per sempre, Edizioni della Sera. Dirige la rivista L'Ottavo

Non so in quanti abbiano letto, quando uscì nel 2010, questo libro. Colpevolmente passato sotto un silenzio quasi totale, nonostante uno scrittore come Irvine Welsh ne abbia scritto tutto il bene possibile. Ma in Italia, paese in cui il mercato editoriale pubblica una quantità di libri come fossimo una terra civile dal punto del “consumo della lettura”, un testo così difficilmente ottiene l’attenzione che merita. E per fortuna, viene da dire. Per fortuna perché la velocità con cui si esaurisce, spesso, l’attenzione verso un testo, consente a libri così di venire ripescati da riviste “fuori tempo” come la nostra. Leggendo pagine come queste esce ulteriormente rafforzata la nostra scelta editoriale di non concentrarci sulle novità. Ma di dedicare ad un libro uno spazio più dilatato, più lento.
Glister è un’opera esplosiva e tagliente dello scrittore scozzese John Burnside, autore di poesie e protagonista di una vita non certo facile, fatta di droga, alcol e ricoveri in istituti psichiatrici. Un’anima frammentata i cui pezzi scomposti si fanno sentire, eccome, in questo libro sincopato, triste, divertente, amaro e inquietante come alcuni tra i migliori prodotti letterari. C’è molto qui, un po’ di un certo Dickens più “noir”, un po’ del Welsh più splatter, un po’ del disperato nulla di Pasolini. E, su tutto, quella inconfondibile e, per certi versi, impareggiabile abilità della letteratura anglosassone nel raccontare lo squallore urbano, la noia mortale delle persone e quella apatia che, paradossalmente, sconfina in un attivismo distruttivo.
Siamo nell’Innertown, un desolato e desolante centro postindustriale in cui un impianto chimico, ormai chiuso, ha portato e continua a portare morte. Tutto è morto qui, la natura e la vita stessa delle persone, le loro aspettative: “Dopo più di un decennio di speranze evanescenti per la città e per i ragazzi, la gente è diventata fatalista nel tentativo di ritrovare, nell’indifferenza, il rifugio un tempo cercato nell’aspettativa, modesta e piuttosto vaga, di quella felicità ordinaria che erano stati portati ad attendersi.” E già in queste righe, in parole come “modesta” vaga” “ordinaria” c’è la fotografia perfetta dell’anima del luogo e delle persone.
La trama non serve a fare capire tutta la portata della storia e della scrittura di Burnside ma serve, comunque, come cornice perfetta per parlare di altro. Di ben altro, di male, di morte, di silenzi, di omissioni, di complicità, di indifferenza, di colpevole girare la testa altrove. A Innertown spariscono, nel corso del tempo, cinque ragazzi. Di cui non si saprà più nulla. C’è Morrison, un poliziotto in caduta libera, che avvalla la versione più comoda: sono scappati. C’è una donna alcolizzata che desidera solo essere lasciata in pace dalle voci che sente nella sua testa. C’è una banda di ragazzini che compiono il male per noia, per “vedersi” almeno mentre fanno qualcosa. Perché, come scrive Burnside: “L’io può essere noioso e bisogna trovare qualcosa con cui distrarsi”. E c’è Leonard, ragazzino amante dei libri, del sesso e, paradossalmente, di quel labirinto-genius loci che è l’impianto. Una sorta di moloch attorno a cui tutto gira.
Un libro punk, feroce, colto, pieno zeppo di citazioni non sempre evidenti. Una crime novel ma anche un libro di letteratura civile in molte delle sue pagine. Un testo di denuncia retto da immagini spesso incoerenti, assurde e, per questo, ancora più potenti. Tra alberi morti, frutti avvelenati e sesso fatto per passare il tempo, si snoda il wilde side dell’animo umano. Apparentemente senza redenzione se presi singolarmente ma assolutamente redenti se letti in un disegno più ampio. Allora anche uccidere l’uomo sbagliato, un emarginato accusato a casaccio di essere il responsabile della sparizione dei cinque ragazzi, diviene lo spartito per parlare della “banalità del male” quando questo male diventa testimonianza, liberazione da un male ancora più grande. L’uomo che viene ucciso diventa: “Un testimone, un testimonial, un testamento. Non del suo dolore particolare, ma di tutto il dolore, in ogni luogo.”
Vengono in mente alcune righe di Hemingwey quando scrive: “Non chiederti per chi suona la campana. Essa suona anche per te.” Forse è questo ciò che arriva dritto allo stomaco alla fine della lettura di questo libro in cui il crimine più grosso è quello di chi assiste ad un crimine e non fa nulla. In questa prospettiva, la fine del poliziotto Morrison (che qualche povero di spirito ha definito surreale) diventa una delle cose più materiche e potenti che si siano lette negli ultimi anni. Sono, quelle, pagine di elegante e disperatissima letteratura.

Davvero un libro da scoprire e riscoprire, leggere e rileggere. Ci vuole una mente ferita per arrivare a scrivere e volare così alto, senza cadere nel giudizio bigotto e mistificatorio. Siamo tutti colpevoli e tutti innocenti.

Glister Book Cover Glister
John Burnside
Narrativa
Fazi
2010