Miriam Mode. Un racconto di Laura Bettanin

Miriam Mode. Un racconto di Laura Bettanin

Oggi pubblichiamo un racconto di Laura Bettanin, alias Janis Joyce, o Janis Joyce alias Laura Bettanin. Non è un gioco di parole ma un po’ il senso del tanto dibattere sorto attorno alla sua identità. Ma, al di là di questi misteri letterari, che ormai misteri non sono più, ciò che è certo è la biografia assai interessante di Laura. Nasce a Schio e, dopo una laurea in lingue a Venezia parte per l’Australia dove, tra le altre cose, insegna italiano ai bambini delle elementari. Rientrata in Italia comincia a lavorare nel cinema, e che cinema: Wim Wenders, Luc Besson, Lina Wertmuller. Quando ancora la gavetta si faceva eccome. Poi entra nella scuola di cinema di quell’altro mostro sacro di Ermanno Olmi, cominciando la carriera di assistente di produzione. Dopo qualche anno, insieme al marito, comincia un’avventura tutta loro, nella produzione di documentari. Frutto bellissimo di questo lavoro è, sulla scia di un viaggio negli USA per stare in contatto con i nativi americani, il libro “Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno” edizioni Transeuropa. Altra creatura letteraria sarà poi “Seventy sex”, sempre pubblicato con Transeuropa, e con il quale “scatena” qualche bollore nella calda e surreale provincia veneta. Nel 2015 esce “Seconda stella a destra” per i tipi di Ad est dell’equatore. Ma la sua scrittura l’ha portata anche a scrivere racconti per blog letterari e per varie antologie.
Oggi Laura ci regala un racconto crudo e delicato insieme. Senza fronzoli verrebbe da dire e, in un certo senso, senza redenzione. Che dire? Buona lettura.

Miriam Mode
Le avevo detto che si sbagliava di grosso. Che se pensava che io fossi il tipo che rubava dalla cassa, me ne sarei andata seduta stante. Che poteva scordarsi di rivedermi per il resto dei suoi giorni.
Lei stava in piedi dietro al bancone. Teneva le braccia conserte e lo sguardo fisso al pavimento. Aveva l’aria di non credere a una parola di quello che dicevo, così me ne ero andata. Quei soldi li aveva rubati suo figlio, ero certa che lo sapesse anche lei, quindi non avevo nemmeno sprecato il fiato per dirglielo. Non l’avevo rivista per un anno. Fino a che suo figlio e io non ci eravamo sposati. Ero incinta di tre mesi. Se invece di badare ai soldi della cassa avesse fatto attenzione a noi due che scopavamo nel retrobottega, forse quel matrimonio ce lo saremmo risparmiato tutti. Non lo dico per mio marito. Gli voglio bene. Però, cazzo, se non lo sposavo era meglio. Ci eravamo conosciuti che avevo sedici anni. Era l’estate del Settantatre. Avevo ripetuto per due volte la prima ragioneria e mio padre aveva gettato la spugna. Meglio che vai a lavorare, aveva detto. Gli era costato, lo so per certo. Aveva fatto conti precisi: lui andava in pensione e io entravo in fabbrica al posto suo. Usciva un operaio, entrava una ragioniera. Rappresentavo il suo riscatto sociale. Non l’avevo scelto io di iscrivermi a ragioneria. Non lo dico per giustificarmi. Voglio solo specificare che non ero tagliata per quella scuola. Non ci capivo niente di calcoli. A lavorare ci andavo con sollievo. Mio padre non si era nemmeno incazzato. Si era illuso che potessi essere la prima Ziliotti col diploma, invece ero uguale al resto della famiglia. Questo è quello che credo, perché direttamente non se ne era mai parlato. Mi aveva detto di cercarmi un lavoro provvisorio e che alla fine sarei comunque entrata in fabbrica al posto suo. Col cazzo, gli avevo risposto. Io l’operaia non la faccio. Cosa credeva, che fosse l’unico lavoro al mondo? Mi aveva tirato un paio di sberle che me le ricordo ancora. Ma allora sei più cretina di quello che mi merito, aveva urlato. Cosa credi di fare con la terza media? Il chirurgo? L’avvocato? Non gli passava nemmeno per la testa che potessi cercare un posto da commessa. Aveva paura che mi mettessi a fare la cameriera. Non voleva che facessi la cameriera e nemmeno le pulizie. Erano stati i lavori di mia madre e di mia nonna.
