Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

“Tutti vogliono possedere la fine del mondo”. Con queste parole comincia l’ultimo libro di Don DeLillo, Zero K e, immediatamente, ci offre la chiave di lettura più forte per il prosieguo della lettura. Il contesto narrativo ci viene raccontato da Jeffrey Lockhart, figlio di Ross, magnate della finanza la cui seconda moglie, Artis, sta per essere “congelata” in un laboratorio di criogenetica in attesa che la scienza trovi una cura per la sua malattia. E questa è la cornice. Un argomento non nuovo per la verità ma che, nella penna di Delillo, acquista un sapore e uno sviluppo di portata immensa.
Tanti sono gli argomenti che, tra le pagine di questo libro, vengono affrontati, raccontati e dipinti in un clima plumbeo, claustrofobico, a tratti disperato. Tanto più disperato quanto la scrittura di DeLillo sembra muoversi in una sorta di asettica cronaca. Ma è proprio in questa apparente asetticità che emerge, ancora più forte, una riflessione appassionata (nel senso etimologico del termine) su un tema che ci interroga tutti, da sempre, tanto più quanto più lo si vorrebbe rimuovere: la morte, la fine, il controllo sull’inevitabile.
Convergence, in uno sperduto deserto del Kazakistan, è un laboratorio, un non luogo, in cui tutto risponde (o tenta di farlo) a questo bisogno di controllo. Qui, chi se lo può permettere, viene rinchiuso in una capsula, congelato in attesa di un’altra vita. Il nome del laboratorio, la sua ubicazione segreta, i suoi corridoi vuoti, le figure ambigue, i filmati che vengono proiettati in loop, la mancanza di finestre, tutto sembra disegnato e coreografato per creare un grande nulla controllabile. Appunto. Nella più allucinante e allucinata illusione. Una illusione che porta scienza e religione sullo stesso piano di fanatismo, mancanza di lucidità e di spiragli di dubbio. Convergence è un bozzolo chiuso, inaccessibile ai più, monade in cui la paura (perché di questo si tratta) della morte viene tenuta a bada dalla granitica certezza che la scienza troverà la soluzione. Per cosa? Per sconfiggere la morte. Ma cosa diventa la vita senza la morte?
Domanda che sembra restare sottintesa per tutto il libro. Sottintesa e, quindi, ancora più pressante. Delillo affida le sue risposte (o possibili risposte) ai diversi atteggiamenti di Jeffrey e Ross. Il primo non accetta e vive il limite come canto ancora più forte alla vita. Il secondo no. Ross non riesce a sopportare di vivere senza la sua amata Artis. E per lui il congelamento diventa metafora di questo suo restare senza fiato, senza orientamento. Quindi meglio fermarsi, “dormire”, in attesa di chissà cosa.
In questo libro ogni cosa, ogni parola viene cesellata nella più assoluta precisione linguistica, spaziale e temporale. Niente appare casuale. Neanche (anzi soprattutto questo) il fatto che portatori di due sguardi così diversi siano un figlio (la vita con le sue contraddizioni) e un padre (la morte non morte). Due uomini il cui rapporto è stato quasi “criogenato” per tanti anni e che solo a Convergence sembri trovare almeno un varco. Sembra. Sembra perché anche in questo caso DeLillo non trova la strada più facile. E non lo fa proprio mettendo in bocca a Jeffrey la domanda: “Quando un uomo diventa il padre di suo padre?” Chi lascia andare chi?
Vita, morte, religione, scienza, linguaggio, potere delle parole. Questo Zero K è un affascinante groviglio di istanze, di domande, di livelli di esistenza. In una struttura non facile, non immediata. Di lettura tutt’altro che lineare. Dalla claustrofobia di Convergence alle pagine di vita newyorkese di Jefferey per passare attraverso i frammenti di pensieri di Artis e di nuovo al nulla pressurizzato di Convergence. Tra dialoghi in cui ci spiazza anche la punteggiatura là dove ci aspetta un punto di domanda e non lo troviamo per trovarlo invece dove non ce lo aspetteremmo.
Un libro difficile e semplice allo stesso tempo. Dove semplicità è però esattamente l’opposto della facilità. Ma, anzi, apoteosi di un lungo lavoro e tramestio interiore. Tutto tiene in questo libro: i tempi dei dialoghi, l’intrecciarsi delle emozioni dei personaggi, il pieno e il vuoto, i personaggi apparentemente secondari che secondari non sono. Un incredibile gioco letterario in cui tutto ciò che ci viene raccontato viene quasi messo allo stesso livello, non per negarne la prospettiva, ma proprio per ricordarci che l’assenza della fine è ciò che, forse, fa perdere di vista il fatto che ogni cosa ha un suo diverso livello. La morte serve. Sembra dirci Delillo. Non come portatrice di senso ma, semmai, come possibilità di dare un ritmo alle cose. Come il silenzio per la musica. Inascoltabile il continuo silenzio ma inascoltabile anche una musica infinita.
Vorrei fare una menzione particolare a Federica Aceto, la traduttrice di questo libro, perché non deve essere stato facile il suo lavoro. Districarsi nella scrittura di DeLillo, in questo testo, restituircene la portata e la complessità dietro l’apparente linearità, è cosa non da poco.

Zero K Book Cover Zero K
Don DeLillo
Narrativa
Einaudi
2016
240