Stradario. Di Letizia Dimartino

Stradario. Di Letizia Dimartino

STRADIARIO

Di Letizia Dimartino

Caro diario, sai, quando so che qualcuno esce io sto a pensare. Me lo figuro per le vie, in auto, che posteggia, poi al supermercato con il carrello pieno e la musica assordante, o a scegliere regali belli (non per me…) nei negozi, in centro. Al bar a prendere un the. E che disbriga cose. E che gli piace (piacerebbe anche a me…). E così trascorre il pomeriggio anche in questo immaginare. E sono un po’ con lui. Ed è come essere uscita. E forse mi serve. Invece sono a letto, ho dolore intenso e penso che fuori sarei felice. Un poco. Forse
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Caro diario, io la notte mi sveglio intorno alle due e mi metto a parlare. Dico cose importantissime, quelle che di giorno non si pensano. Allora mi viene da ridere, e rido davvero e anche facendo un rumore inutile. Poi mi rigiro più volte nel letto, sudo e mi scopro, e riprendo a parlare. L’altra sera ho ricordato la storia della Democrazia Cristiana della mia città e mi sono perduta in tanti particolari. Gli anni sessanta e quel che fu per noi il tempo. Il sonno l’ho perduto. Allora ho raccontato di un mio viaggio ad Assisi e mi sembrava di esserci davvero. Volevo ridere e pure piangere. Infatti è successo. Anche perché mi son sovvenuti i gatti della mia vita che ora son tutti sotterrati con una crocetta di legnetti. Così mi dicono. Quando il dolore si fa più intenso mi arrabbio e penso a quando avevo occhi verdi e lunghi. E mi riaddormento
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Caro diario sono qui a tormentarmi un pochino pochino. Perché vorrei guidare un’auto piccola e celeste. Un celeste opaco. Andrei dal parrucchiere e sceglierei una nuova tinta per i capelli, azzurri come l’auto, o bianco svedese. E mi metterei orecchini pesanti e spille di corallo. E scarpe basse e colorate. E forse farei qualche salto, o una corsa breve. Tornerei a casa trafelata, con la piega da guardare, vedendomi diversa finalmente. Senza quest’aria da preside in pensione. Mangerei un sofficino fritto, e non avrei bisogno del bicarbonato. Insomma sarei una donna normale. O no…
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Caro diario sai io ho giorni lunghi, e mangio quando mi capita. Indosso una vestaglia verde sottobosco e pure una blu come i monti che vedo dalla finestra. Mi siedo da sola e parlo con la mia badante che intanto lavora fra padelle e fumi. Nel bicchiere frigge sempre una pillola bianchissima, mi pizzica il labbro. Dopo un’ora attendo che il dolore mi passi ma non accade nulla e allora telefono a mio figlio che mi spiega che infatti non può succedere e che mi servono le gocce. E io mi ostino e lui pure, così la conversazione si dilunga e non ne veniamo a capo mai. E ci lasciamo nervosi e insoddisfatti, non prima di avergli raccontato di suo nonno che gridava e pregava e “scorreva” rosari. Alla fine mi rivolto nel letto e guardo il cassetto dei medicinali, conto tutte le scatole e mi arrabbio. Mi metto il rossetto e cerco di dimenticare. E certe volte ci riesco. Ma non è vero e lo so bene. Così finisce che rido e mi chiedo: perché non posso uscire, perché me ne dimentico sempre il motivo? E tutto scorre così e pure peggio
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Caro diario mio figlio vuole che io scriva un romanzo. Me lo dice ogni giorno al telefono mentre in metropolitana scorre la città e io sento la voce della “signorina” che scandisce le fermate e credo che sia vera e glielo chiedo e lui mi dice no ogni volta e io lo ripeto. Comunque io subito dopo penso che questo romanzo prima o poi dovrei scriverlo ma me ne pento e gli telefono di nuovo e gli dico che non lo farò e lui insiste e insiste e dice che ho tutta la mia vita da scrivere e così poi ci facciamo i soldi perché la gente comprerà il libro. E io mi ostino e lui pure. E non finiamo più di dire “no” e “sì”. Fin quando ci stanchiamo e lui è arrivato alla fermata “Loreto” e io mi commuovo sempre e mi metto seduta sul letto e mi sento triste. Poi gli dico che il nonno suo voleva io dipingessi e ci sperdiamo nei ricordi e tutto diventa confuso e io il romanzo non lo faccio. Mai