Mia madre era morta di cancro cinque anni prima. Non certo perché faceva le pulizie. O forse sì. Chi può saperlo? Sono stata cresciuta da mia sorella Ines, che ha quattro anni più di me e non si è mai sposata. Volevo fare la fine di Ines? No che non volevo. Era graziosa, gentile, innamorata silenziosa di un ragazzino cotto di lei da quando andavano alle elementari. Ma lei, no, niente. Fino a che era stato vivo mio papà, non gli aveva dato neanche una speranza. Lui la cercava fuori da scuola. La veniva a prendere a casa per fare la strada insieme. Lei lo vedeva e scappava via tirandomi per il braccio. Ma perché, le domandavo io. Non ne sapevo niente, ma che si piacessero ne ero sicura. Zitta, diceva lei, non girarti. Dopo che era morto mio padre, lui si era rifatto vivo. Cosa vuoi, gli aveva chiesto lei. Ti amo ancora, aveva detto lui. Sei sposato aveva fatto lei. Divorzio, aveva detto lui. Neanche per sogno, aveva risposto lei. E così era finita.
Il lavoro al negozio me l’aveva passato la Susy, la mia ex compagna di banco. Mi aveva detto aiutami, dammi una mano per piacere, salvami. Al Miriam Mode cercavano una commessa per il periodo estivo, aveva detto, la proprietaria era amica di sua madre e se quel posto lo avessi preso io le avrei salvato la vita, perché i suoi volevano costringerla a lavorarci durante le vacanze. Cazzo, non sono mica stata rimandata, aveva protestato lei, ho preso sei in tutte le materie. Appunto, avevano risposto loro, i professori hanno detto che puoi fare molto di più e non lo fai perché sei una pelandrona. E se dici ancora cazzo ti mandiamo a fare la cameriera in birreria, così lavori anche di sabato e domenica.
Avevo telefonato prima di presentarmi. Vieni stasera, aveva detto la signora Miriam, all’ora di chiusura.
Il negozio era spazioso. Aveva due colonne quadrate al centro rivestite di specchi, un ficus a fianco dell’ingresso e una composizione di piante grasse sul bancone, accanto alla cassa. Impilati su scaffali laccati di bianco, golfini di cotone e camicette di lino. Sul lato delle vetrine, un paio di cavalle con vestiti e tailleurs. Niente jeans. Niente magliette. La signora Miriam aveva detto che conosceva bene la madre della mia ex compagna di banco e che mi avrebbe assunta in nome di quell’amicizia. Assunta era una parola grossa. Non avrebbe fatto altro che allungarmi uno stipendio in nero ogni fine settimana, riservandosi di liquidarmi non appena le fosse sembrato più conveniente. A me andava bene. Non le avevo detto che la mamma della mia amica nemmeno sapeva che fossi lì.
Mi aveva presentato sua figlia Marta e la commessa fissa. La figlia era incinta. Magari dopo il parto non torna più, avevo pensato. Questo posto potrebbe diventare permanente. La commessa si chiamava Cinzia. Doveva avere quattro o cinque anni più di me. Era bassottella e magra. Mi aveva stretto la mano con un vigore che non mi sarei mai aspettata da quella sua taglia striminzita. Sfoggiava un bel sorriso franco e l’aria di intendersene parecchio di vestiti. Allora ci vediamo domani, mi aveva detto come se ci conoscessimo da sempre.
