Perché è impossibile prescindere da Tondelli

Perché è impossibile prescindere da Tondelli

Pao Pao. Pier Vittorio Tondelli.

“E a Roma mi sento quindi come questa bacchetta di pianta appena recisa dal suo tronco, ancora gocciolante di umori e scintillante di quelle rugiade bevute nel ceppo, ma non so, non so se il mio destino sarà rifiorire e trapiantarmi come sempre su altre storie e altri incroci e di là di nuovo ripartire e splendere e mischiarmi e intrecciarmi, oppure seccarmi e morire e dio mio finire e non conoscere più quelle riproduzioni e quei riciclaggi di me che mi facevano star bene e dirmi son contento, in fondo basta che abbia qualcuno da amare, basta un territorio di diffusione d’affetto e sarò per sempre salvo.”

Rifiorire e trapiantarmi oppure seccarmi e morire.
Nella sua breve vita, trentasei anni sono veramente pochi, Pier Vittorio Tondelli si è conquistato un posto tra i grandi della letteratura del Novecento. Altri libertini è il suo esordio osceno e blasfemo, con questi due termini viene accusato da una parte del pubblico tra cui anche un magistrato. In quel momento l’Italia stava facendo i conti con le novità degli anni ottanta. Colorati, felici, drammatici, rockettari, incasinati. Squisitamente osceni e blasfemi.
Il passaggio al nuovo decennio è stato scandito dall’esplosione della stazione di Bologna. 85 morti, oltre 200 feriti.
Il Tondelli stava vivendo gli ultimi giorni di leva militare e no, quella non poteva essere una maledetta caldaia.

“Il fatto di Bologna con quelle cento e più storie distrutte ci atterrì, erano anni insomma che non succedevano cose del genere e mai era accaduto con un potenziale così alto di vite falciate. Non ho parlato comunque di tutto ciò la sera con Baujean, è troppo giovane, e non può ricordare né piazza Fontana né piazza della Loggia poiché anch’io non ricordo il Vajont, solo una notizia persa lungo il cammino della mia esistenza.”

Il diario di un militare, Pao Pao (1982), è diventato un caso letterario.
L’autore è totalmente immerso nel contesto storico.
Con la fame di chi ha vent’anni, con quella curiosità che conoscono in pochi e un senso critico che riempie di saggezza ogni movimento. Tondelli è capace di trasformare un miscuglio disordinato di impressioni e storie in un armonioso collage.
L’obbligo della leva è occasione di confronto con nuove città, nuovi luoghi e nuova fauna. Ha fame di nuove storie e nuove esperienze. Non mancano momenti di sconforto e il doversi scontrare con un mondo a volte incomprensibile. Ci si muove verso l’esplorazione dell’animo umano, della fauna, con osservazione acuta e parole straordinariamente adatte.
Procede senza giudizi e senza rancori. Anzi, nel libro un giudizio c’è, uno solo, è la condanna alla superficialità e all’ignoranza. Tondelli cerca di studiare e capire tutti ma non riesce a capacitarsi del fatto che alcuni suoi coetanei vivano nello stato di semianalfabetismo. Che si lascino semplicemente vivere, senza farsi domande e camminano sul mondo come automi. Ecco, questo proprio non riesce ad accettarlo. Una continua lotta alla superficialità.

“Sto cercandomi accidenti, devo reagire, devo farmi un pensiero di testa buono, una prospettiva rassicurante, una via d’uscita da questo stato di vischiosa incoscienza, che ci faccio, un anno, dodici mesi, non ce la farò, un’estate, un inverno, quante settimane, che ci faccio, come sopravviverò, che vogliono questi, che devono obbligarmi a imparare, che cercano?”

Si procede per immagini. Partendo dalla prima tappa, Orvieto. Paesaggi, fughe, ritorni, notti insonni, notti alcooliche, notti fumose e fumanti, nuove amicizie, la fiamma dell’amore che aspetta solo di essere scossa, le scale del Duomo, il lago di Bolsena, Corbara, i falò, le piccole città dell’Umbria, i viaggi spensierati e quelli obbligati.
Centinaia di polaroid appese in modo disordinato ma con dei fili che finiscono per metterle tutte in comunicazione.
Poi il trasferimento a Roma. Il gruppo di piazza Colonna. I ristorantini a due soldi, la fauna che si infoltisce e la vita che si adatta al contesto metropolitano.

“Insomma anche Roma non è più qualcosa di duro che si oppone alla nostra esistenza quotidiana, ma sempre più un giaciglio morbido sul quale dare il via all’espandersi dei nostri nervi e dei nostri sentimenti di testa. Quindi va bene, per un po’ va bene.”

Va bene per un po’ perché non esiste certezza. La precarietà della vita, dei sentimenti che cambiano in continuazione, delle amicizie che vanno e vengono. I trasferimenti imminenti e i turni di guardia di soldati sbronzi.

“Ma le occasioni della vita stupiscono mai abbastanza nella loro disperata frammentarietà che in un attimo si salda e poi, un attimo dopo, svanisce inghiottita dall’insensato ritmo delle ore e dei giorni.”

La consapevolezza che tutto è destinato a cambiare, che niente è per sempre. La vita affrontata a volte in modo anche troppo duro ma con la fragilità di un animo sensibile e gentile che ammette tutto ciò ma non può far a meno di soffrirne.

“A questo punto si capisce che siamo alla resa dei conti, c’è più niente da fare, un amore terminato è peggio di un impero devastato, tutto un tramonto verso i secoli bui.”

Non c’è una risoluzione. C’è la vita che in quel momento arriva alla fine del servizio militare e il libro che si conclude come fosse una corrispondenza.
Bologna, 23 aprile 1982

Pao Pao Book Cover Pao Pao
Universale Economica
Pier Vittorio Tondelli
Letteratura
Feltrinelli
1982
192