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Caro diario stamattina pensavo che quando viaggiavo in treno ero felice e anche no. Leggevo i giornali degli altri, loro mi raccontavano la vita trascorsa, io mi ammiravo i capelli negli specchi e provavo schifo per i posacenere colmi e traboccanti. I libri no, non li portavo con me, perché volevo guardare dai finestrini e mia madre stava sempre a dormire e io dovevo sorvegliare la sua malattia. La notte ascoltavo le voci degli altoparlanti nelle stazioni e avevo paura e freddo con quelle coperte leggere e avevo voglia di stare nel mio letto nella stanza sulla vallata. Allora lo racconto a mio figlio e lui mi dice che il prossimo ritorno lo farà in treno e non dormirà mai finché non arriverà a destinazione. E io gli dico “no, ché ti stanchi troppo” e lui diventa felice a parlarne e mi fa un resoconto di una cosa che deve ancora avvenire ed è già come vissuta. E mi dice “sì parto parto e ci sto 18 ore e poi mi corico a casa e tu non dirmi nulla” e allora sto zitta e penso che ha ragione e gli dico di portarsi tanti panini e una felpa e di stare attento ai documenti. E lui ride e dice “uff” e così partiamo insieme, ma al telefono. E attraversiamo l’Italia e siamo contenti. E strani
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Caro diario oggi ho raccontato a mio figlio un mio sogno credendo fosse bello e unico e originale. Invece lui mi ha detto del suo ultimo e ho riso tantissimo, non finiva mai, mi stupivo ad ogni passo, perdevo il filo, alla fine mi sono pure stancata. Però superava di gran lunga il mio, ma ero contenta lo stesso perché ho pensato che lui sa sognare meglio di tutti. Mi ha chiesto: che te ne pare?
Io ero stordita e non me lo ricordavo più però ero consapevole che era un sonno troppo folle e meritava un premio. Allora gli ho chiesto dove fosse. E lui era in metro come al solito e tornava a casa e doveva fare la spesa e doveva tenere il cappuccio perché pioveva. Gli ho detto di coprirsi il collo perché sono mamma e il collo è importante per noi, così io credo. E poi gli ho fatto i complimenti per il sogno complicato e diverso. E mi son sentita piccola piccola e ho pensato che ormai non posso più raccontargli i miei sogni, perché sono miseri e non ci sono bombe e non ci si spara e non esplode nulla. E dopo averlo salutato ho cercato di ripensare a tutto, ma niente mi sovveniva. Mi sono accasciata e demoralizzata, cercando di dimenticare nel mio letto
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Caro diario stanotte mi sono svegliata alle tre. Le luci dei paesi degli Iblei erano luminosissime, la vallata buia di un nero denso. Mio figlio era ancora in giro per le stanze e io con lui. Ho pensato al sonno feroce di mia madre, al mio desiderio di parlare in ore inconsuete che ho sempre avuto, quando si può dire l’indicibile, quando la rabbia e il pianto si alternano, quando il passato è ricordo impellente e tutto spinge. Le notti negli alberghi sconosciuti, con le ombre dei mobili e le luci sulle tapparelle, fuori le città che mettevano paura nella loro oscurità e il sonno che veniva meno. Toccavo la mano di mia madre, scottava sempre di febbre. Le febbri dei miei bambini e le loro fronti sudate, i sogni agitati. E le insonnie estive, con la luna a illuminare e l’alba vicinissima. Mio figlio mi guardava divertito, mi ha consigliato il solito farmaco e mi ha fatto ricoricare. Ridevo. Avevo tutte le notti della mia vita addosso. Ci siamo salutati. Sembrava fosse l’ultima volta
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Caro diario Maria oggi è andata al mercato e mi ha telefonato. Sentivo i venditori vociare nel grido spiacevole, ma anche no, di chi accoglie e invita a comprare. Mi diceva dei disegni e dei colori delle stoffe e io le desideravo. Le ho detto di comprare tutto, tutto per me. E poi fragole e fave tenere, olive speziate, e mandorle e sesamo. Le sue borse svuotate sul tavolo, guardavo sentendo la vita anche in una foglia di carciofo, nel lino e nelle sete morbide, nella frutta di primavera. “Sono prigioniera” ho detto poi a mio figlio al cellulare: il suo silenzio, l’attimo per inghiottire, per trovare le parole che sono arrivate, e l’ho riconosciuto ed è stato il lui di sempre. Lui che cammina lungo marciapiedi che sconosco. Avevamo un groppo, ma ridere è stato lo stesso facile. I nostri gatti da ricordare, la loro pazzia delle sette di sera quando si inventavano una giungla in casa. Il nonno che tornava dal mercato con gli occhiali rigati di pioggia e lo sguardo folle, il suo grido nervoso. Allora gli ho detto di comprarsi le scarpe e lui ha emesso un grugnito. Gli ho offerto un cioccolatino simbolico. Abbiamo chiuso salutandoci distratti. Prigionia, libertà…