Il giorno dopo ero arrivata per prima. Avevo aspettato seduta sul sellino della bici fino a che non avevo individuato la signora Miriam in fondo alla strada. Veniva avanti lenta, un piede davanti all’altro, come se stesse sfilando su una passerella di alta moda. La testa piegata di lato e lo sguardo fisso nel vuoto. Ciao, aveva esalato con un sospiro mentre apriva la porta. Del fatto che fossi già lì, neanche una parola. Avevo spinto giù il cavalletto e chiuso la bicicletta a chiave. Vorrai mica lasciarla qui così, aveva detto lei. Non vedi che è davanti alla vetrina?
Me lo ricordo bene quel primo giorno. Mi ero messa in testa di farle colpo. Volevo che da subito pensasse accidenti, è proprio in gamba ‘sta ragazza. Subito. Dal solo fatto che fossi arrivata in anticipo. Figurarsi come ci ero rimasta nell’aver piazzato la bici nel posto più sbagliato possibile. Ero entrata e senza che nemmeno me lo chiedesse avevo abbeverato il ficus. Lei aveva preso posto dietro la cassa. Teneva la testa china su un fascio di carte e aveva l’aria di non accorgersi di niente. Avevo abbeverato anche le piante grasse e lei non aveva fatto una piega.
Cinzia era arrivata che il negozio era aperto da almeno mezz’ora. Non si era giustificata, così avevo capito che si trattava di un suo privilegio personale. Mi aveva salutato e scambiato due chiacchiere con la signora Miriam. Chiacchiere di quelle giuste, né troppo generiche né troppo confidenziali. Quelle che io non riuscivo mai a piazzare. Aveva infilato la borsa sotto al bancone e aveva detto vieni con me. Mi aveva portato nel retrobottega e consegnato l’aspirapolvere. Così si accende, così si spegne, aveva detto. Mentre passavo i pavimenti aveva telefonato al bar e ordinato due cappuccini. Si era rivolta a me. Vuoi un cappuccio anche tu? Aveva chiesto. Non avevo idea di quale fosse la risposta più indicata. Avevo deciso per il sì. Mi sembrava che potesse darmi un’aria spigliata. Il cameriere era arrivato che stavo ancora armeggiando con l’aspirapolvere. Non volevo che pensassero che mollavo il lavoro dopo appena dieci minuti che l’avevo cominciato. Così ero rimasta a setacciare il pavimento palmo a palmo, mentre le altre due si sorseggiavano il loro cappuccino. Il mio lo avevo buttato giù che era già freddo, in due secondi, senza fiatare, e mi era rimasto sullo stomaco. Grazie, avevo detto. Te l’ho segnato qui, aveva risposto Cinzia. Mi aveva mostrato una tacchetta rossa sul calendario. I miei cappucci sono blu, i tuoi rossi. Se vuoi puoi pagarli a fine settimana, oppure te li fai detrarre dallo stipendio.
Gianfranco era arrivato intorno a mezzogiorno. Era con Marta, la sorella, dopo averla accompagnata in ospedale a ritirare delle analisi. Marta era la terza volta che restava incinta. Le prime due aveva abortito e così la trattavano come una statuina di biscuit. Bella, bionda, con un premaman rosa confetto, una fila di perle al collo e gli orecchini coordinati. Nessuno ci aveva presentato. Gianfranco e io, intendo. Aveva accompagnato la sorella dentro al negozio, scambiato due parole con la madre e se ne era andato. Non avevo nemmeno capito chi fosse. La prima volta che mi aveva rivolto la parola era stato dopo una settimana. Come ti chiami, aveva detto. Stavamo nel retrobottega. Io ripiegavo camicette fine-anni-sessanta da sbolognare coi saldi. Lui mi era passato accanto mentre andava in bagno e intanto che camminava mi aveva rivolto quella domanda. Raffi, avevo risposto. Si era fermato e aveva fatto un cenno con la mano. Era secco, coi capelli lunghi fino alle spalle. Taglio scalato, alla Jimmy Page. Portava occhiali da vista con le lenti a goccia che si scurivano al sole, ma quel posto era così illuminato che erano scure a tutte le ore. Mi ci era voluto un altro paio di settimane prima di notare che aveva gli occhi verdi.
