Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Si può parlare e scrivere di antropologia in maniera semplice? Si può fare in modo che la divulgazione diventi condivisione, travalicando i confini accademici, per entrare nella comprensione anche dei non addetti ai lavori? Questo libro sta a dimostrare che si può. Che si può tanto più quanto più si conosce la materia di cui si parla e le profonde connessioni con la materia di cui siamo fatti tutti: la differenza.

Le prime righe di questo testo raccontano, in maniera molto precisa, non solo l’intento di questo testo ma, soprattutto il suo farsi chiave di lettura proprio nell’atto di scriversi e leggersi: “In un mondo che cambia velocemente come quello in cui viviamo, lo sguardo antropologico si rivela più penetrante e illuminante di quello di altre discipline.” E, penso, la parola che fa la differenza è proprio “sguardo”. Lo sguardo, con la sua capacità di comprensione (nel senso di capire e nel senso di prendere insieme) è ciò da cui tutto comincia. Ed è ciò che rende l’antropologia capace di restituire una sorta di bussola per orientarsi nelle differenze.

Per questo motivo anche le parole “locale” e “globale” assumono una valenza finalmente scevra da molta di quella retorica di cui, solitamente, sono ammantate. E diventano, oltre al titolo del libro, quell’insieme di significati e significanti che portano a capire l’assoluta attualità dell’antropologia. Disciplina più attrezzata di altre a scovare le somiglianze nelle differenze, il vicino nel lontano, l’estraneo nel familiare e viceversa. Senza giudizi. Locale e globale, dunque, come inevitabile osmosi. che coinvolge tutti i temi di cui è fatta la nostra esistenza, siano religiosi, sociali, culturali o economici.

In un mondo in cui le differenze e le diversità paiono diventare sempre più sottili, vi sono forme di radicamento e di difese identitarie che funzionano come argine proprio contro un avvertito globale omologante. Non è questione di poco conto e non è questione che consenta a qualcuno di chiamarsi fuori. Che lo si sappia o no, che se ne sia consapevoli o meno, è questo il sottinteso fluire dell’agire umano. E questo è ciò che ci racconta l’antropologia.

Il libro si compone di una serie di saggi che sono, appunto, letture e sguardi antropologici su diversi argomenti. Ne citiamo solo alcuni giusto per far capire la gustosa proposta contenuta in queste pagine; “Frammenti e mosaici. Tra luoghi, memorie e tradizioni della Tuscia”; “Pizzini. Sugli usi pubblici della parola antropologia”; “Il rapporto salute/malattia e il punto di vista antropologico”; “Italiani brava gente? Razzismo e altre questioni”. E sempre, in sottofondo anche dove non esplicitati, i concetti di locale e globale che fanno da filo rosso ma anche da grimaldello interpretativo. A suggerire, e non solo, un agire umano che sempre si rapporta e si rappresenta in termini globali anche là dove i confini sono locali. Perché, e lo sguardo antropologico è un po’ anche questo, locale non è localista.

Proprio questo sottile slittamento di senso è quello che consente allo sguardo antropologico di porsi come lettura capace sia di profondità che di trasversalità. Nel tempo e nello spazio. Ecco perché questi saggi, molto diversi gli uni dagli altri, riescono in virtù di questa varietà, a farci capire come i concetti di locale e globale possano anche avere uno spettro semantico non solo spaziale ma anche temporale. Per aiutarci a capire che la differenza, la particolarità è anche un passato che non smette di agire, dando radici anche quando sembra di non averne più. L’antropologia, grazie a questi saggi, appare come colei che può raccontarci come tutto dipenda da come ci si relaziona a tutto ciò.

A esempio di quanto detto ecco un frammento tratto da uno dei saggi contenuti in questo libro “Culti arborei e riti primaverili. Alcune note antropologiche da Frazer a Geertz” di Marcello Arduini: “Tutto è globalizzato, ma tutto ciò che ruota intorno ai piccoli mondi locali viene considerato importante e da difendere. Ad una sempre più invasiva globalizzazione si risponde spesso con una tenace resistenza che prevede la difesa delle specificità locali. Nel mondo in cui si rischia di essere tutti uguali, tutti sentono il bisogno di distinguersi, di valorizzare le proprie specificità.” Questa è antropologia.

Altro illuminante esempio di come e quanto l’antropologia sia, in fondo, parte stessa della realtà di ogni tempo e di ogni aspetto, ecco il saggio di Sandra Puccini dal titolo: “Fenomenologia del cucinare mediatico.” Una rigorosa e al contempo leggera (leggera al modo di Calvino) carrellata sulla moda/mania di parlare di cibo con il conseguente invadente fenomeno di trasmissioni tv dedicate a cibo e cucina. Trasmissioni con i loro rituali, i loro tic linguistici, le loro messe in scena globalizzanti appunto in cui il cibo diviene solo un pretesto per mettere in onda lo spettacolo. Con buona pace di secoli di tradizione culinaria e cibi locali. Eppure anche qui l’antropologia ci prende per mano, aiutandoci a capire come tutto ciò funzioni un po’ come scimmiottamento di qualcosa di profondamente tradizionale e identitario: il momento dei pasti con le chiacchiere che li accompagnano. Ma se attorno al desco si mangia e si parla davvero, le trasmissioni tv dedicate al cibo globalizzano proprio facendo il contrario, con cibi che vengono a mala pena assaggiati e chiacchiere mediatiche e mediate. Eppure il cibo e il nutrirsi sono una cosa seria.

Credo che il punto di forza, o uno dei punti di forza di questo libro, sia proprio rappresentato dal fatto di essere una specie di concerto di argomenti, una melodia di aspetti diversi che diventano immagine testuale della complessità della vita stessa. Di tante cose è fatta l’esistenza, di tanti argomenti si compone questo libro. Per questo non vi è distonia alcuna tra le pagine in cui si parla di gioco e rito e quelle in cui si parla di nuove forme di comunicazione o di piccoli musei. Perché, come dicevamo all’inizio, è lo sguardo che fa la lettura. E lo sguardo antropologico possiede la complessità per leggere la complessità. Ma sempre con rigore. Perché la parola antropologia è anche la più abusata (e in quanto tale a sproposito) da molti di coloro i quali fanno uso pubblico delle parole. L’antropologia è cosa seria ma la parola antropologia è spesso usata come grimaldello intellettualizzante per altri concetti e altri livelli di discorso. E anche per questo è assolutamente imperdibile il saggio di Sandra Puccini su usi e abusi del termine.

Per concludere, questo libro dimostra talmente bene quanto lo sguardo antropologico sia in grado di raccontare meglio di altri, da averci regalato una antropologia che è anche meravigliosa letteratura.

Dal locale al globale Book Cover Dal locale al globale
Biblioteca
Sandra Puccini, Marcello Arduini
Antropologia
Sette Città
2016
290