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Caro diario ieri mio figlio era al Politecnico, come ogni giorno. Si sentivano al cellulare e, in sottofondo, voci giovani ridere, lui teneva la sua un po’ bassa. Gli ho detto che avevo come visto una donna immaginata e che io avevo creduto di avere la vita di questa. Una vita bella. Un concetto complicato. Mi ha risposto che ho le allucinazioni e così si è inoltrato in una discussione inverosimile. L’ho ascoltato e pensavo che ha bisogno di un paio di scarpe nuove, e pure di un jeans, ma lui parlava parlava e mi chiedeva di che colore questa donna avesse i capelli. Allora mi sono spaventata. E poi voleva sapere il colore del vestito e io ho detto”verde” e lui mi ha chiesto di fare associazioni. Allora gli ho detto che di follie non volevo più parlare, solo di quelle dei gatti della nostra vita. Dopo mi sono seduta e ho guardato i monti e ho avuto un tremito nascosto. Ed un pensiero agitato. Avrei mangiato volentieri un dolce. Invece mi è tornata in mente mia madre che mi portava a passeggio tenendomi la mano e questo attimo mi ha rasserenato. Mio figlio era in compagnia. Io sola. Mia madre, la mano, la città, e la sera che scendeva. E quella donna di cui avrei voluto avere la vita
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Caro diario dovrei ricordarmi di tutti i giorni di questo inverno. Si sono sparsi e perduti nella monotonia delle ore e adesso mi rimane poco. So solo che sono stata peggio, che niente è migliorato in me che questi mesi sono stati brevi e i dolori lunghi e tanti. Mio figlio indossa un giubbotto leggero, pantaloni sottili, parla con me tutte le sere. Ieri era nervoso e stanco e io non potevo muovere il mio collo sul cuscino. Ho immaginato di preparargli una pizza fritta come succedeva in altri anni e lui la mangiava sul divano vicino a me e fuori pioveva e non andava a scuola e il vento sconvolgeva la vallata e gli inverni non ci facevano paura. Mi ha parlato dell’architetta morta giorni fa, dicendo che somigliava alla nonna ed ha ragione. Allora abbiamo parlato di loro due. Dei loro occhi e dei lineamenti simili e delle città del mondo. E il nostro ci è sembrato piccolo. La notte poi ci ha fatto scordare tutto. Il mondo. Chi non c’è più. L’inverno
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Caro diario oggi ho detto a mio figlio che il sole di aprile fa male, i contadini delle nostre campagne lo insegnavano. Lui ha starnutito e poi mi ha chiesto se ero resuscitata. Un poco lo sono, il letto lo si può amare e odiare al tempo stesso. Così la notte. Se penso a quanto di bello o brutto possa essere la notte… i monti erano lucidi e neri e il cielo incombeva su tutto e sul dolore che non mi lasciava. Adesso sento Milano con le sue strade e il traffico e le voci degli sconosciuti attraverso il telefono, mio figlio non si compra le scarpe e sorride. Ha una maglietta blu, e occhiali spessi. Io pigiami leggeri e occhiali lievi. E come un pianto che non sgorga mai, soffocato in quel dentro infinito che sento e che non mi lascia più. Mangio fragole. Lui mi saluta e la sua fretta è come una scia profonda, senza colori. Ho una vita a metà da tempo e tempo. Ho. Non ho. Non so
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Caro diario oggi mio figlio alzava la serranda della sua stanza. Io sentivo. Il cielo era grigio, la città che scorgeva nella piazza famosa, sotto casa sua. Io avevo invece, oltre la finestra, una strada lucida e la vallata color sottobosco ed una Etna ancora bianca con lo scirocco denso sulla cima. Gli ho detto che vorrei un altro gatto, l’ultimo della mia vita. Ma subito dopo me ne sono pentita: non potrei accudirlo ormai, avrei troppi problemi. Così abbiamo ricordato il miagolio raro del nostro gatto che ci ha lasciati anni fa e che stava in silenzio rispettoso. Il suo sguardo aggrondato e il nostro amore. Avrei cucinato per mio figlio un piatto domenicale oggi, sarei voluta essere una mamma anni ’50. Gli ho detto che i miei capelli, improvvisamente, per il troppo dolore fisico, in questi giorni si sono scuriti, sono meno grigi. Lo specchio lo dice. Gli ho mandato una foto. Ma ero brutta e lui mi ha ascoltato. Ridevo. Sorrideva. Il dolore e me