Capitava in negozio ogni pomeriggio intorno alle cinque e se ne stava lì a far niente fino all’ora di chiusura. Era il figlio della proprietaria, non mi passava nemmeno per la testa di domandarmi di cosa diavolo si occupasse. Tanto meno potevo immaginare che si bucasse e che quei suoi passaggi in negozio rientrassero in un programma di recupero imbastito alla cazzo dalla sua famiglia. Non ne ho mai saputo molto, ma credo che il loro medico della mutua avesse prescritto di stargli alle costole. Tenerlo sotto controllo perché non si piantasse aghi nelle vene e la smettesse di frequentare certi stronzi. Era un periodo che stava abbastanza bene. Non aveva l’aria del tossico, voglio dire. Del resto non ci capivo un fico di drogati. Avrei potuto vedergli i buchi nelle braccia e pensare cazzo, ne deve fare di analisi questo qui.
Cominciava le giornate nello studio di geometra del padre. Quando era ora di chiudere, passava in negozio. La madre e la sorella lo trattavano come un uomo d’affari. Gli chiedevano opinioni sui progetti e i clienti dello studio. Lo caricavano di importanza. Lui rispondeva seduto sul bancone, gambe larghe penzoloni, jeans scampanati, zoccoli di legno e una saccoccia di tela bianca a tracolla.
Aveva sei anni più di me, il che voleva dire ventidue. Un uomo, dal mio punto di vista. Un divario enorme tra me e uno di quell’età. Niente da spartire, pensavo.
La sorella faticava a trattarlo coi guanti. Quella parte le stava stretta, ma non aveva scelta. Era una donna bella ed elegante. Sposata con un architetto che aveva conosciuto a Riccione. Uno di quegli incontri che sognavo tutti i giorni. Esci, lui ti passa accanto, ti nota, ti segue, ti abborda. E’ bello, è ricco, si innamora di te e ti porta all’altare.
L’architetto era l’oracolo della famiglia. Non dava retta a nessuno, si faceva i fatti suoi e disprezzava tutti. Me compresa, che non c’entravo un accidente. E tanto più li trattava come merde, tanto più loro gli leccavano il culo. A trovarsi circondati da gente del genere, l’unica cosa da fare era quella che aveva scelto Gianfranco: bucarsi. Che altro, cazzo?
Il padre era secco come il figlio. Un ometto basso, coi capelli grigi a spazzola e gli occhiali con la montatura di metallo. Un pappamolle pieno di boria e di insignificanza. Camminava storto per via di una vecchia operazione all’anca andata male, si sforzava di non darlo a vedere e il risultato era che si notava ancora di più. La signora Miriam lo trattava con riguardo davanti agli estranei. Per il resto, gli riservava la considerazione che può nutrire un cane per le proprie pulci.
Avevo cominciato a innamorarmi di Gianfranco otto mesi dopo che l’avevo conosciuto e me ne ero spaventata. Come è possibile, mi dicevo, ha ventidue anni, già finito le scuole, lavora da anni. Eppure, ero proprio cotta. Avrei voluto raccontarlo alla Susy, ma ero sicura che mi avrebbe riso in faccia. Innamorata di quel vecchio hippie? avrebbe sghignazzato. Della faccenda della droga continuavo a non saperne niente. Mi rendo conto che è una roba da matti. Una assurdità dell’altro mondo arrivare a quarant’anni suonati, guardarsi indietro e non capire un accidenti di quello che è successo.
