Decine di romanzi e centinaia di racconti
Bastano questi due dati (in evoluzione), per capire una cosa: Gianluca Morozzi è un mostro.
Sono passati dieci anni ormai dalla prima volta che lo conobbi. Mi ero iscritto ad uno dei suoi primi corsi di scrittura creativa alla Feltrinelli di Bologna, all’epoca neanche sapevo chi fosse.
Cercavo un corso vicino a casa, il suo era il più economico, non c’erano bibliografie obbligate da comprare e gli incontri si tenevano di sabato, quindi era perfetto. Mi salvò un amico, giusto il venerdì prima di iniziare:
“Morozzi?! Fai un corso con Gianluca Morozzi?! Ma è lo scrittore più figo di Bologna!”
“Ah, davvero?”
Figuraccia scampata.
All’epoca leggevo solo autori stranieri. Mi attraeva il minimalismo americano, il disincanto di Carver, i melodrammi di Roth, la violenza di Lansdale… mi piaceva scoprire nomi sconosciuti e poi, sì, dai, devo ammetterlo, mi crogiolavo anche a fare quello “che se la tira un po’, lo snob che non legge i conterranei e ogni tanto ti sputa fuori l’autore sconosciuto e ti zittisce la conversazione.
Gianluca invece si presentò subito come un amico, “non sarò il docente che vi riempie di esercizi o che vi stronca tutto quello che mi farete leggere… io vi esporrò il mio stile, vi darò qualche consiglio, qualche tecnica, vi mostrerò un metodo per divertirvi a buttare giù idee, poi starà a voi decidere se seguirlo oppure no”.
Stava tutto in quell’unica parola: divertirvi.
Sì, perché Gianluca è stata la prima persona a farmi capire che con la scrittura ci si può anche divertire.
La sua biografia parla per lui. Ora che finalmente l’ho ripercorsa e completata, posso confermarlo anch’io. Gianluca è uno autore che diverte mentre si diverte.
Kabra, il protagonista (autobiografico?) del suo esordio, Despero, ci ha strappato più di una risata con le sue tragicomiche sventure e proprio come la sfiga che lo perseguita, anche la pubblicazione di quel libro non fu immune alla sfortuna: data di lancio, 12 settembre 2001, non certo il giorno migliore per attirare l’attenzione delle persone. Non certo il giorno migliore per esordire.
Poi fu il turno di una raccolta di racconti e del suo secondo romanzo per Fernandel, Dieci cose che ho fatto ma non posso credere di aver fatto, però le ho fatte e quando i lettori pensavano di aver pressappoco inquadrato la visione di questo non-più-tanto-giovane esordiente bolognese, ecco arrivare il capolavoro che spiazza critica e pubblico: Blackout.
È la fine delle risate, l’inizio di un nuovo Morozzi. Un Morozzi noir, un Morozzi malsano e instabile, diciamo che se l’avessi conosciuto a quell’epoca, probabilmente non ci sarei uscito a bere una birra, non di sera, non in un posto senza almeno cento persone intorno.
La scrittura si fa fluida, sicura, riconoscibile, leggerlo diventa una dipendenza. È fatta.
Dopo Blackout, successo di vendite da cui verrà tratta anche una “prescindibile” trasposizione cinematografica, Morozzi tornerà a spiazzarci libro dopo libro: la sua bibliografia inizierà a estendersi, arriveranno collaborazioni con illustratori, sceneggiatori teatrali, musicisti… Wikipedia non scorda nulla. Sarà l’epoca di un Morozzi prolifico, eterogeneo, imprevedibile, il tutto senza perdere lo spirito originale, il fulcro su cui si basa ogni sua opera: divertimento.
Che stia sviscerando l’alienazione di un serial killer (Cicatrici) o raccontando l’assurda ascesa al successo di un sosia hollywoodiano (Anche il fuoco ha paura di me), la prosa di Gianluca resta una certezza, la stessa certezza che gli leggi negli occhi quando afferma a noi, prima corsisti, oggi amici che “io voglio fare solo questo: scrivere. Io voglio vivere di scrittura”.
In un’epoca permeata da mode che durano il tempo di uno scandalo, dove la crisi editoriale impone pubblicazioni “controllate”, “temi attuali”, “hot topic” e altre stupidaggini fintamente impegnate, Morozzi se ne frega e ci parla di fumettisti che all’improvviso perdono il proprio pene (L’uomo liscio), di alieni che scendono dallo spazio per scoprire come si fuma una canna (Il punto di vista dell’alieno), ci racconta una Bologna vissuta da un bolognese doc che ha dovuto reinventarsi studentessa universitaria (Chi non muore), ci fa ridere ma può anche terrorizzarci e mostrarti lo squallore del capitalismo contemporaneo (Radiomorte) senza dover scomodare complesse opere di saggistica, può farci riscoprire la poesia di un pezzo di Springsteen, può imbracciare una chitarra sghemba nel bel mezzo di una presentazione e improvvisare una versione acustica di Lampada Osram, oppure parlarci per ore e ore di fumetti e di quanto sia difficile in certi casi scegliere tra Marvel o DC, può citarci un passaggio di Anna Karenina e accostarlo al peggior finale kinghiano e può fare tutto questo seduti davanti a un paio di birre, pardon, calici di bianco fermo, del Fun Cool Oh, sua seconda casa, immersi nel caos della Bologna più variegata e vitale, quella che ama. Quella Bologna a cui non smette di dedicare storie, che lo fa tenere sveglio fino a mattina tra un concerto e una presentazione, che lo porta a scrivere seduto sulle panchine della stazione, quando la parola chiama, in barba al romanticismo, e chi lo conosce lo capisce all’istante se c’è un’idea che lo sta stuzzicando, perché a quel punto Gianluca inizia a guardare nel vuoto e se non è una ragazza procace o uno schermo dove il Bologna sta perdendo in maniera ignobile, allora è proprio lei a chiamarlo, l’ispirazione. Quella autentica. Quella che oggi, come dieci anni fa, non smette di divertirlo e divertirci.

La foto è presa dal sito ilcolophon.it