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Caro diario stasera ho respirato la primavera affacciandomi. I balconi aperti, i fiori nelle piante, il cielo come smalto. E le domande. Tante. C’era la calma e il trambusto dei pensieri. Il desiderio del movimento, quell’andare oltre che non è più possibile, il verde del fogliame fitto e scuro, ma anche l’oscuro di quello che mi resta. Allora ho detto a mio figlio che mi serviva un abito nuovo, che dovrei rinnovare qualcosa, che l’Etna è ancora bianca. E lui ha trovato una spiegazione per ogni frase o desiderio. E io volevo piangere, e lui mi ha detto che studiava algebra mentre mi stava parlando. Ho chiuso sentendo l’aria, la stagione che sta scorrendo velocissima, il senso del dolore, il ricordo di mia madre nel suo letto e le canzoni e i suoi cappotti bianchi, il rossetto sulle sue labbra e poi la fine. E noi soli, e tutto è stato lento e pure improvviso. E si è fatta notte, adesso
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Caro diario mio figlio ieri sera mi parlava di treni e strade e percorsi. Mi spostavo con lui per regioni che ho dimenticato. Tornare sulla costiera amalfitana o in Liguria, vedere altri mari, coste e piante che non conosco. Allora gli ho detto dei miei viaggi per autostrade semivuote in anni di bellezza e rinascita, con l’età giusta per visitare, con mio padre che guidava nervosissimo e mia madre col suo foulard e le canzoni sussurrate sul vetro del finestrino. La Giulietta celeste, il sole della Puglia in ore infuocate, i ristoranti vocianti, le spiagge dalla rena sottile e bionda. Mio figlio sa ormai tutto eppure ha pazienza e mi chiede del nonno, dei suoi sorpassi spericolati, delle curve del Trentino sotto la pioggia col baratro e il freddo improvviso. Mi ha detto dei treni nuovi, diversi da quelli che non prendo più, quando viaggiavo con la febbre di mia madre e la solitudine delle stazioni nelle notti. Città ed ospedali e sorrisi che venivano lo stesso perché eravamo giovani, io e lei, e volevamo vivere. Io e lui invece così lontani, il mio desiderio di spostarmi con lui. Poi ho visto che il muschio si faceva più blu nella vallata e la luna era pure piena. La sua notte di studio, la sua camera che posso solo immaginare. La mia… sempre la stessa
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Caro diario mio figlio si è comprato le scarpe nuove. Ora ci camminerà per Milano e sarà polvere di città. Gli ho detto che ce ne vogliono ancora altre in autunno e lui ha fatto un grugnito e io ho avuto paura. Ma fuori qui tira vento e io sto male e ho un occhio gonfio e pensieri di ghiaccio. Parlo col mio amico poeta e tutto mi racconta che ho giorni per cui non val la pena ormai uscire, girare da delusa e sofferente. Lui ha riso. Questo maggio è diverso, da ragazza mettevo le prime maniche corte, mangiavo fragole di bosco che stavano in cestini intrecciati e ricottine lunghe e calde. Oggi mi accorgo che verrà il momento di andare al mare e non mi accuccerò più sotto le coperte alle sei di sera. Non ho gatti, mi manca la loro follia della sera, quando hanno occhi di vetro rosso. Mio figlio ha parlato per ore e gli ho detto che ero stanca. L’ho salutato col senso di colpa, quello che non ci lascia mai
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Caro diario sarà Natale fra poco e io avrò un altro anno davanti, ma le solite cose intorno, stanze e finestre e tende svolazzanti. E pure pensieri nuovi, forse. Mio figlio studierà e mi parlerà da quella che è ormai la sua città, nei pomeriggi di pioggia e di neve. Ci sarà pure il sole. E ci saremo noi al cellulare e ci diremo tutto. O quasi. Verrà la stagione nuova anche per noi. Nel silenzio e nel rumore. Nelle città nostre lontane. Vorrei che il tempo finisse così, semplicemente

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Letizia Dimartino
Prosa poetica