Ero a terra. Lavorare in negozio mi dava il voltastomaco. Mi guardavo bene dal dirlo in giro perché sapevo perfettamente che era meglio che stare in fabbrica. Ad ogni modo non faceva per me. Me la cavavo male a trattare con la gente. Le clienti mettevano piede in bottega e io facevo finta di non vederle. Mi giravo verso gli scaffali per dare a intendere che avevo da sistemare certe maglie. Chiedete a Cinzia, pensavo con affanno, chiedete a Cinzia, chiedete a Cinzia, chiedete a Cinzia, ma non serviva a niente. Loro si avvicinavano al bancone e cominciavano a domandare di dare un’occhiata a questo e a quello. La signora Miriam voleva che ogni cliente venisse accolta con un sorriso. Voleva che appena cacciavano il naso oltre la soglia gli si andasse incontro piene di brio, freschezza e disponibilità. Diceva che nessuna di quelle che entravano aveva idea di cosa comprare e che toccava a noi fargli prendere una decisione. Non sopportava che qualcuno uscisse a mani vuote. Ti chiedono un golfino bianco e non c’è la taglia? Fagli provare tutti gli altri colori, diceva. Non vogliono provarli? Mettiti di fianco a loro e appoggiagli la maglia su una spalla, portale davanti a uno specchio, fagli notare quanto gli dona quel colore. Impossibile che non si convincano. Impossibile.
Ti ricordi di Barbara, concludeva poi rivolgendosi alla figlia. Le clienti erano ancora sulla porta che lei gli era subito a fianco. Desidera signora, in cosa posso esserle utile, ti ricordi?
Barbara era la figlia del primario cardiologo del Civile. Doveva aver avuto problemi uguali ai miei con la scuola, perché il padre l’aveva dislocata in quel negozio per tutti i primi quindici giorni di giugno. Prima che arrivassi io, per intenderci. Barbara qui, Barbara là. Andavano in brodo di giuggiole solo a pronunciarne il nome. Mi domandavo perché se ne fosse andata. Rubava, mi aveva detto Gianfranco. Si ficcava in borsa un capo ogni due giorni. L’avevo fissato a bocca aperta. Cosa c’è? aveva fatto lui che in quel periodo si fregava i soldi dalla cassa ogni sera che dio mandava in terra. Niente, avevo detto io, mi pare tanto strano. E perché? Ma perché è ricca, ero sbottata. Non la conoscevo di persona, solo di vista. Tutti conoscevano la Barbara Vagnozzi. Alta, bruna, gambe lunghe, IV° liceo scientifico, Zundapp GS125 da regolarità, così, per sfizio. Per seguire il fidanzato nelle gare di motocross. Occhi da zingara spagnola, suonava perfino la chitarra e ai Giochi della Gioventù arrivava sempre prima a salto in alto. Rubava, avevo ripetuto tra me e me. E vabbé, aveva fatto Gianfranco, non è mica la fine del mondo, io ho fatto un sacco di espropri proletari. Di cosa? avevo chiesto. Espropri proletari, aveva ripetuto lui, la gente che si prende quello che gli spetta di diritto. Se sei proletario e senza soldi, ti prendi quello che ti spetta e che gli altri hanno in sovrappiù. Mai fatto uno in vita tua? Ma la Vagnozzi non è mica proletaria, avevo detto. Neanche tu lo sei, avrei voluto proseguire, ma avevo paura che si sarebbe arrabbiato. Infatti, senza che neanche aggiungessi una parola, mi aveva mollato lì e se ne era andato. Quella sera avevo cenato e poi a letto mi ero fatta un piantino. Me lo sono giocato, pensavo. Non mi amerà mai. Pensavo alla Vagnozzi che dopo essersi rubata chissà quanti vestiti e maglie e pantaloni, continuava a scorrazzare col suo Zundapp come niente fosse e avrebbe sposato quel suo fidanzato figlio di avvocati con villa e piscina. Poi mi ero addormentata, sfinita.
