Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Un giornalista e un fotografo. Entrambi quarantenni. Di ritorno a Helsinki, dopo un viaggio di lavoro, mentre sono in macchina investono una lepre che, spaventata, scappa nella foresta. Uno dei due, Vatanen, la insegue, la fa curare e scopre, in questo pretesto del destino, di essere stanco della sua vita, del suo lavoro. Di tutto. E questo tutto lo lascia per cominciare un altro capitolo, un altro percorso, in compagnia della sua volpe, inseparabile amica e compagna di avventure. Comincia così “L’anno della Lepre” forse il più famoso libro di Arto Paasilinna.
Senza misteri. Infatti è lo stesso scrittore a presentarci lo spunto narrativo da cui tutto ha inizio. Semplice. Eppure, pur sapendo da subito come e su quale binario si svilupperà la storia, la voglia di proseguire la lettura è tanta. Oppure è tanta proprio perché l’inizio è potentemente evocativo nel suo dichiararsi subito.
Il tema del cambiamento di vita, della svolta improvvisa (che poi, in realtà improvvisa non lo è mai se non nella sua manifestazione esteriore) non è nuovo. E non lo era neanche nel 1975 quando il libro uscì in Finlandia e neanche nel 1994 quando uscì per la prima volta in Italia. Non lo è neanche ad una rilettura attuale. Eppure. Eppure è un libro che anche oggi ha tante cose da dire. Tante letture possibili.
Non si tratta solo della storia di un uomo stanco e deluso che fugge. Ma è anche un libro che mette in discussione il concetto stesso di fuga. Alla fine non siamo più tanto sicuri che la fuga sia stata quella di lasciare la sua vita precedente per vivere nei boschi, vagabondando, e non invece quella che per anni lo ha tenuto lontano da tutto ciò.
Molti sono i rimandi letterari che, tra le righe, possono emergere dalla lettura de L’anno della Lepre. Il “Wolden. Vita nei boschi” è forse solo il primo e più immediato aggancio che vi si può trovare. Ma anche qualcosa de “Il piccolo principe” almeno nell’elemento dell’addomesticamento reciproco tra uomo e animale. Certo qui non c’è una volpe che parla ma c’è pur sempre un elemento selvatico che, in un certo senso, sembra indicare una via diversa, un diverso modo di guardare le cose e alle cose. Qui è una lepre che da selvatica si lascia addomesticare di contro ad un uomo che, da addomesticato, permette a sé stesso di divenir selvatico. E in questo davvero, profondamente umano. Ma anche un po’ Moby Dick nelle pagine del suo inseguimento ad un orso, tra boschi e neve.
Libro in cui, neanche tanto velatamente, sono molti gli elementi su cui l’autore riversa ironia, sarcasmo e anche corrosiva critica sociale. Non è solo la vita regolata da ritmi artificiali quella che viene messa in discussione ma anche la politica, i rapporti di potere, l’egoismo o lo stesso rapporto con la natura.
Ma è anche un libro in cui vi è il nord artico in tutta la sua selvaggia e potente natura oltre che la cultura (in senso lato) finnica. Una patina di tristezza, di malinconia, di male di vivere sotto cui, però, vive prepotente una notevole passionalità, una “delicatezza” di rapporti umani, un luterano rispetto per le regole che rende, paradossalmente per noi latini, tanto più rivoluzionari quanto più si trova la propria autenticità senza trasghedirle. Perché, in fondo, Vatanen è un vero rivoluzionario che le regole non le trasgredisce. Non per lo meno quelle dell’umanità e della verità. Apparentemente smette di seguire regole. Ma, in realtà, smette di seguire ciò che regola, per lui, non è più: il suo lavoro di giornalista, un matrimonio finito, la vita in città.
Il viaggio di Vatanen di villaggio in villaggio, con avventure e normalità è, di per sé, un riscrivere altre regole, molto più etiche e, per questo, davvero capaci di mandare a gambe all’aria il conformismo e l’incapacità di guardare le cose da un’altra prospettiva (bellissima, in tal senso, la scena in cui entra in un piccolo ristorante con la sua lepre e chiede e ottiene che stia a tavola con lui e che le venga anche portata dell’insalata). La libertà autentica non è quella che non ha regole. Anzi. Ma sono regole religiose nel senso di “tenere insieme” perché c’è qualcosa a cui si tiene davvero. E qui la lepre è una bella e poetica metafora.
Pasilinna riesce, attraverso il personaggio di Vatnen (probabilmente suo alter ego) ad essere comico e sfrontato, di quella sfrontatezza che si acquisisce quando si è trovato motivo di leggerezza anche in mezzo all’inedito di una vita nuova. Tanto sfrontato da mettere anche in discussione una figura importante per il suo paese come Urho Kekkonen, quasi eroe nazionale per la Finlandia di allora, che nel libro diviene (attraverso un altro personaggio) quasi il protagonista di una divertente spy story. Perché non c’è nulla di così sacro da diventare sacralmente intoccabile. E questo è uno degli elementi più forti e chiari di questo libro.
Libro di natura, di boschi e acque, di fuoco. Ma, soprattutto, libro di una fuga che in realtà è un ritorno. Dove ritorno non è ripiegamento su passi noti ma fondamenta per una nuova partenza.

L'anno della lepre Book Cover L'anno della lepre
Arto Pasilinna
Iperborea
1994
212