Sono nata a Milano nel 1966 e, dopo studi di filologia classica all'Università degli Studi di Pavia comincio a lavorare in libreria. Quella che, nelle mie intenzioni, voleva essere un'esperienza provvisoria, dura in realtà 24 anni. Nel frattempo collaboro con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Le parole sono sempre state, in un certo senso, i miei strumenti di lavoro. Piano piano ho diminuito il lavoro in libreria per cominciare quello di web content writer con cui è iniziata l'avventura di collaborazioni più o meno riuscite. Coordino L'Ottavo e collaboro con il blog di approfondimento culturale Zona di disagio

Di Geraldine Meyer

Georges Simenon non fu solo il prolifico autore di alcuni dei libri più belli del ‘900 e del celeberrimo commissario Maigret. Lo scrittore belga si cimentò con maestria anche in una serie di articoli di viaggio, reportage letterari, diari di bordo. Comunque li si voglia chiamare, questo Il Mediterraneo in barca, pubblicato da Adelphi, raccoglie quelli che Simenon scrisse, tra il giugno e il settembre del 1934 per il settimanale Marianne.

Poco più che trentenne Simenon si imbarca e partendo da uno dei luoghi da lui più amati, l’isola di Porquerolles, inizia una navigazione attraverso il Mediterraneo, un bacino d’acqua che rappresenta qualcosa di più di una distesa marina geograficamente collocata. Non a caso tutti gli articoli hanno, sottesa, la domanda implicita “Il Mediterraneo è…”

E partendo da questo interrogativo, Simenon ne fa quello che potremmo definire “il manifesto programmatico” di tutto il suo viaggio. Ma chi si aspetti il classico reportage di viaggio rimarrà deluso. Perché le pagine di questo Il Mediterraneo in barca sono soffuse di quella stessa indole da raccontatore di storie a cui Simenon ci ha abituato con i suoi libri più noti e che ne fanno qualcosa di molto diverso da un “semplice” diario.

Tra queste pagine si annusa la stessa capacità dello scrittore belga nel ritrarre i più reconditi e oscuri lati dell’animo umano, (che sono anche, forse in primis, i suoi) come quelli apparentemente più leggeri. E allora i ritratti di donne e uomini senza nome, ammantati di leggenda o di realtà poco importa, diventano il ritratto di tutto un mare e di tutta la cultura adagiata tra le sue acque, le sue isole, le sue sponde e i suoi golfi.

Seguendo il ritmo e la volontà del vento, Simenon ci conduce tra paesaggi spaccati dal sole, tra Malta e la Tunisia, tra l’Isola d’Elba e la Sicilia o il Golfo di Napoli. E dentro questa geografia di nomi, Simenon, con lo stesso sguardo disincantato e attento con cui ha ritratto i personaggi delle sue opere letterarie, ci restituisce un’enciclopedia di gesti, di storie, di cultura, di bellezza e bassezza umana. Uno sguardo che il lettore avverte come tale, come, dunque, filtro e lente di lettura, eppure mai distante, mai giudicante.

Georges Simenon (Foto da ilmessaggero.it)

Simenon anche tra queste pagine riesce a cogliere ciò che, tra la sua penna e la macchina fotografica, appare quasi come una commedia umana, uno spettacolo teatrale. Il Mediterraneo e la sua gente hanno qui il ritmo del tempo, dei gesti lenti scanditi da un tempo che, apparentemente, è sempre uguale ma che in realtà cambia con la luce del sole o del crepuscolo.

Tra bordelli, che lo scrittore stesso non disdegna di frequentare, leggende di donne a cui la furia di un amore tradito ha letteralmente strappato il cuore, la volgarità dei turisti inglesi sulla Costa Azzurra, Simenon narra, è proprio il caso di dire, una cultura, tutto un mondo in bilico (simbolicamente ma non solo) tra tragedia greca e Bibbia, tra fatalismo e naturale, quasi inconsapevole capacità di attraversare la vita con ciò che essa dona o toglie: “Ci sono persone che vivono senza sapere di avere dei polmoni, che coltivano i loro campi senza sapere nulla delle borse di Londra o New York […] che fabbricano vasi come al tempo dei greci, senza sospettare di star creando dei capolavori.”

Simenon riesce, proprio attraverso il suo sguardo obliquo, che poi è la cifra di tutta la sua scrittura, a tessere un palinsesto tra l’antropologia e la sociologia, la politica e il costume. Insomma, un palinsesto di umanità, così calda e magmatica, così diversa da quella del nord a cui, sovente, lo scrittore la paragona. Ma non per uno sterile confronto quanto, semmai, per metterne in luce la irrisolvibile unicità pur nella ricchezza delle differenti sfumature.

Emblematiche, a tal riguardo, le righe in cui Simenon comprende e scrive di come il Mediterraneo e chi lo “abita” affronti l’emigrazione: “Il Mediterraneo, quando emigra, porta con sé i suoi odori, le sue spezie, le sue chitarre e una schiera di cugini.” Parole che, forse, scritte da altre penne sarebbero parse quasi macchiettistiche ma che tra le mani di Simenon diventano un essenziale e restitutivo dipinto di ciò che il Mediterraneo è: qualcosa che straborda dai suoi confini. In tutti i sensi e, quindi, imprescindibile. Ecco il regalo, forse inconsapevole, che ci fa Simenon.

Il libro è arricchito da una nota di Matteo Codignola dedicato al rapporto di Simenon con la fotografia, in riferimento alle foto contenute nel libro

Il Mediterraneo in barca Book Cover Il Mediterraneo in barca
Georges Simenon. Trad. di G. Girimonti Greco e M. L. Vanorio
Reportage letterario
Adelphi
2019
189