L’estate era passata, erano i primi di marzo, la figlia della signora Miriam aveva minacciato aborto per la quarta volta, così mi avevano tenuta fino a data da stabilirsi. Avevo passato l’inverno a pedalare ogni mattina da casa fin su per la salita che portava al negozio. Che piovesse, nevicasse o tirasse vento. Avevo trascorso mesi a trattare coi guanti gente che non conoscevo e a sentirmi una merda se non riuscivo a rifilargli almeno un foulard. Gianfranco, nonostante quei discorsi che avevamo fatto sugli espropri, era ancora gentile con me. Parlava poco, ma ogni tanto mi lanciava un’occhiatina e sorrideva. Una sera che pioveva a dirotto aveva detto che mi avrebbe accompagnata a casa. Che avrebbe smontato la mia bici pieghevole tipo Graziella, e l’avrebbe sistemata sul sedile di dietro. Non ci sta, si era opposta la signora Miriam. La Cinquecento, aveva detto, non era una macchina per quel tipo di pensate. Gianfranco non le aveva dato retta. Credo fosse stata la prima volta che l’aveva fatto da quando avevano iniziato la faccenda del recupero. Arrivati sotto casa mi aveva baciato sulla bocca, aveva detto che era tossico, che lo tenevano sotto sorveglianza, ma che ne era fuori e non si bucava più. Non mi era sembrata una storia terribile. Aveva mollato, no? E insomma, ero troppo felice per pensare di guastarmi la festa. Non aveva detto di amarmi, ma a me pareva di sì, altrimenti non mi avrebbe baciato, no?
Dal momento che gli stavano addosso, si faticava a ritagliarci del tempo per noi. Ci aveva pensato la provvidenza, quando la signora Miriam aveva deciso di inventariare il magazzino al seminterrato. Mi aveva tolto dal negozio e spedita di sotto. Gianfranco mi dava una mano.
Non erano delle gran scopate. Tra l’ansia di venir beccati e lui che stentava a venirne a capo, si combinava poco. C’è da non crederci che sia capitato il guaio. Lui giurava di esserci sempre stato attento. Ci eravamo rimasti di sasso.
Non preoccuparti, ci sposiamo, aveva detto Gianfranco. Io non sapevo. Ero spaventata. Anche contenta, però. Non ci capivo niente. Ad ogni modo pensavo che avrei fatto meglio a dare retta a lui. Ma l’idea non era piaciuta a nessuno.
La signora Miriam si era offerta di pagare l’aborto. A quel tempo era una questione da trattare in clandestinità. Costava salato. Mio padre mi aveva detto di accettare. Lavorerai fino a che non le avrai restituito tutti i soldi, aveva stabilito, fino all’ultima lira. Non mi era passato nemmeno per la testa che fosse un discorso del cazzo. Quel pasticcio l’avevamo combinato in due, ma mi sentivo addosso le colpe dell’umanità intera.
Tutte le mattine mi alzavo e andavo al negozio. Cristo, c’era da dare i numeri ma non sapevo che altro fare. Fino a che non ero stata accusata di rubare dalla cassa.
A essere onesta, la signora Miriam avrebbe dovuto pensarci su. Domandarsi se suo figlio non avesse ripreso a bucarsi, ma aveva preferito non farlo. C’è poco da essere onesti in situazioni del genere.
Me ne ero andata.
Non ho idea di cosa fosse successo in seguito in quella famiglia di stronzi. Con che tipo di ricatti Gianfranco fosse riuscito a metterli in ginocchio. Sta di fatto che ci eravamo sposati cinque mesi dopo. Il quattordici novembre del Settantaquattro. Di loro non si era fatto vedere nessuno. Neppure di amici se ne erano fatti vedere. C’era stata di mezzo la questione che ero minorenne, ma mio padre non aveva fatto troppe storie. Non era il tipo da farsi carico di decidere per la vita degli altri. Avevo una pancia che non ci stava nei vestiti. Il prosindaco era un baciapile democristo. Lo disgustava sposare gente nelle nostre condizioni e non aveva stretto la mano a nessuno.
Claudia era nata dopo cinquantasette giorni. Gianfranco aveva ripreso a bucarsi già da qualche mese, ma diceva che poteva smettere in qualsiasi momento. Allora smetti, dicevo. Non adesso, rispondeva.
Giuro che non so come ho fatto a non dare di testa. La mattina mi alzavo e pensavo oggi non ce la faccio, oggi mi portano al manicomio.
Claudia era un angelo. A volte si svegliava la notte, ma per il resto mangiava e dormiva. Stava bene.
