Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

“Nelle foreste siberiane” è un libro che ti incolla alla lettura. Che ti costruisce attorno una sorta di caldo ventre proprio mentre ti racconta un grande freddo, un viaggio da fermo. Fermo, e proprio per questo, più movimentato di qualunque altro viaggio. La cornice di questo libro-diario è presto descritta: Sylvain Tesson, scrittore e viaggiatore, decide di trascorrere sei mesi in una capanna siberiana. Sulle rive del Lago Bajkal. In totale isolamento, in mezzo alla natura, al silenzio e alla solitudine.
Le premesse possono far pensare che tenere un diario di quei mesi sia un esperimento, non solo di vita, ma anche di letteratura. Cosa si può mai riuscire a scrivere vivendo in quelle condizioni? Si può scrivere un libro stupendo, potente, poetico. Si può riuscire a restituire un palinsesto di piccole cose, di cose minuscole, di riflessioni altrimenti schiacciate dalla vita che si conduce normalmente.
Vivere come un eremita diviene il pretesto, la cifra, il dispositivo da cui mettere insieme parole e pagine che sono molto, ma molto di più, di un racconto di cosa sono stati quei giorni. Una serie di riflessioni che, partendo da ciò che Tesson va scoprendo di sé stesso, diventano riflessioni sull’intera condizione umana.
E così lo scrittore, mentre ci racconta le cose da fare durante le sue giornate, ci accompagna in una serie di immagini e di pensieri che, nella loro essenzialità, ci portano a farci qualche domanda. Tante domande. E il rapporto ravvicinato ed esclusivo con la natura e le sue condizioni estreme, diviene una spietata seppur leggera critica a ciò che stiamo perdendo.
Un libro che riesce ad essere tanto più ricco quanto più racconta di una sottrazione. Sottrazione di cose da fare, di persone da vedere, di obblighi da rispettare. Cosa diventano le giornate quando invece di uno schermo televisivo ci si ritrova, incantati, ad osservare cosa c’è dall’altra parte di una finestra? Quando ci si concede di fare amicizia con una cincia? Quando si impara ad ascoltare il rumore del ghiaccio e del vento? Forse diventa vita.
Sei mesi, da febbraio a luglio, durante i quali, tra temperature a -30°, letture, lavori di manutenzione, il caldo della capanna, gli animali del bosco, i pensieri hanno modo di riprendersi quello spazio restato libero dal credersi indaffarati. E allora il taccuino diviene un compagno perfetto e indispensabile. Tela per parole che si fanno più accurate e precise. Perché, come ci ricorda lo stesso autore, quando si hanno meno cose da fare, quelle poche cose si fanno con cura e con intensità. Perché, la sera, si ha appuntamento proprio con quel taccuino su cui scrivere parole precise.
Scrittura nella solitudine che diventa l’altra faccia della vita da eremita. Figura questa su cui, nel libro, vi sono molte considerazioni che assumono quasi una valenza politica. L’eremita, infatti, è colui che: “…ignora l’appello della civiltà, ne rappresenta la critica vivente. Svilisce il contratto sociale. Come accettare un uomo che passa il confine a si affida al primo soffio di vento?” Vivere nei boschi sembra quindi restituire dignità al concetto di inutilità. Si è liberi quando si è inutili, quando si esce da un discorso che ci vorrebbe funzionali a qualcosa. Si esce, in definitiva, da un discorso consumistico-capitalista.
Un libro, questo “Nelle foreste siberiane” che acquista anche una valenza di libro filosofico in cui ci si interroga sul concetto di tempo, forse uno dei concetti più presenti e più difficoltosi per la società occidentale. Quando si vive per sei mesi in una capanna isolata nella foresta, cosa diviene il tempo? Trascorre più veloce o più lento? O semplicemente si smette di avvertirlo? Si entra in un’altra relazione anche con esso, concedendosi il lusso di venire strappati dalla logica delle ore che passano. Passano, appunto, spesso senza trascorrere, che è molto diverso. E, anche grazie a questo modo di vivere per sei mesi, pure gli incontri assumono un altra capacità di coinvolgimento. Meno necessità di parole sembrano condurre ad una maggiore capacità di sentirsi. Senza giudizi.
E a questo concetto si lega, nelle pagine di questo libro, anche la riflessione su quanto sia incredibilmente ricco vivere sottraendo invece che vivere aggiungendo. Un lavoro di cesello che trapassa continuamente dalla quotidianità nella capanna alla scrittura. Un’essenzialità che è di entrambe le cose eppure, come poche altre cose, comunica un senso di abbondanza.
Tanti libri da leggere, un po’ di scorte di cibo, qualche sigaro e della vodka. Poi spazio e solitudine. Pare impossibile che questo basti per vivere per sei mesi. E pare anche impossibile, prima di aver letto questo libro, che questo basti per scrivere un libro. Non posso fare altro che invitarvi a leggerlo.

Nelle foreste siberiane Book Cover Nelle foreste siberiane
Il contesto
Sylvain Tesson
Sellerio
2012
253