Nato a Viterbo il 25 ottobre 1991, laureato in  lettere (Università della Tuscia) e appassionato di musica (jazz, prog, elettronica).

La stagione dei rave non è da considerare soltanto nei raduni ultra pubblicizzati degli ultimi dieci anni. Oggi, con il pensare ai soldi degli organizzatori, si sta snaturando la vera veste di questa dimensione culturale sociale. Tutto inizia in America, nella metà degli anni Ottanta, con l’house e la techno. Questi due mondi dispongono sin da subito di panorami stracolmi di dj sperimentatori. E’ il periodo dei campionatori, dei sampler, sequencer e di tutti quei synth dai nomi intriganti e futuristici. L’elettronica, nata dieci anni prima con Kraftwerk, Eno, Parsons, Oldfield, Schulze, Gottsching ed Hoenig, ora si trova a vivere un’altra fase d’oro. La Detroit della techno viene colorata immediatamente con i vari Derrick May, Jeff Mills, Carl Craig, Richie Hawtin, Juan Atkins e Kevin Saunderson. La Chicago dell’house, invece, presenta Frankie Knuckles, Jesse Saunders, Marshall Jefferson e Mr. Fingers. I grandi exploit dei due generi, partendo da “Clear”, “Strings Of Life”, “On And On e finendo con “Your Love”, “Techno City”, “Can You Feel It?” e “Acid Tracks”, lasciano un segno indelebile. In pratica, tra la metà e la fine degli anni Ottanta si crea la Bibbia del genere, tanto sacra da servire sia per la futura dance di Corona e Snap che per i territori più “colti” tipo l’IDM. Il concetto di rave, di sballo sintetico e di raduni dove ascoltare musica non comprende soltanto i campionamenti e gli strumenti elettronici. C’è anche tutta la fascia dello shoegaze e del Madchester Sound: i primi sono la visione distorta della psichedelia dei Byrds e dei Velvet Underground, i secondi una nuova veste del funky acido usato fino a quel momento nella scena post punk (vedi alcuni suoni dei Rip Rig & Panic di “God”). I capostipiti sono i My Bloody Valentine e i loro feedback in loop, gli eterei Slowdive, i Jesus & Mary Chain dell’epocale “Just Like Honey”, gli Stone Roses dell’inno “I Wanna Be Adored” e gli Happy Mondays. Sono finiti gli anni Ottanta e questa scena in visibilio aspetta ancora qualcosa: si deve giungere nel 1991 per completare definitivamente il ciclo. Una strana band di nome Primal Scream, che ha effettuato due dischi praticamente senza mandare troppi segnali, si appresta a realizzare il terzo album. Andy Weatherall, produttore guru, è colui che mette le mani velate sul materiale nuovo del combo. Avete presente quelle opere totalizzanti, tipo “Sgt. Pepper” ? “Screamadelica” è precisamente quella razza di Eden sonoro. Una scatola dove si può raccogliere di tutto, dove ogni cosa sta al posto giusto e con l’assenza di punti morti, imperfezioni. I Primal Scream sono un concentrato di Madchester Sound, pseudo shoegaze e acid house. Questo calderone colossale viene subito scosso da “Movin On Up” (si, la canzone che hanno messo nella pubblicità di quella macchina), vero revival gospel degli Stones più ammiccanti con refrain ultra appiccicoso. Con la seconda traccia “Slip Inside This House” iniziamo ad essere assaliti da alcuni dubbi: “Questo titolo già l’avevo risentito…non è che hanno fatto una cover dei 13th Floor Elevators?” Ebbene si. La versione dei Primal Scream imbottisce di elettronica questa storica lezione di psichedelia, facendo capire ai futuri Oasis che i maestri dei ritornelli sbiascicati sono soltanto loro. Ma non ci sono solamente echi e vecchi copia incolla. Il futuro inizia con la pomposa jungle di “Don’t Fight It, Feel It” infarcita magistralmente di bassi e campionamenti. Questi tre ottimi antipasti ci preparano all’intramontabile “Higher Than The Sun”, vero zenit dell’era rave. La ricetta è: basso dub pulsante, voce effettata, introduzione rarefatta al limite dell’ancestrale, successivo trionfo dei caracollanti drum kit e finale sfumato di alta scuola. “Come Together” consacra il tutto. Banale paragonare il fraseggio di piano agli schemi dance delle hit estive. Qui c’è molto di più. L’emozionante coro che si innesta nella danza sintetica sigilla perfettamente un’era, una generazione, diventando così lo stereotipo del classico motivo che si urla nei concerti, ma quelli veri. Ora penserete: “ok, ho letto le hit. Adesso ci sono sicuramente i riempitivi e roba simile”. Ci credete che in “Screamadelica” c’è anche dell’altro? Troviamo “Damaged”, una ballata da far invidia a Jagger e Richards, “Loaded”, trascinante fanfara esotica con trombe e chitarre blues proveniente da un altro pianeta (forse un gradino sotto a “Come Together”) e la versione dub di “Higher Than The Sun” con ospite Jah Wobble (mastodontico bassista dei Public Image Ltd.). Si, ora è veramente terminato tutto, anche se in questa strana fine si concretizza l’alba di ogni cosa.

Screamadelica Book Cover Screamadelica
Primal Scream
Psichedelico
1991