Con Gianfranco mi sono lasciata tredici anni fa. Il giorno prima di compierne ventinove, ero tornata a casa di mio padre. Con Claudia. Gianfranco ci aveva messo una settimana ad accorgersi che non c’eravamo più. La signora Miriam mi aveva telefonato e aveva detto: sei stata la rovina della nostra famiglia. Aveva caricato Gianfranco su un aereo e lo aveva spedito in Canada a disintossicarsi. Una clinica che rimetteva in sesto le miserie dei miliardari. Sono ancora qui che mi domando come avesse fatto a far saltar fuori il grano.
Claudia aveva dodici anni. Era intelligente e piena di buon senso. Mi pareva un miracolo. Non parlava mai del fatto che suo padre si bucasse. Gli voleva bene. Quando era tornato pareva nuovo. Aveva domandato il divorzio e si era sposato con una psicologa. Non posso dire che non mi avesse ferito. Ci avevo versato sopra qualche lacrima, ma credo si trattasse più che altro di amor proprio.
Quella che ci aveva sofferto da morire era stata Claudia. Non ho mai saputo cosa le passasse per la testa. Non diceva una parola. Ne era venuta fuori, ma non certo per merito mio. Gianfranco le telefonava. Si davano appuntamento da qualche parte e stavano insieme un’ora o due. Digli che può anche farsi vedere, le avevo detto una sera. Pensavo che lui non se la sentisse di affrontare mio padre. In realtà, l’idea non piaceva alla moglie psicologa. Digli che il nonno è morto, avevo detto a Claudia. Era successo l’anno prima. Era uscito dopo cena per far fare un goccetto al cane e si era accasciato ai piedi di un palo della luce. Il cane aveva dato l’allarme.
Vivevamo con mia sorella Ines. Lei badava alla casa e io lavoravo al lanificio. Anche adesso lavoro al lanificio. Operaia al controllo di qualità. Le pezze mi passano sotto gli occhi e io ne stabilisco la conformità. E’ il mio lavoro. Se non mi cacceranno. Se ce la farò a venirne fuori. Se mai verrà il giorno che riuscirò a tornare quella che ero.
Gianfranco riempiva Claudia di regali. A me non dava fastidio. Voglio dire, non mi scocciava per niente che usasse questi metodi per farsela amica. Il giorno che aveva compiuto diciassette anni era arrivato e aveva detto ho una sorpresa speciale. Erano usciti in strada e le aveva consegnato una moto. Uno scooter, a essere precisi. Bisognava vederla Claudia. Era al settimo cielo. Ultimamente era piuttosto malandato, ma reggeva ancora bene la parte. Lo scorso agosto lo aveva adoperato tutti i giorni per andare in piscina. Teneva un corso di ginnastica acquatica per gestanti. E’ laureata in scienze motorie. Non che ci sia da ammazzarsi di lavoro, però qualcosa salta fuori sempre. Le lezioni di nuoto del Comune, le supplenze a scuola, la presciistica alla palestra del Cai. Un pomeriggio che andava in piscina è stata tamponata da una Panda. Pioveva, il motorino aveva sbandato e la Panda ci aveva urtato contro. Un colpetto da niente. La donna alla guida aveva frenato, ma non era servito. Anzi, dicono che sia stato peggio. Siamo diventate amiche. Lavora al banco dei salumi alla Coop e ogni tanto la sera mi viene a trovare. Ci beviamo un goccetto e andiamo all’ospedale da Claudia. E’ in coma da nove mesi e dodici giorni. Hanno dovuto tagliarle il piede destro perché era finito schiacciato sotto lo scooter. Suo padre si sente in colpa. Piange ogni volta che ci incontriamo. Anche la donna della Panda si sente in colpa. Mi fanno pena tutti e due e non riesco a smettere di bere.
Forse l’ho fatta troppo lunga. Non so. E’ la prima volta che partecipo a riunioni come queste. Io, come dire, neanche lo sapevo che esistesse questa Alcolisti Anonimi. Ecco qua. Ho parlato troppo?

Laura Bettanin

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Laura Bettanin
Racconto
2017